La crociata di Pro Vita contro la scuola inclusiva: a Chiavari il PD insorge contro i manifesti, a Brescia la sindaca li blocca

La campagna antigender di Pro Vita continua a far discutere: a Chiavari il sindaco difende i manifesti (ma il PD insorge), mentre a Brescia la sindaca Castelletti ne vieta l’affissione per messaggi ritenuti divisivi e discriminatori.

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I nuovi manifesti omotransfobici di Pro Vita
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La retorica “antigender” dell’associazione Pro Vita & Famiglia, lanciata attraverso una serie di manifesti contenenti messaggi che mettono in cattiva luce il lavoro degli attivisti LGBT e che da mesi invadono le principali città d’Italia, non accenna a fermarsi. Anche Chiavari ne è stata invasa, veicolando, ancora una volta, l’allarme circa la fantomatica “pericolosità” dell’educazione alle diversità nelle scuole. L’idea dell’associazione ultra-conservatrice, è quella che la “teoria gender” venga usata in ambito scolastico per ‘indottrinare’ i giovani studenti, costruendo una narrazione “falsa, pericolosa e profondamente offensiva”, come descritta da Antonio Bertani, Segretario del Partito Democratico di Chiavari, che ne chiede a gran voce la rimozione immediata. Ad opporsi all’affissione dei manifesti targati Pro Vita a Brescia, invece, è stata la sindaca della città lombarda, Laura Castelletti (centro sinistra) che li ha vietati.

Manifesti Pro Vita a Modena e Piacenza

Manifesti Pro Vita a Chiavari: per il sindaco non sono offensivi

Il primo cittadino di Chiavari, Ferito Messuti, si è espresso sui manifesti di Pro Vita – che ha persino avviato una petizione al fine di impedire ogni qualsivoglia iniziativa nelle scuole che affronti tematiche relative alla comunità LGBTQ+ e ai temi legati alla sessuo-affettività, definendole “pericolose” e “dannose”.

Nonostante i messaggi discutibili, veicolati attraverso l’uso di immagini raffiguranti giovani studenti e studentesse ai quali vengono attribuite frasi del calibro di: “Oggi a scuola un attivista LGBT ha spiegato come cambiare sesso”, il sindaco Messuti avrebbe dichiarato nelle passate ore che quei manifesti diffusi in città resteranno affissi, dal momento che “non contengono nulla di offensivo, sessista o razzista”.

Il PD ne chiede la rimozione

A replicare alle parole del primo cittadino, è stato Antonio Bertani, Segretario del Partito Democratico di Chiavari, in un comunicato diffuso da LevanteNews.it, che invece ritiene doveroso affermare l’esatto opposto delle dichiarazioni di Messuti: “quei messaggi offendono profondamente molte persone, tra cui gli insegnanti, che ogni giorno svolgono un ruolo fondamentale nella crescita culturale, civile e umana delle nuove generazioni”, ha dichiarato.

Bertani ha rivendicato fortemente il valore di un’educazione che, a dispetto di quanto Pro Vita stia cercando di boicottare, possa invece essere basata sul rispetto delle differenze, sulla libertà, sull’inclusione. “La scuola pubblica non è un bersaglio, ma un presidio democratico da difendere. Alimentare sfiducia e pregiudizio verso chi lavora per una scuola più aperta e accogliente significa colpire il cuore stesso della nostra convivenza civile”.

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I manifesti Pro Vita & Famiglia

L’intervento di Rete Lenford e del Coordinamento Liguria Rainbow

Il segretario del PD di Chiavari ha ricordato come a Roma, dove i manifesti “antigender” sono comparsi sull’intero territorio, il Comune ne abbia disposto la rimozione immediata, ritenendo i messaggi veicolati carichi di “stereotipi contro la comunità LGBTQ+ e potenzialmente lesivi dello sviluppo dei minori”.

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Ad intervenire in Liguria, rammenta ancora Bertani, sono stati Rete Lenford e il Coordinamento Liguria Rainbow – tramite l’avvocata Gibelli -, chiedendo la rimozione dei cartelloni promossi da Pro Vita. La stessa avvocata ha ricordato che, “non si tratta di semplici manifesti, ma di strumenti di propaganda discriminatoria, che colpevolizzano chi compie scelte legittime di autodeterminazione”.

Per Bertani, infine, le istituzioni, tutte, dovrebbero rappresentare un argine contro la violenza morale, non diventare un megafono per chi alimenta – a suo dire – paura e disinformazione. E sceglie di schierarsi dalla parte della scuola, del rispetto e dei diritti, a sostegno di chi, ogni giorno, si impegna per costruire una società più giusta, più libera e più umana.

A Brescia vietati i manifesti Pro Vita: interviene la sindaca

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I nuovi manifesti omotransfobici di Pro Vita

Se il sindaco di Chiavari non avrebbe ritenuto offensivi i manifesti Pro Vita, un discorso diverso arriva da Brescia, dove la sindaca Laura Castelletti, in una nota, ha motivato la sua decisione di vietarne l’affissione:

“I cartelloni pro vita ‘Mio figlio no. Scuole libere dal gender’ non rispondono ai requisiti previsti per l’accesso al servizio delle pubbliche affissioni, che è riservato a comunicazioni con finalità istituzionali o sociali. I manifesti, infatti, non veicolano un’informazione utile o di interesse pubblico, ma trasmettono un messaggio fortemente divisivo e ideologico”.

La Sindaca – riporta EliveBrescia.tv – ha evidenziato come dal punto di vista sia visivo (con le immagini di bambini affranti e turbati) che testuale, “il contenuto del cartellone veicola un messaggio che non solo mette in discussione il diritto all’autodeterminazione dell’orientamento sessuale, ma esprime anche un giudizio negativo nei confronti della comunità LGBTQ+, suggerendo che la sua presenza nelle scuole sarebbe dannosa per i bambini”.

Un messaggio che, prosegue Castelletti, “oltre ad essere potenzialmente fuorviante — considerato che non risulta vi siano state iniziative scolastiche riconducibili al movimento LGBTQ+ nel territorio comunale — si configura come una distorsione della realtà finalizzata a creare allarme e ostilità, in contrasto con i principi di verità, correttezza e buona fede che devono caratterizzare l’uso degli spazi pubblici”.

Ritenendo questo tipo di comunicazione in contrasto con l’interesse pubblico e con i principi costituzionali di imparzialità, proporzionalità e rispetto della dignità della persona previsti dalla Costituzione, la sindaca ne ha giustificato il suo diniego all’affissione nella città di Brescia.

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