Portogallo, avanza l’estrema destra di Chega che vuole smantellare i diritti LGBTIQ+

Il prossimo governo, indebolito dal crollo dei socialisti, potrebbe chiedere l'appoggio dell'estrema destra di Chega. Cosa rischia davvero la comunità LGBTIQ+?

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André Ventura, leader e fondatore del partito di estrema destra Chega, e Luís Montenegro, leader del partito di centrodestra riconfermato alle parlamentari di maggio 2025
7 min. di lettura

Fino a ieri, il Portogallo era l’eccezione virtuosa. Un Paese capace di preservare un equilibrio raro: la modernizzazione sociale senza lacerazioni ideologiche, l’inclusione legislativa delle persone LGBTQIA+ senza i contraccolpi di piazza visti altrove. Dalla legalizzazione del matrimonio egualitario nel 2010 al recente divieto delle terapie riparative, passando per l’autodeterminazione di genere, la genitorialità omogenitoriale e una rete di protezione tra le più robuste d’Europa. Una traiettoria costante, che ha fatto di Lisbona una delle capitali europee più avanzate in tema di diritti civili. Ma nessun Paese, neanche il più avanzato, è immune alle derive reazionarie. E il Portogallo, oggi, ne è forse l’esempio più eloquente.

Le elezioni legislative anticipate del 18 maggio 2025 – le terze in meno di tre anni – hanno riconfermato alla guida del governo la coalizione di centrodestra Aliança Democrática, capeggiata da Luís Montenegro. Una coalizione già salita al potere nel marzo 2024, dopo la caduta del governo socialista, ma durata meno di un anno, travolta da scandali e fragilità parlamentare. Questa volta, però, il contesto è ancora più incerto: la coalizione ha vinto, ma non ha i numeri per governare da sola, e potrebbe essere costretta ad aprirsi – formalmente o di fatto – al sostegno di Chega, partito di estrema destra che ha ottenuto un risultato storico. Non si tratta di un’ipotesi così lontana: già lo scorso ottobre, Montenegro era stato costretto a smentire in fretta e furia le indiscrezioni secondo cui avrebbe avviato colloqui riservati con Ventura per sondare un possibile ingresso di Chega al governo.

A pesare è stato il crollo drammatico del Partito Socialista, punito da anni di usura di governo, inchieste per corruzione e promesse mancate sul fronte sociale. Ma il segnale più inquietante è l’avanzata clamorosa dell’estrema destra: con 58 seggi, Chega ha eguagliato la rappresentanza parlamentare dei socialisti, scalzando ogni precedente equilibrio. La monolitica opposizione di Montenegro a una possibile alleanza potrebbe dunque presto vacillare.

Il Paese che a giugno ospiterà per la prima volta l’EuroPride si risveglia così profondamente diviso. E il copione è tristemente noto. Da un lato, la società urbana, giovane e cosmopolita che ha reso possibile una delle legislazioni LGBTQIA+ più avanzate al mondo. Dall’altro, un elettorato sempre più sedotto dalla retorica dell’“ordine” e della “normalità, esasperato da diseguaglianze strutturali e disposto a sacrificare diritti e pluralismo in nome della sicurezza, della reazione e della rappresentanza identitaria.

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Per parlare del futuro serve però fare un tuffo nel passato. Se oggi il Portogallo è riconosciuto come uno dei Paesi più avanzati d’Europa in materia di diritti LGBTQIA+, lo si deve a un’evoluzione risultato di una lenta, ma costante trasformazione culturale e politica, maturata nell’arco di due decenni e resa possibile da un intreccio virtuoso tra società civile, volontà politica progressista e una crescente apertura dell’opinione pubblica. Un percorso che ha attraversato fasi di diffidenza, resistenze silenziose e contraddizioni storiche, ma che ha saputo produrre una delle architetture legislative più solide del continente.

La svolta arriva nel 2010, quando il Portogallo – a maggioranza cattolica, con un passato recente di dittatura clerico-autoritario – diventa l’ottavo Paese al mondo a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La certificazione di una discontinuità politica, voluta dal governo socialista di allora e sostenuta da una parte significativa della popolazione urbana. Di lì a poco, seguiranno l’introduzione dell’adozione omogenitoriale (2016), l’accesso alla procreazione medicalmente assistita per coppie lesbiche e donne single, e infine una delle leggi più avanzate in Europa sull’identità di genere, approvata nel 2018, che ha sancito l’autodeterminazione a partire dai 16 anni, senza necessità di diagnosi mediche o perizie psichiatriche.

