Onu, Cina con i paesi africani contro i diritti LGBTIQ+

Il 5 luglio 2025 la risoluzione A/HRC/59/L.2 è stata adottata con 29 voti favorevoli, 15 contrari e 3 astensioni. Intanto Pechino investe decine di miliardi in Africa.

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ONU: il rinnovo del mandato all'organo che si occupa di protezione di persone LGBTIQ+ ha visto la Cina votare in modo contrario insieme a gran parte dei paesi africani.
ONU: il rinnovo del mandato all'organo che si occupa di protezione di persone LGBTIQ+ ha visto la Cina votare in modo contrario insieme a gran parte dei paesi africani.
4 min. di lettura

A Ginevra il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha rinnovato il mandato all’Indipendent Expert SOGI, organo che veglia sulla protezione da violenza e discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere: ma gran parte dei paesi africani ha bocciato la fiducia, insieme alla Cina.

Il 5 luglio 2025 la risoluzione A/HRC/59/L.2 è stata adottata con 29 voti favorevoli, 15 contrari e 3 astensioni. Un risultato ottenuto grazie alla mobilitazione di oltre 1.200 ONG da 157 Paesi e alla proposta avanzata da sei Stati latinoamericani (Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Messico e Uruguay). Il mandato – affidato al giurista sudafricano Graeme Reid – sarà così prolungato di tre anni nel suo obiettivo di monitorare la criminalizzazione delle persone LGBTQ+, i rifugi forzati, la violenza e la censura in decine di paesi.

 

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L’Indipendent Expert SOGI è una figura nominata dall’ONU per monitorare le violenze e le discriminazioni contro le persone LGBTQI+ nel mondo. Il suo mandato viene rinnovato dal Consiglio dei Diritti Umani, composto da 47 Stati membri eletti a rotazione. Solo questi paesi votano le risoluzioni: gli altri possono assistere ma non hanno diritto di voto.

La Cina ha votato contro la risoluzione SOGI ONU e, al contempo, sta puntando con decisione sull’Africa come fulcro della sua strategia economico-valoriale. Nei primi sei mesi del 2025, nell’ambito della Belt and Road Initiative, Pechino ha investito 39 miliardi di $ in contratti nel continente (Financial Times) – nel settore energetico, infrastrutture e miniere. Inoltre, nel Forum on China‑Africa Cooperation (FOCAC), la Cina ha promesso oltre 50 mld di $ tra prestiti, investimenti e aiuti, con progetti in energie pulite, infrastrutture digitali e formazione tecnica. A ciò si aggiunge la “stadium diplomacy” (costruire stadi sportivi, teatri, spazi concerti e altri grandi impianti pubblici) e programmi culturali e mediatici: canali media come Cina Radio International, CGTN Africa e l’istituzione di borse di studio per studenti africani contribuiscono alla sua crescente influenza valoriale di Pechino nei popoli del continente. Una combinazione di soft power e investimenti che prepara un contesto nel quale Pechino può opporsi alla posizione dell’Occidente, contestato per il suo passato coloniale, mentre la Cina resta intransigente sui diritti LGBTQIA+.

La spaccatura internazionale vista a Ginevra è profonda e rivela la fragilità crescente degli organi internazionali, ONU inclusa, in un mondo che vede le grandi potenze come la stessa Cina, ma anche Russia e USA, scivolare verso un diniego di legittimità alle istituzioni transnazionali.

La maggior parte degli Stati africani ha votato contro il rinnovo del mandato per la protezione LGBTIQ+: Algeria, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gambia, Côte d’Ivoire, Malawi, Marocco, Sudan. Altri, come il Ghana e il Benin, hanno scelto la via dell’astensione, segnale ambiguo e rivelatore.

Il Ghana, in particolare, vive oggi un momento critico. Come già avvenuto in Uganda, il Parlamento discute un disegno di legge che criminalizzerebbe non solo relazioni e matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma anche l’advocacy digitale – ovvero il sostegno online ai diritti civili e l’attività di sensibilizzazione e difesa dei diritti tramite internet e social media -, la fornitura di cure affermative, l’uso di “strumenti di piacere sessuali” e persino la solidarietà. Una norma liberticida che imporrebbe fino a 10 anni di carcere. E mentre il governo ghanese di John Dramani Mahama sceglie di non opporsi all’ONU ma nemmeno esporsi a favore, le comunità queer subiscono intimidazioni e minacce.

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Il 30 giugno, nella regione dell’Upper West, Alhaji Sisco – noto opinion leader locale – ha lanciato un avvertimento in diretta su Tungsung Radio:

“Se sei gay o lesbica in questa regione, prega di non essere mai preso e portato da me”

Ad amplificare il clima persecutorio è il giornalista Prince Abayema, accusato da ONG e attivisti di alimentare odio, outing forzati e campagne di disinformazione contro le persone LGBTQI+.

 

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L’Africa è oggi teatro di una lotta tra repressione e resistenza. Se da un lato vi sono paesi come il Sudafrica che hanno votato a favore della risoluzione e mantengono tutele giuridiche, la stragrande maggioranza del continente sembra seguire una pericolosa deriva sovranista e teocratica. Anche la Costa d’Avorio, che ad oggi non criminalizza l’omosessualità, nonostante esista un progetto di legge per farlo, ha votato contro il rinnovo del mandato all’Indipendent Expert SOGI.

Come ha dichiarato Fabiana Leibl dell’ISHR (International Service for Human Rights):

“Il rinnovo del mandato è una risposta forte all’ondata di retoriche anti-diritti. Ma serve la cooperazione dei governi per costruire un mondo senza violenza né discriminazione”

Come hanno votato i paesi africani alla risoluzione ONU (fonte)

  • A favore: Sudafrica, Kenya, Benin
  • Contro: Algeria, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gambia, Costa d’Avorio, Malawi, Marocco, Sudan
  • Astenuti: Ghana

Risultati complessivi della votazione

Paesi che hanno votato a favore della risoluzione (29):

• Albania
• Belgio
• Bolivia
• Brasile
• Bulgaria
• Cile
• Colombia
• Costa Rica
• Cuba
• Cipro
• Repubblica Ceca
• Repubblica Dominicana
• Francia
• Georgia
• Germania
• Islanda
• Giappone
• Kenya
• Isole Marshall
• Messico
• Paesi Bassi
• Macedonia del Nord
• Corea del Sud
• Romania
• Sud Africa
• Spagna
• Svizzera
• Tailandia
• Vietnam

Paesi che hanno votato contro (15):

• Algeria
• Bangladesh
• Burundi
• Cina
• Costa d’Avorio
• Repubblica Democratica del Congo
• Etiopia
• Gambia
• Indonesia
• Kuwait
• Malawi
• Maldive
• Marocco
• Qatar
• Sudan

Paesi che si sono astenuti (3):

• Benin
• Ghana
• Kyrgyzstan

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