ONU: a rischio l’Osservatorio sui diritti umani delle persone LGBT

La risoluzione, che verrà votata nei prossimi giorni, mette a rischio l'esistenza dell'organismo sovranazionale, e di fatto nega che i diritti delle persone LGBT siano diritti umani.

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Nei prossimi giorni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite voterà una risoluzione contro l’Osservatorio sulla «violenza e le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere».

L’organismo sovranazionale era stato istituito lo scorso giugno in un voto storico del Consiglio dei diritti umani di Ginevra. In settembre il presidente del Consiglio per i diritti umani aveva annunciato che l’incarico di esperto indipendente sarebbe stato ricoperto dal tailandese Vitit Muntarbhorn, docente di diritto internazionale presso l’università di Chulalongkorn a Bangkok. Anche se alcuni attivisti LGBTI hanno criticato la scelta per via del fatto che si tratta di un uomo, sia pure proveniente dal sud del mondo, la maggior parte della comunità LGBTI internazionale ha applaudito alla nomina del Professore.

Tuttavia, il meccanismo fondamentale per dare organicità alle iniziative dell’ONU sui diritti umani delle persone LGBTI rischia già d’incepparsi per l’iniziativa senza precedenti del Botswana, a nome di tutto il Gruppo degli Stati Africani. Un’alleanza assai inedita visto che include a pieno titolo anche il Sud Africa che pure, nel 2011, aveva introdotto la risoluzione a nome di una più vasta coalizione. Sebbene il Paese africano si fosse astenuto nella votazione dello scorso giugno, sostenere una risoluzione contro ha fatto gridare il Direttore a Ginevra di ARC International, Arvind Narrain, al tradimento della sua stessa Costituzione scaturita dalla lotta contro l’apartheid.

La risoluzione chiede di posticipare indefinitamente ogni azione sull’osservatorio LGBTI la cui base legale viene messa in dubbio. Mai prima d’ora si era chiesto di votare su una materia di stretta competenza del Consiglio per i diritti umani, se non in un caso, ma su una questione meramente procedurale. Per questo alcuni diplomatici paventano il rischio che la risoluzione possa minare l’autorità del Consiglio per i diritti umani e porre un precedente per ulteriori contenziosi tra i due organi delle Nazioni Unite.

Ma per capire a fondo la questione, bisogna rifarsi alla lettera che accompagna la risoluzione. In essa i firmatari (Sud Africa compreso!) affermano che le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere non devono essere collegate alla nozione di diritti umani, con buona pace di Hillary Clinton che, nel 2011, affermò che «i diritti delle persone LGBTI sono diritti umani». ma i paesi africani vanno ben oltre e arrivano a mettere in discussione l’universalità dei diritti umani ritenendo quelli delle persone LGBTI come materie di esclusiva competenza nazionale per le quali varrebbe il principio di non-intervento. Naturalmente la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma l’esatto contrario, ma questo non interessa il Gruppo degli Stati Africani. ma il passaggio forse più odioso è quello di accusare di «ignorare» l’intolleranza e le discriminazioni su colore, razza, sesso e religione per dare priorità «agli interessi (!) e ai comportamenti sessuali», qualunque cosa questo significhi. Anche qui si ignora deliberatamente l’intersezionalità dell’Osservatorio che è tenuto a lavorare anche per rafforzare gli altri meccanismi ONU contro razzismo, xenofobia e tutte le altre forme di intolleranza.

Come si vede, quindi, la partita va molto al di là dello sforzo di espungere i diritti delle persone LGBTI dal novero dei diritti umani, ma mira a politicizzare la nozione stessa di diritti umani in modo da indebolire l’intero sistema di garanzie internazionali degli stessi. Questo attacco rappresenta un’inquietante escalation dell’azione della Federazione Russa che già nel 2012 era riuscita a far votare al Consiglio per i diritti umani una risoluzione su valori tradizionali e diritti umani volta proprio a relativizzare l’universalità dei diritti umani.

Se l’uscita della Russia dal Consiglio per i diritti umani aveva sollevato qualche speranza per un consesso già screditato dalla presenza di altri stati, come Arabia Saudita e Cina, non esattamente paladini dei diritti umani, questa partita si gioca all’Assemblea Generale dove la Federazione Russa è presente e sicuramente sosterrà la risoluzione, come la sosterranno anche la Bielorussia e i Paesi dell’Organizzazione della cooperazione islamica, probabilmente con la sola eccezione dell’Albania.

La risoluzione necessita di una maggioranza semplice per essere approvata (97 voti). Considerato che il Gruppo degli Stati Africani conta 54 membri, e l’Organizzazione della cooperazione islamica ne conta 57, è facile capire che si può solo sperare in assenze per poter salvaguardare la nozione di diritti umani come concepita dalla Dichiarazione del 1948.

L’International Service For Human Rights (ISHR) ha lanciato una richiesta di mobilitazione globale per chiedere ai ministri degli Esteri di tutti i paesi ai rappresentanti diplomatici alle Nazioni Unite di votare contro questa risoluzione.

Nel frattempo una coalizione di stati latino e sudamericani (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, El Salvador, Messico e Uruguay) hanno presentato un emendamento volto a eliminare il secondo paragrafo della risoluzione, quello determinante. Uno strumento in più per depotenziare questo gravissimo attacco ai diritti umani di tutte e tutti.

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