Per anni ha fatto parte dei danzatori professionisti di Amici, programma che l’ha reso popolare e con il quale ha conquistato il cuore di milioni di telespettatori. Ora il talento di Simone Nolasco ha fatto il giro d’Europa grazie a Troye Sivan che lo ha voluto con sé nell’ultimo tour. Lo spettacolo ha visto il ballerino protagonista di un numero hot divenuto virale che se da una parte ha divertito il pubblico internazionale, dall’altra ha fatto imbestialire alcuni utenti Italiani. Questi, furibondi, gli hanno rivolto la “minaccia” più temibile dei nostri tempi: la rimozione del ‘segui’ su Instagram.
Abbiamo incontrato Simone che tutto ci è parso tranne che scalfito dalla ripicca dei bacchettoni del web. A Gay.it l’artista ha raccontato la bellezza di sentirsi parte di una grande famiglia anche lontano da casa, così come le difficoltà vissute in passato mentre cercava di mettere a fuoco la propria identità e un sogno nel cassetto: danzare per Queen B.

Sei reduce da un tour con Troye Sivan. Un bilancio di questa avventura?
È stata una delle esperienze più belle che abbia fatto, in primis perché inaspettata, non avevo alcuna idea che sarei arrivato a lavorare con Troye, artista che ho sempre ammirato e cantante che mi piace molto. La cosa più bella che mi porto dietro è il senso di comunità e famiglia che c’è stato tra tutti noi della crew. Una connessione diretta, pura sin dall’inizio e che secondo me si è vista anche quando stavamo sul palco.
Com’è lui?
Molto umano, rispettoso del lavoro altrui ed empatico. Mi piace che non chieda mai il permesso di essere se stesso, non si fa problemi nel dire quello che pensa. Poi come professionista è pazzesco, conosce la musica, si occupa di mille cose nel campo artistico, è da ammirare.
Come è nata la scena del rapporto orale che avete interpretato sul palco?
Inizialmente la scena non doveva essere così, la posizione era diversa. Il cambio si deve a un’idea del regista dello spettacolo che in corsa l’ha trasformata in quel che avete visto.
Vi aspettavate tanto clamore?
Se posso dire la verità no. La potenza di quel momento è il fatto di non pensarlo come una cosa tabù. Fa parte della vita di chiunque, ma ha suscitato clamore perché non siamo abituati a vederlo su un palco. Fa “paura” perché ci mette in imbarazzo raccontando quel che in genere si vede solo in determinate situazioni e contesti. Anche quella però è vita, e su un palco si parla di qualsiasi cosa.
A chi vi ha tacciato di volgarità hai risposto con una citazione di Dalì: “L’arte è fatta per disturbare, la scienza per rassicurare”.
Gli artisti più iconici del panorama musicale, da Madonna a Prince e George Michael, sono personaggi che sono andati oltre: la vita è di tutti, non è qualcosa che dobbiamo celare dietro perbenismi o il politicamente corretto. Io credo nella verità: se ci sono un motivo e una spinta reale per fare qualcosa su un palco non si può parlare di volgarità, però sono punti di vista e li rispetto. Non mi ha dato fastidio essere stato attaccato o aver ricevuto “minacce” del tipo: “Smetto di seguirti”, perché non sono cose che mi interessano, ma mi ha fatto specie vedere che le uniche critiche rispetto a questa cosa e le cose più brutte siano state dette tutte da Italiani. Non perché mi aspettassi supporto rispetto a quel momento, ma sono pur sempre un ragazzo italiano che dopo tanti anni in un programma televisivo è andato a lavorare all’estero, e mi è dispiaciuto che questa volgarità sia stata vista solo in Italia. Altrove non è stato così.

C’è chi si è spinto oltre e ha scritto: “Con la scusa della lotta all’omofobia state sorpassando tutti i limiti del buon gusto”.
