In Perù il presidente conservatore apre alle coppie dello stesso sesso. José Jerí, capo dello Stato ad interim dal 10 ottobre 2025, in tv con il conduttore Beto Ortiz ha detto di essere “tal cual” a favore di una legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso, ma ha ribadito il suo no alle adozioni omogenitoriali. (qui il video)
Jerí ha parlato di una “convinzione personale” che lo allontana in parte dalla sua formazione cattolica:
“Non posso essere indifferente a come le persone vogliono esprimere i propri affetti”
Il presidente peruviano ha precisato di “non essere convinto” che le coppie LGBT+ possano adottare, perché a suo dire la società peruviana “non è pronta” e lo Stato deve “proteggere il minore”. Le sue parole hanno diviso l’attivismo LGBTIAQ+ del Paese: per Red Peruana TLGB sono “briciole” con cui il governo prova a rifarsi l’immagine. L’ong queer contesta alla destra una retorica anti-LGBTIAQ+ che spesso accosta la comunità alle violenze sui bambini.
Lo scorso 17 maggio, a Piura, si erano svolte le prime nozze simboliche LGBTI+ celebrate pubblicamente nel nord del Paese. Un evento promosso dalla stessa Red Peruana TLGB che ha riunito coppie, attivisti e realtà locali in un gesto di visibilità e resistenza, dimostrando come, nonostante il vuoto legislativo, l’uguaglianza continui a essere rivendicata nello spazio pubblico.
Eduardo Juárez , portavoce della Rete LGBTI peruviana, ha dichiarato a Exitosa che il presidente Jerí, in relazione alle sue dichiarazioni che aprono a un riconoscimento minimo per le coppie gaylesbo, ma stigmatizzando l’idea dell’adozione perché “pericolosa per i minor”, sta perpetuando stereotipi e limitando l’accesso ai diritti umani fondamentali “per una popolazione storicamente discriminata “. Le sue parole:
“Sappiamo che le persone LGBTI non sono pericolose; piuttosto, sono una popolazione che storicamente ha vissuto in pericolo. È preoccupante che il presidente di questo Paese si faccia avanti e rilasci dichiarazioni che, dal nostro punto di vista, sono irresponsabili, rafforzando queste narrazioni pregiudizievoli e stigmatizzanti”
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Chi è José Jerí
José Jerí, avvocato, classe 1986, militante del partito di centro Somos Perú, è diventato presidente per successione costituzionale dopo la destituzione di Dina Boluarte. Si definisce di centro e pragmatico, ma è percepito come vicino al conservatorismo. Governa un Congresso frammentato, dominato da forze di destra, mentre ONG e organismi internazionali denunciano nuove leggi anti democratiche.
Perù sull’orlo dell’autoritarismo
Negli ultimi mesi il Perù è finito nel mirino di ONU, Amnesty e Human Rights Watch per una serie di iniziative che restringono lo spazio civico e comprimono i diritti delle persone trans. Il Congresso ha discusso norme che aumentano il controllo statale sulle ONG, limitano i finanziamenti esteri e facilitano la sospensione delle organizzazioni critiche al governo. Parallelamente, dopo le proteste del 2022-2023, sono state introdotte misure che ampliano i reati legati all’ordine pubblico e rafforzano i poteri della polizia, con il rischio di criminalizzare il dissenso.
Perù e diritti LGBTIAQ+
Sul fronte dei diritti LGBTIAQ+, in particolare trans, gruppi conservatori e partiti di destra spingono progetti di legge che vieterebbero la rettifica anagrafica, restringerebbero l’educazione sessuale inclusiva e limiterebbero l’uso del nome e dei pronomi scelti. Secondo Amnesty e ILGA, il Perù è oggi tra i Paesi sudamericani che più stanno retrocedendo nei diritti di genere.
Nel maggio 2024, sotto la presidenza di Dina Boluarte, le persone trans, non binarie e intersessuali sono state classificate mediante decreto ministeriale come “malate di mente”.
Nessun riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso, niente matrimonio egualitario né unioni civili, nonostante nel 2024 la Commissione Giustizia del Congresso abbia approvato un progetto di unione civile poi rimasto fermo, a seguito della sentenza di un tribunale nel 2023. Gli atti omosessuali sono legali e dal 2017 esistono norme contro i crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere, ma l’omolesbobitransfobia sociale e istituzionale resta forte.
- Leggi >Papa Leone XIV, cosa dice la comunità LGBTQ+ cattolica di Perù e USA su Robert Francis Prevost
L’apertura di Jerí alle unioni civili arriva dunque in un contesto molto conservatore e sembra più una mossa di riposizionamento che una rivoluzione, come spiegano le ong queer del Paese: un presidente che resta pro-life e contrario all’aborto, ma che dice di voler riconoscere almeno il diritto delle coppie LGBT+ a una tutela minima. Un copione che ricorda solo in parte quello del leader messicano del PAN Jorge Romero Herrera, che nei giorni scorsi ha rivendicato il sostegno alle famiglie omogenitoriali, dentro una destra che prova tuttavia a diventare liberal-conservatrice.
COMUNICATO INTEGRALE DI RED PERUANA TLGB
La comunità LGBTI ha reagito con forza alle dichiarazioni del presidente ad interim José Jerí, dopo che in un’intervista televisiva aveva affermato di non essere “convinto” nel sostenere il diritto all’adozione per le coppie dello stesso sesso. La Rete LGBTI peruviana ha definito la posizione del presidente stigmatizzante e ha accusato l’Esecutivo di promuovere una cittadinanza con “diritti incompleti”.
La dichiarazione, rilasciata il 24 novembre, è arrivata dopo l’intervista di Jerí a Beto Ortiz, in cui ha ribadito il suo sostegno alle unioni civili, ma ha escluso la promozione di diritti come il matrimonio tra persone dello stesso sesso o l’adozione. La Rete ha risposto con un messaggio forte: “Non siamo stupratori né meritiamo briciole”, alludendo ai pregiudizi che, a loro dire, sono alla base dell’argomentazione del “superiore interesse del bambino” utilizzata dal presidente.
Secondo l’organizzazione, associare la popolazione LGBTI+ a un presunto rischio per bambini e adolescenti non solo è privo di prove, ma perpetua anche stereotipi storicamente utilizzati per limitare i diritti civili. “Se il presidente fosse veramente preoccupato per i bambini, presenterebbe proposte concrete per affrontare la violenza sessuale subita da migliaia di minori in Perù”, sottolinea il documento.
La Rete LGBTI+ mette inoltre in discussione la proposta del governo di una cittadinanza differenziata, difendendo le unioni civili ma non il matrimonio tra persone dello stesso sesso o la possibilità di formare famiglie con le stesse garanzie legali. “Non chiediamo il matrimonio religioso. Chiediamo l’uguaglianza civile”, sottolinea il testo.