La protezione della dignità personale è così diventata, progressivamente, un principio trasversale. Dal 2004 la Costituzione vieta espressamente ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Il codice penale riconosce come aggravante i crimini d’odio motivati da omofobia e transfobia. Le terapie di conversione sono state vietate nel 2024, col sostegno di quasi tutto l’arco parlamentare. E a livello istituzionale, il Portogallo si è distinto per una serie di piani d’azione contro la discriminazione, campagne scolastiche, formazione delle forze dell’ordine e sostegno pubblico a ONG e centri antiviolenza specializzati.

Risultati costruiti, giorno dopo giorno, da una rete dinamica di attivisti, associazioni, genitori e giovani, che ha saputo occupare lo spazio pubblico con intelligenza e tenacia. Organizzazioni internazionali come ILGA Portugal, Rede Ex Aequo e Amplos hanno fatto il resto, con campagne educative, formative e di sensibilizzazione. Non è un caso se Lisbona ospiterà a giugno l’EuroPride 2025. È il riconoscimento internazionale di un cammino che ha fatto del Portogallo un riferimento in materia di uguaglianza e visibilità LGBTQIA+. Eppure, come sempre, la superficie luminosa nasconde le crepe.

Permangono infatti lacune rilevanti. La gestazione per altri è ancora vietata, anche nella sua forma altruistica. L’accesso alla sanità trans-specifica è teoricamente garantito dal sistema pubblico, ma in realtà ostacolato da carenze strutturali, liste d’attesa infinite e una rete di specialisti ancora insufficiente. I progetti scolastici di educazione affettiva e inclusiva, pur formalmente sostenuti dai governi di sinistra, hanno faticato a radicarsi ovunque. E la recente abrogazione della circolare pro-trans nei contesti educativi ha mostrato quanto fragile possa essere la tenuta dei diritti una volta acquisiti, soprattutto se non accompagnati da una cultura diffusa di rispetto.

Il dato politico delle recenti elezioni assume, sotto questa lente, una portata ancora più drammatica. Perché ciò che è stato conquistato con fatica e determinazione rischia oggi di essere eroso lentamente sfruttando proprio questi vuoti normativi. Non con una restaurazione esplicita, ma tramite la stessa delegittimazione silenziosa, fatta di tagli, omissioni, ambiguità, che sperimentiamo anche in Italia. E dalla stessa narrazione crescente che non riconosce più nei diritti LGBTQIA+ un patrimonio comune, ma li riduce a battaglie identitarie “di parte”, da neutralizzare.

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Alle elezioni legislative del 18 maggio 2025, il Portogallo ha dunque assistito a una svolta politica che ha pochi precedenti nella sua storia democratica. Il Partito Socialista, forza di governo quasi ininterrotta dal 2015 e protagonista delle principali riforme civili dell’ultimo decennio, ha subito un crollo verticale: appena 23,4% dei voti, 58 seggi su 230. Dato che segna drammaticamente la parità numerica con Chega, partito populista, reazionario e anti-diritti di estrema destra fondato appena sei anni fa, oggi divenuto la terza forza politica del Paese.

La minaccia è concreta: nel nuovo Parlamento, la coalizione di centrodestra Aliança Democrática, guidata dal leader del PSD Luís Montenegro, ha infatti ottenuto la maggioranza relativa (89 seggi), ma non quella assoluta. E per poter governare, il primo ministro riconfermato si trova ora stretto tra due opzioni: tentare l’ennesimo esecutivo di minoranza – già naufragato nel marzo precedente – o aprirsi al sostegno più o meno esplicito dell’estrema destra. È in questo spazio incerto, fatto di calcoli aritmetici e tensioni ideologiche, che si gioca la tenuta del modello portoghese di inclusione.

Perché Chega non è solo un partito “anti-sistema” in senso generico. La sua agenda, fin dalla fondazione, si è costruita attorno a una visione reazionaria e autoritaria della società. Il suo leader, André Ventura, ha fatto del linguaggio d’odio una cifra politica: dalla criminalizzazione dei Rom al disprezzo per l’immigrazione, fino all’ossessione per la fantomatica “propaganda LGBT” nelle scuole. Già in passato aveva tentato di lanciare un referendum per abrogare la legge sulle adozioni omogenitoriali. E nel suo programma 2025, tra le priorità esplicite, si legge la volontà di “porre fine alla promozione istituzionale del matrimonio gay” e “ristabilire l’educazione morale e civica nelle scuole”.

