Natascia Maesi, presidente Arcigay: “Reagire alle intimidazioni politiche. Prontə alla mobilitazione”

La nostra intervista alla neoeletta presidente Arcigay, prima donna in 42 anni di storia dell'assocazione che festeggia oggi il proprio compleanno.

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Natascia Maesi, presidente Arcigay: "Reagire alle intimidazioni politiche. Prontə alla mobilitazione" - Natascia Maesi - Gay.it
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Esattamente 42 anni fa, era il 9 dicembre 1980, a Palermo nasceva Arcigay, principale associazione LGBTI italiana nonché la più grande per numero di volontar* e attivist* su tutto il territorio nazionale.

Per festeggiare nel migliore dei modi il compleanno abbiamo intervistato Natascia Maesi, prima donna eletta presidente di Arcigay il 13 novembre scorso. Giornalista 45enne, espressione del Comitato territoriale di Siena, Natascia ha affrontato insieme a noi temi di strettissima attualità, tra Governo Meloni, carriera alias minacciata da Pro Vita e commissione europea che ha chiesto pari diritti per le famiglie arcobaleno, guardando anche alla ritrovata unità del movimento dinanzi alla destra omotransfobica.

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Dopo 42 anni di storia Arcigay sei diventata la prima donna presidente. Come si è arrivati a questa storica elezione e perché è tanto importante.

“Ci siamo arrivate insieme come attiviste della rete transfemminista, nel pieno di un percorso in cui abbiamo costruito all’interno di Arcigay una nuova consapevolezza. Ovvero quella di poter intrecciare le lotte transfemministe e queer. Abbiamo fatto un lavoro di elaborazione politica, sui temi, restituendo centralità a battaglie che per noi erano fondamentali. Credo che la mia elezione sia un riconoscimento fatto al lavoro portato avanti dalla rete donne transfemministe, nonché un cambio di passo rispetto alla narrazione che si fa su Arcigay, vista quasi esclusivamente come associazione maschile, cisgender, se non fosse che ci siano tante altre soggettività che stanno emergendo, stanno prendendo parola all’interno di Arcigay portando al suo interno nuove istanze”.

Sei stata eletta presidente Arcigay proprio nei giorni in cui Giorgia Meloni diventatava ufficialmente IL presidente del Consiglio, prima donna premier d’Italia, rimarcando le differenza tra leadership femminile e femminista. Vogliamo specificare quali sono?

“Non basta essere una donna al potere per riuscire ad interpretare al meglio una leadership femminista, costruita con le donne e non solo per le donne. Dal nostro punto di vista transfemminista, significa rifiutare certi modelli di mascolinità tossica spesso assorbiti e replicati dalle donne, a partire dall’uso del linguaggio. Il fatto di appellarsi al maschile, come fatto da Meloni, manda un messaggio molto chiaro a tutte le donne, ovvero che si ha valore soltanto quando ci si definisce al maschile, quando si ricalcano atteggiamenti e comportamenti che appartengono storicamente alla comunità degli uomini. Noi abbiamo cercato di smarcarci da questa immagine delle donne al potere che utilizzano le stesse pratiche degli uomini che ci opprimono, che sono capaci di non essere solidali con altre donne, di non gioire dei loro successi, come sta capitando con Elly Schlein, con prese di posizione che ci fanno capire che siamo ben lontane da quel tipo di sorellanza non biologica ma autenticamente transfemministe che vedrebbero le donne camminare insieme ed occupare lo stesso spazio politico. Agire una leadership femminista significa poi non fare operazioni di facciata per tutelare le donne ma tutelarle realmente. Non basta abbassare l’iva sugli assorbenti se poi si prova ad erodere dall’interno con tutta una serie di scelte la legge sull’aborto. La 194 non si tocca”.

Credi che Elly Schlein, candidata alla segreteria Pd nonché donna dichiaratamente queer, possa essere il nuovo volto del centrosinistra italiano contro questa destra oscurantista?

“Abbiamo bisogno di donne credibili, in tutti i luoghi del potere. Le donne non devono aver paura di utilizzare il potere che hanno perché il potere non è un attributo maschile, ma il modo in cui viene usato fa la differenza. Sono convinta che abbiamo bisogno di donne che portino avanti una visione ecologista, transfemminista, antisessista e antirazzista del mondo. Donne come Elly Schlein sono donne credibili che lanciano messaggi chiari nel proprio attivismo. Ben venga questa candidatura come quella di tutte le altre donne che riescono a portare questo tipo di messaggi e anche nuovi modi di stare nello spazio pubblico e politico”.

Come pensi debba reagire il movimento LGBTQI+ a questo governo di destra che vede al suo interno ministri dichiaratamente omotransfobici. È lecito pensare ad una manifestazione nazionale che vada oltre il Pride?