Questo è uno dei commenti che mi è rimasto più impresso, come anche chi ha scritto: “E adesso non mi venite a dire che è per la lotta all’uguaglianza”, come a dire: “Già vi stiamo accettando, ora volete pure questo?”. È proprio questo il problema e la cosa più triste del nostro Paese: non si dovrebbe fare fatica ad accettare un altro essere umano, indipendentemente dai suoi gusti e dalle sue caratteristiche. Tolleranza e comprensione credo siano valori basilari dello stare al mondo, ecco perché commenti simili mi fanno cascare le braccia e mi spingono a rispondere con le mie motivazioni. Non sono uno che replica agli haters ma – come quando incontro una persona maleducata o che tratta male qualcun altro – se prima stavo zitto adesso con diplomazia cerco di far capire il mio pensiero. Dopo che quell’individuo si sente dire una determinata cosa più volte, magari a un certo punto gli entra in testa che c’è qualcosa che non va in lui, non negli altri.
Pensi che se protagonisti di quella scena fossero stati un uomo e una donna i commenti sarebbero stati più clementi?
Nessuno si sarebbe accorto di nulla. Ti faccio un esempio: il reggaeton, che è uno dei generi musicali più diffusi tra i teenager e anche tra i più piccoli, mette l’uomo in una posizione di superiorità rispetto alla donna, ed è tutto a sfondo sessuale anche nei video musicali. Credo non ci sia altro da aggiungere. Secondo me il problema non si sarebbe posto nemmeno se fossero state due donne. La maggior fonte d’odio è proprio verso l’idea di due uomini insieme, perché se sei lesbica un uomo etero si eccita a guardarti, se sei omosessuale fai schifo sia per una donna che per un uomo etero. È ancora più brutale questa differenza dentro la differenza.

Facciamo un passo indietro. Ho letto che la prima volta che sei andato a lezione hai pianto, perché?
Non ci volevo andare, mia mamma mi ci ha portato a forza. Avevo provato
qualsiasi tipo di sport ma non c’era nulla che mi appassionasse. Quella lezione di danza era la sua ultima spiaggia.
Col senno di poi ha fatto bene a forzare la mano.
Sì, la ringrazierò per sempre!
Che bambino sei stato?
Un bambino che voleva crescere. Sono sempre stato attratto dalle persone più grandi e mi piaceva conoscere il mondo degli adulti. Mi affascinava la libertà di poter fare quello che volevo. A scuola però ero diligente, non sono mai stato ribelle, forse perché ho riversato nella danza tutte quelle cose che a un bambino frullano per la testa.
Ora hai imparato a goderti i tuoi anni o non ti sei ancora placato?
Secondo me non mi placherò mai. Lo stare sempre in movimento e non sentirmi mai arrivato è una delle cose che amo più di me stesso. Mi stanco subito di tutto, e questo mi permette di reinventarmi sempre e non cullarmi sugli allori, però c’è stato un momento della mia vita in cui la continua ricerca era diventata una sorta di ossessione. Adesso sono più sereno, vivo di più il qui e ora.
Hai subìto bullismo per esserti dedicato alla danza da ragazzino?
Sì, mi è capitato. Non è stata una cosa particolarmente traumatica per me, non so per quale motivo. Tanti miei amici hanno lasciato la danza per questo, su di me invece il fatto di non piacere a qualche altro bambino non ha mai avuto quella stessa forza. Forse perché sono stato fortunato ad avere un gruppo di amici che mi hanno veramente voluto bene.
Negli ultimi mesi, dopo le dichiarazioni di Giuliano Peparini, si è parlato di abusi nel mondo della danza. È un problema che hai toccato con mano?
Non sulla mia pelle fortunatamente, e non mi è mai capitato di vedere da vicino una situazione del genere, però so di racconti di persone alle quali è successo. Quando si tratta di voci riferitemi da terzi ci vado sempre piano perché in altri campi mi è capitato che alcuni inventassero gossip solo per divertimento. Tornando alla danza, non saprei dare la mia opinione su quanto questo fenomeno sia presente. So che c’è, esiste, ma non sono ferrato.
Nel caso di situazioni oggettive, però, l’invito è sempre a denunciare.
La denuncia è un atto di coraggio e bisogna assolutamente farlo. Non c’è altro modo.

