Le ragioni per cui votare NO al referendum sulla Giustizia sono semplici.
Una democrazia regge su tre pilastri: il Parlamento, eletto dai cittadini, fa le leggi; il Governo le esegue; la magistratura controlla che tutti le rispettino, governo incluso. Toccare questo equilibrio con questa destra, e nel mezzo di una tempesta geopolitica senza precedenti dal 1945 ad oggi, non è una riforma: è un azzardo molto pericoloso.
Chi scrive ritiene che la separazione delle carriere nella magistratura sia una riforma necessaria. Purtroppo, questa battaglia va rinviata. Non possiamo affidare una modifica costituzionale a una maggioranza che ha già dimostrato di non avere a cuore le garanzie democratiche.
Votare NO non significa mandare a casa il Governo Meloni: significa proteggere la democrazia liberale in Italia dalla tempesta perfetta architettata dall’internazionale di destra che il nostro giornale denuncia dal 2016.
Lo scivolamento italiano verso l’autoritarismo è all’orizzonte: dopo la riforma sulla Giustizia, la maggioranza politica di Meloni procederà con la riforma del premierato, che accentrerà i poteri nelle mani del Governo. Il combinato disposto delle due riforme ricalca il modello ungherese di Viktor Orbán in Ungheria: azzoppare la magistratura, scrivere sulla Costituzione che il governo ha pieni poteri, ridurre la facoltà di controllo del Presidente della Repubblica.
Non è un caso che il comitato del Sì abbia invitato Mattarella a dimettersi con un grottesco siparietto da cabaret alla convention di Milano, in presenza della premier Meloni. Il bullismo grottesco come arma politica ha una storia precisa in questo Paese.
E non stupisce certo che l’amministrazione USA di Trump abbia manifestato il suo appoggio al SI’ e ai piani di torsione della democrazia che sono il cuore delle riforme costituzionali auspicate dalla maggioranza Meloni.
Le persone LGBTIAQ+ italiane possono fidarsi di questa maggioranza per cambiare la Costituzione?
Oltre all’elemento, già di per sé decisivo, della contingenza geopolitica che spinge all’autoritarismo, c’è un’analisi semplice, concreta e radicata nella storia recente della nostra comunità. E va riportata alla memoria prima di entrare in cabina elettorale.
Negli ultimi dieci anni, in mancanza delle leggi di piena cittadinanza e di tutela per le persone LGBTIAQ+ (che avrebbe dovuto fare il Parlamento, sinistra inclusa), qual è l’organo italiano che più ha difeso i diritti delle persone lesbiche, gay, trans, bisessuali, intersessuali, aroace e queer+ di questo Paese?
Dei tre poteri poteri, giudiziario, legislativo ed esecutivo, qual è il potere che ha emesso sentenze a protezione delle nostre vite? Dei nostri figli? Delle nostre identità?
È il potere giudiziario. Certo, questo elemento fornisce una fotografia perfetta delle storture del nostro Paese.
I giudici che fanno il lavoro dei politici. Per fortuna, diciamo noi persone LGBTIAQ+.
No, non possiamo permetterci che questa marmaglia sciagurata dalle evidenti pulsioni neofasciste, e lo diciamo con la convinzione che trasuda dalla carne delle nostre vite vessate, azzoppi la magistratura italiana.
Senza andare troppo indietro, proprio i fatti degli ultimi sette giorni forniscono un quadro di realtà incontrovertibile.
Il divieto di adozione per le coppie omogenitoriali è costituzionale? Parola alla Corte
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GPA, la Cassazione torna alle Sezioni Unite
La Corte di Cassazione ha chiesto al suo massimo organo di decidere come tutelare i bambini nati da maternità surrogata, riconoscendo che l’adozione non basta a garantire loro gli stessi diritti degli altri figli. La Giustizia, ancora una volta, prova a rattoppare le falle disumane che la politica ha inferto alle persone LGBTIAQ+.
UE: ogni Stato deve riconoscere il genere dei cittadini
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Ucraina, la Corte Suprema riconosce Zoryan e Tymur come famiglia
Il 25 febbraio la Corte Suprema ucraina ha confermato definitivamente il riconoscimento di una coppia gay come famiglia. Nel frattempo però dal Parlamento arriva una proposta di riforma del Codice Civile che rischierebbe di cancellare tutto.
Ungheria, la Russia forza prigionieri ucraini a fare propaganda per Orbán
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Slovenia al voto, i diritti LGBTIQ+ nel mirino
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Il Parlamento del Senegal ha approvato la legge che raddoppia le pene per le relazioni omosessuali e introduce il reato di apologia, punibile fino a 7 anni. Manca solo la promulgazione del presidente Faye.
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In un Paese dove l’omosessualità è ancora reato, un tribunale di Nairobi ha condannato due uomini per l’aggressione a sfondo omofobo. Una sentenza storica che potrebbe scoraggiare i cartelli criminali che terrorizzano la comunità queer.
Il sindaco gay di FdI sposa il sindaco leghista, ma nel 2022 era contro i diritti LGBTQ+
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“Fr*ci, ebrei, immigrati”: cellula neofascista smantellata a Roseto degli Abruzzi
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Uscito il 12 marzo, il gioco medievale italiano con protagonista una cavaliera queer è stato travolto da attacchi omotransfobi di content creator conservatori, italiani e stranieri, che lo accusano di promuovere “agende moderne”. Un esempio di come la propaganda reazionaria e refressiva dell’internazionale di destra stia pervadendo le comunità digitali grazie al controllo delle tecnologie.
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