“Faremo tutto quello che è necessario per resistere ai tentativi di riportarci indietro, rispetto a certe conquiste, le poche, quasi l’unica raggiunta con le unioni civili, ma dobbiamo anche provare a rilanciare. Non possiamo fare una partita difensiva nei confronti di questo governo. Dobbiamo proprio chiedere di più, volere di più, e se è necessario mobilitarci sul piano nazionale affinché venga messa al centro dell’agenda politica quello che noi rivendichiamo da anni. Ripartiremo dai Pride e andremo anche oltre i Pride, se ne sentiremo l’urgenza. Ma c’è bisogno anche di grande unità, compattezza da parte di tutto il movimento che non deve essere chiamato solo alla responsabilità. Perché gli intenti sono gli stessi per tutti. Il movimento è fatto da associazioni gloriose, importanti, che hanno pratiche differenti ma abbiamo gli stessi obiettivi e ci ispiriamo molto spesso agli stessi valori. Remiamo dalla stessa parte, dobbiamo avere la capacità di fare squadra, non guardarci l’ombelico occupandoci soltanto delle nostre questioni interne. Il mondo delle associazioni che si battono per i diritti umani e civili si aspetta che il movimento LGBTQI+ sia unito e si aspetta di fare fronte comune insieme a noi”.

Arcilesbica negli anni si è allontanata dal movimento, dividendosi persino al suo interno dopo aver preso posizioni transfobiche. Da donna ora alla guida di Arcigay, ti sei mai spiegata perché abbiano dato forma a questa diaspora?

“Perché alcune posizioni che erano già molto radicalizzate sono diventate maggioritarie all’interno di Arcilesbica. Punti di vista che sempre c’erano stati sono diventati maggioranza proprio perché chi li porta avanti è alla guida di questa associazione, al momento. Ma c’è una storia importante che va rispettata, rispetto ad Arcilesbica. Non tutte le lesbiche che negli anni si sono riconosciute in Arcilesbica in questo momento appoggiano questa linea che non definirei transfobica bensì transescludente. Arcilesbica ha deciso di non essere uno spazio sicuro per le persone trans e non binarie, e tutte le altre donne lesbiche che negli anni hanno camminato insieme alle loro sorelle trans* hanno scelto di uscire da Arcilesbica, costruendo alternative importanti. Non tutte le lesbiche sono le lesbiche che militano in Arcilesbica, non ci rappresentano neanche nel modo in cui lottiamo contro la lesbofobia, perché lo facciamo con le nostre sorelle trans. Se anche solo una donna, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale o identità di genere, non è libera, nessuna di noi può dirsi libera. Questa è la visione che ci ha consegnato Audre Lorde e il suo femminismo intersezionale di donna lesbica, nera, che ci ha insegnato proprio a capire come non possiamo definirci come donne libere se non lo sono neanche le nostre sorelle trans”.

La destra italiana, seguendo quella ungherese, polacca e americana, parrebbe aver individuato i propri nuovi nemici, ovvero le persone trans* e le famiglie arcobaleno. Come e cosa fare per non andare incontro ad ulteriori e preoccupanti limitazioni dei diritti?

“Dobbiamo agire su due livelli. Il primo è culturale, dobbiamo costruire narrazioni altre rispetto a quelle diffuse da chi si posiziona contro i diritti delle persone trans, non binarie e dei bambini delle famiglie arcobaleno. Dobbiamo fare operazioni di chiarezza, perché alcune posizioni espresse sono del tutto false, sono bufale costruite ad arte. Bisogna decostruire la narrazione che l’identità trans e non binaria sarebbe un capriccio, qualcosa di momentaneo e passeggero. Va rimessa al centro la vita delle persone, dobbiamo sottrarre certe argomentazioni ad un approccio ideologico, riportare la narrazione sul fatto che queste persone esistono e devono essere garantite nei loro percorsi di affermazione di genere. Poi c’è il livello legislativo. Con un governo così ostile dobbiamo provare a ripartire dalle regioni, dalle amministrazioni più illuminate, dai comuni come quello di Milano che sceglie di riconoscere l’alias. Dobbiamo inoltre opporci a questo fronte che è partito con la mistificazione dell’ideologia gender, che è pura invenzione, che ora sta intimando scuole e presidi”.

Parliamo di Pro Vita e Famiglia, che ha diffidato 150 scuole attaccando la carriera alias.

“Vogliono intimidirci, creare un clima di terrore come già fatto con la fantomatica teoria gender. Ci raccontano che questo tipo di provvedimento temporaneo e burocratico, che ha durata solo e soltanto scolastica, andrebbe a modificare i dati anagrafici di una persona. Cosa che non è vera. Una rivoluzione come quella dei bagni privi di genere e della carriera alias non è qualcosa che va a violare la legge ma qualcosa che migliora la vita delle persone. È anche responsabilità delle scuole tendere a questo benessere, come stabilito dall’autonomia scolastica e dal ministero dell’istruzione. L’integrazione, il contrasto al bullismo, il benessere, anche nei confronti delle persone trans* e non binarie”.