In un vecchio post hai ammesso di esserti sentito sbagliato per tanto tempo e di aver desiderato di essere “normale”.
Ho fatto fatica ad accettare la mia sessualità, perché non sono mai stato un ragazzo a cui è piaciuto mettersi delle etichette. Ho faticato ad accettarmi io in primis e a immaginare che gli altri potessero accettarmi a causa di tante cose brutte che ho visto fare ad altri miei amici che, a differenza mia, non avevano problemi nel parlare di loro stessi e i cui gusti sessuali erano più palesi. Quando ero piccolo cercavo di rimanere nella mia tana proprio perché avevo una grande paura del giudizio altrui. È qualcosa che ho combattuto col tempo iniziando ad amare me stesso, e questo mi ha permesso di capirmi e di smettere di lottare con chi ero veramente.
Quando hai fatto coming out in famiglia e come è andata?
Non ricordo ma è avvenuto abbastanza avanti con l’età, forse avevo 21-22 anni. È andata benissimo, ho una famiglia stupenda: mia madre e mio fratello sono stati molto carini con me.
Attualmente c’è spazio per l’amore nella tua vita?
Sempre, perché sono una persona molto passionale ed emotiva, non sono un lupo solitario. Per un periodo ho condiviso questa parte della mia vita con le altre persone attraverso i social, ma non mi ha dato tanta gioia. Mi sono sentito molto messo in piazza perché è successo senza che lo volessi, l’ho fatto più per l’altra persona, ma mi sono reso conto – come è sempre stato – che è una cosa che mi piace tenere per me.
Veniamo ad Amici, programma che ti ha dato la popolarità. Da fuori mi è sempre sembrato uno spazio sicuro – soprattutto per persone appartenenti alla comunità queer – di esprimersi non solo a livello artistico ma anche ad uno più intimo e personale. Ti ci ritrovi?
Assolutamente sì, è uno spazio sicuro per tutte quelle persone che hanno un sogno e vogliono provare a realizzarlo, ma la cosa più bella di quel programma è che nel frattempo capiscono anche tante cose di sé e vengono aiutate nel far uscire la loro vera identità. È un grande pregio al giorno d’oggi avere un posto e delle persone che si preoccupano di come sei, di come vuoi essere, di dirti che hai sbagliato, farti capire che si può migliorare e rimediare e che non c’è niente che non vada in te.
Non solo ballo, diversi brand ti ingaggiano come volto delle loro campagne pubblicitarie. Che effetto fa essere un sex symbol?
Mi fa piacere ma io non mi ci sento. Anche quello è un aspetto che amo molto del mio lavoro, mi piace essere fotografato e creare contenuti, mi sento a mio agio davanti all’obiettivo. Poi se mi incontri in discoteca sono quello che sta di lato e non si mette al centro della pista.
Ti piace giocare con la tua immagine e col tuo corpo non solo per motivi legati alla danza quindi.
Assolutamente sì, la danza è il mio mezzo di comunicazione principale però ho così tanti interessi e voglia di scoprire altre cose che non mi piace limitarmi.
Tu con Troye Sivan, Andreas Müller e Michele Barile che di recente hanno ballato per Christina Aguilera, Giuseppe Giofrè con le grandi popstar: stiamo vivendo un boom dell’Italia che si sta facendo largo anche nella danza più glam e pop?
Sono d’accordo con te, credo che stia iniziando ad esserci un’educazione al pubblico nei confronti della popstar. In Italia non abbiamo mai avuto figure di quel tipo, ecco perché tanti ballerini sono andati all’estero, però l’avvento di artiste come Elodie e Gaia sta portando in Italia anche quella danza glam che è un aspetto molto grande e divertente del nostro lavoro e mancava nel nostro Paese. Sono molto contento di quel che sta succedendo e delle cose che stanno cambiando.
Per quale superstar vorresti ballare?
Il mio sogno più grande sarebbe quello di potermi esibire per Beyoncé, però penso ci sia un problema di colore (ride, ndr). Lei ha sempre ballerini e artisti afroamericani, ma mai dire mai nella vita.
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Cosa ne pensi?
Che paese provinciale!!! :-(