In Nepal, paese che nel 2023 ha riconosciuto legalmente il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la realtà continua a essere ben più dura delle sentenze. Perché le leggi non bastano, se il clima culturale e sociale non vanno di pari passo. Ramita e Shilu, entrambe 22enni, avevano deciso di sposarsi nel distretto di Sindhuli, forti della storica decisione della Corte Suprema nepalese. Ma ciò che doveva essere un passo d’amore si è trasformato in un incubo di violenza istituzionale, repressione familiare e separazione forzata.
Arresti, minacce e “guaritori”: la repressione dopo la sentenza
Dopo aver presentato la richiesta di registrazione del loro matrimonio presso il Comune rurale di Sunkoshi, le due ragazze si sono viste rispondere con un rinvio di 15 giorni. Secondo quanto riferisce il Kathmandu Post, gli uffici locali “non sapevano come comportarsi con le nozze omosessuali”. Nel frattempo, la famiglia di Ramita ha denunciato la figlia come “scomparsa” e ha coinvolto la polizia. Le due giovani sono così state raggiunte dalle rispettive famiglie nella stazione di polizia di Lalitpur, dove Ramita ha ribadito con chiarezza la volontà di sposare Shilu. Ma nessuno l’ha ascoltata.
Ramita è stata consegnata con la forza al fratello e alla cognata, nonostante avesse dichiarato esplicitamente di sentirsi in pericolo. “Mi hanno obbligata a tornare con persone da cui mi sento minacciata”, ha denunciato. La polizia, oltre a ignorare le sue richieste, avrebbe anche umiliato e insultato la coppia per essersi tenuta per mano: “Che razza di commedia è questa?”, avrebbe detto il capo della polizia distrettuale, Shyam Krishna Adhikari. “Perfino un uomo e una donna non possono comportarsi così”.
La polizia nega tutto
Nonostante le testimonianze delle due donne, la polizia ha negato ogni accusa. Ma i fatti parlano chiaro: Ramita è ora detenuta in una condizione simile a una prigionia domestica, con la minaccia di essere sottoposta a un “rituale di guarigione” da parte di un dhami, uno sciamano. “Vogliono curarmi dalla malattia di amare una donna”, ha raccontato. Shilu, invece, resta sola, in attesa, temendo per la vita della sua compagna: “È come se fosse ostaggio. Abbiamo bisogno di aiuto immediato”.
Dopo la sentenza, i silenzi delle istituzioni
Nel giugno 2023 la Corte Suprema nepalese aveva ordinato al governo di istituire un registro separato per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E a novembre dello stesso anno è stato riconosciuto ufficialmente il primo matrimonio tra due donne, come già raccontato da Gay.it. Ma la decisione, invece di aprire una strada sicura per tutte e tutti, ha lasciato spazio a interpretazioni locali arbitrarie, abusi e ritorsioni.
Appello: proteggere Ramita e Shilu
L’esperienza di Ramita e Shilu racconta una realtà più ampia: molte donne lesbiche in Nepal subiscono pressioni familiari a conformarsi all’eterosessualità imposta. Ramita teme di essere sottoposta a rituali “curativi” e sua cognata avrebbe detto: “Anche se muori, ti farò sposare un uomo”.
Sunil Babu Pant, ex membro dell’Assemblea Costituente e direttore esecutivo di MayaKo Pahichan Nepal [gruppo di difesa LGBTQ], lo ha definito una “grave violazione dei diritti umani“. In un comunicato stampa, ha affermato:
“Una donna lesbica è stata rapita con il coinvolgimento della polizia. Questo non è solo un fallimento amministrativo, ma riflette l’atteggiamento irresponsabile dello Stato nei confronti della comunità LGBTQ+”.
Pant e la sua associazione chiedono protezione per Ramita, un’inchiesta sul ruolo della polizia, e una riforma strutturale che impedisca il ripetersi di simili violenze. Perché nessuna legge ha senso, se viene ignorata sul campo. E nessun amore dovrebbe finire in una cella, reale o simbolica.