La retorica si è già tradotta in atti concreti. Già prima del voto di maggio, il precedente governo di centrodestra –  guidato sempre da Luís Montenegro, insediatosi dopo le elezioni anticipate del marzo 2024 e rimasto in carica per meno di un anno – aveva segnato una prima discontinuità significativa rispetto alla stagione progressista precedente. Nel marzo 2025, infatti, l’esecutivo – sostenuto in Parlamento dall’Iniciativa Liberal e con l’astensione strategica di Chega – ha abrogato la circolare scolastica varata nel 2023 dal governo socialista, che forniva linee guida per garantire il rispetto dell’identità di genere dell* student* transgender nelle scuole pubbliche. Una misura pensata per rendere sicuri gli ambienti educativi attraverso l’uso del nome d’elezione, l’accesso a spazi adeguati, la tutela della privacy.

La cancellazione di quella circolare – motivata dal capogruppo del CDS con un attacco frontale alla presunta “ideologia di genere” e all’“attivismo settario LGBT nelle scuole” – ha lanciato un segnale ideologico esplicito, un messaggio preciso al Paese. Per la prima volta dopo anni di consenso (seppur mai totale), le politiche LGBTQIA+ sono diventate un bersaglio sistematico e legittimato, un’agenda da smontare pezzo dopo pezzo.

La posta in gioco va però ben oltre una circolare.

Nel caso di un accordo, anche informale, tra l’AD e Chega, sono numerosi i fronti su cui potrebbero manifestarsi arretramenti, non sempre clamorosi, ma sistemici. A partire dall’educazione, dove la presenza di contenuti inclusivi è già messa in discussione. Ma anche nella sanità riproduttiva, dove l’accesso alla PMA per donne lesbiche potrebbe essere ristretto con motivazioni di “equità” o “contenimento della spesa pubblica”. Le associazioni LGBTQIA+, oggi in parte sostenute da fondi statali, potrebbero vedere drasticamente ridimensionato il proprio margine d’azione attraverso tagli selettivi, revisione dei criteri di finanziamento, riforme degli enti pubblici per le pari opportunità.

Infine, c’è il rischio più subdolo: la corrosione del clima sociale. Un governo che tollera – o legittima con il silenzio – il linguaggio d’odio, rende la discriminazione più accettabile. Ventura, pur dichiarando in alcune interviste di “non avere nulla contro i gay”, ha più volte rilanciato il concetto che “l’omosessualità non va incentivata” e che “le famiglie sono altro”. Non è difficile immaginare come questo discorso, amplificato dai media e normalizzato nelle istituzioni, possa trasformarsi in discriminazione quotidiana: a scuola, sul lavoro, nei luoghi pubblici. I dati già lo confermano: nel 2023 i crimini d’odio contro persone LGBTQIA+ sono aumentati del 38%, raggiungendo il picco massimo da quando se ne tengono statistiche ufficiali. Le cause sono complesse, ma una parte della società civile – da ILGA Portugal ad Amplos – non ha dubbi: la retorica politica conta, e lascia segni profondi.

Per fortuna, il Paese che ospiterà l’EuroPride non è rimasto in silenzio. L’abrogazione della circolare trans-inclusive ha generato una forte reazione da parte della comunità LGBTQIA+, con manifestazioni in diverse città, petizioni e appelli al Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, da sempre considerato garante dei diritti civili. Le ONG stanno rilanciando campagne di sensibilizzazione, le università continuano a promuovere iniziative inclusive, e persino alcuni esponenti del PSD hanno espresso imbarazzo per la piega presa dal dibattito interno.

Ma l’equilibrio è fragile. Il rischio non è tanto l’abolizione esplicita dei diritti acquisiti – difficilmente realizzabile in un Paese vincolato alle norme europee e a una Costituzione avanzata – quanto una lenta e silenziosa deresponsabilizzazione pubblica, che svuota le leggi del loro senso più profondo. E così, anche il Portogallo, l’ex modello, il Paese della rivoluzione dei garofani, rischia di diventare l’ennesimo esempio di come le conquiste civili non siano mai garantite, ma vadano difese ogni giorno. Con pazienza, con determinazione, con la consapevolezza che ogni parola – e ogni voto – ha un peso.

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