Nella speranza che il ministro dell’istruzione non dia seguito alle richieste di Pro Vita, perché in quel caso dovremmo parlare di vera e propria dichiarazione di guerra.

“Rispetto alla quale risponderemmo colpo su colpo, perché non abbiamo nessuna voglia di stare a guardare mentre altre persone trasformano i nostri corpi in terreni di scontro ideologico”.

Proprio in questi giorni la commissione europea ha chiesto a tutti i Paesi membri di riconoscere le famiglie arcobaleno. Come si comporterà il governo Meloni, fino ad oggi dichiaratamente contrario?

“Dovrà adeguarsi, bisognerà capire cosa proveranno ad inventarsi per non farlo. Il principio alla base di questa decisione è importantissimo, dice che non esistono genitori di serie A e di serie B, perché c’è un principio di discriminazione appoggiato se non viene riconosciuta la genitorialità di tutte le coppie. Sancisce poi un altro principio fondamentale, ovvero la priorità del diritto dei bambini ad avere una famiglia che è equiparata a tutte le altre famiglie da un punto di vista giuridico. Anche la retorica dell’egoismo dei genitori dello stesso che avrebbero voluto questi figli a tuttci i costi è stata completamente smontata dalla commissione europea, che ha sottolineato come quanto deciso sia in ragione dell’interesse superiore del bambino e dei suoi diritti. L’interesse primario dei più piccoli è avere una stabilità affettiva, una relazione educativa. Bisognerà vedere cosa accadrà quando sarà impossibile rispedire al mittente le richieste UE, come da anni viene fatto nei nostri confronti. In questo momento il genitore non biologico trova sempre un muro rispetto ad un riconoscimento di una genitorialità piena, costringendo queste famiglie ad impegnarsi anche economicamente tra processi, percorsi di adozione speciale, per poter dare semplicemente ai propri figli due genitori regolamentarizzati agli occhi del mondo. Sono curiosa di vedere come si comporterà Meloni quando questo regolamento andrà a regime. Staremo a vedere, saremo pront* come movimento a smascherare e a fare luce su ogni tentativo di non applicare questo regolamento”.

42 anni di vita e l’impressione che inizino a sentirsi tutti. Come e cosa fare per rilanciare l’azione di Arcigay sul piano nazionale, partendo dai territori con i suoi circoli e i migliaia di iscritti.

“In realtà siamo in ottima salute in questo momento, stiamo vivendo una stagione di ripartenza, post-Covid. Siamo uscit* dal lockdown un po’ zoppicanti. La forza di Arcigay è il radicamento territoriale, i suoi circoli, e in quel momento non era proprio possibile fare attività di nessun tipo. Ma ci siamo riorganizzati ed è cresciuto il senso identitario e di appartenenza. Con il recente congresso abbiamo riscoperto il desiderio di stare insieme e di lottare insieme, con obiettivi ancora più ambiziosi. Arcigay sta benissimo, l’abbiamo dimostrato anche con la rielezione del segretario generale Piazzoni che ha fatto benissimo e con la mia elezione, che penso sia un tentativo di rilanciare ancora oltre, posizionandosi nello spazio politico in un modo diverso. Si riparte sempre dalle persone, dai circoli territoriali, dalle persone che sul territorio, in situazioni spesso di frontiera, fanno un lavoro meraviglioso. Come dico sempre non è la stessa cosa essere gay a Locri o a Milano. Questo lo vediamo tutti i giorni con i nostri sportelli, che sono un’ottima cartina da tornasole. I centri antidiscriminazione che abbiamo aperto un po’ in tutta Italia grazie al bando UNAR, le case rifugio, gli sportelli di ascolto e prima accoglienza che accolgono persone bisognose di risposte, bullizzate, che ci ricordano quanto sia stato fatto ma quanto ci sia ancora da fare, ma anche genitori smarriti che cercano risposte perché bombardati da questa propaganda antigender in cui non riescono ad orientarsi. Arrivano poi anche molti migranti LGBTQI+, perché questo è un altro grande tema che stiamo cercando di mettere a sistema. Stiamo rilanciando l’idea di una sessualità positiva, consapevole, che sposa necessità come la PREP, stiamo provando a rilanciare temi anche coraggiosi. Arcigay si è posizionata su posizioni spinose come la gestazione per altri. Stiamo provando a dire cose certe e chiare su tutto quello che a nostro avviso è terreno di scontro. Sono molto orgogliosa di questa associazione che in tutti i territori ha presidi importantissimi, di umanità, legalità e diritti. Ripartiamo con un’energia rinnovata e grande unità”.

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