Singapore, diritti LGBTQIA+: il governo apre (con cautela) al dibattito sul matrimonio egualitario

Uno dei più solidi partner commerciali della Cina mostra sottili, ma significative aperture verso i diritti LGBTQIA+. E tra le file del partito di governo prende posto, per la prima volta, una voce dichiaratamente queer.

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Secondo un sondaggio IPSOS del 2024 più della metà dei singaporiani sostiene il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso
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Che Singapore non fosse più la roccaforte conservatrice che era un tempo lo si era già intuito nel 2022, quando il governo decise di abrogare la famigerata Sezione 377A del Codice Penale, che criminalizzava i rapporti sessuali tra uomini. Ma negli ultimi mesi, l’impressione è che l’apertura verso i diritti LGBTQIA+ stia procedendo — seppur con cautela — anche su un altro fronte: quello del riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso.

A lasciare aperto uno spiraglio è stato nientemeno che il primo ministro Lawrence Wong, intervenuto a gennaio 2025 a un incontro pubblico con quasi novecento studenti  al Centro Culturale dell’Università Nazionale. Quando gli è stato chiesto se Singapore avrebbe mai riconosciuto il matrimonio egualitario, Wong ha scelto di non escluderlo del tutto.

Qui, dove secondo un sondaggio IPSOS del 2024 più della metà delle persone sostiene il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, ha parlato di evoluzioni graduali, di dibattiti sociali da accompagnare piuttosto che ostacolare, suggerendo che perfino all’interno del Partito d’Azione Popolare (PAP), al governo da decenni, qualcosa stia cambiando. Una sensazione confermata dalla presenza, pochi giorni dopo, dell’attivista ed avvocata LGBTQIA+ Deryne Sim a un evento pubblico al fianco del ministro degli Interni e della Giustizia K. Shanmugam. Sim oggi è membro del PAP, e ci sono ipotesi su una sua futura candidatura alle elezioni generali previste per novembre.

Singapore e matrimonio egualitario, il governo conservatore aperto al confronto

Singapore non ha però mai fatto le cose in fretta. In un sistema costruito sulla stabilità e sulla gestione calibrata del dissenso, ogni passo avanti è il frutto di una lunga incubazione. La fine della Sezione 377A, per esempio, è arrivata solo nel 2022, dopo anni di pressioni da parte della società civile e numerose petizioni, la più importante delle quali – Ready4Repeal – ha raccolto migliaia di firme in poche settimane.

La norma, che non era più applicata da tempo, continuava però a esercitare una funzione simbolica: ricordava, in modo silenzioso ma costante, che le relazioni tra persone dello stesso sesso non godevano di alcuna legittimità. La sua abrogazione, accolta con entusiasmo dalla comunità LGBTQIA+, è stata però subito accompagnata da una mossa di segno opposto: l’inserimento nella Costituzione della definizione eterosessuale di matrimonio, a mo’ di diga contro ogni futura riforma. Un modo, dichiararono allora i vertici del PAP, per proteggere il “consenso sociale” sul significato della famiglia.

Ma la società non resta mai immobile, nemmeno dove il controllo è più saldo. E così, nel gennaio del 2025, qualcosa si è incrinato. Davanti a una platea di studenti universitari, il primo ministro Wong ha affrontato apertamente il tema del matrimonio egualitario. Lo ha fatto con l’equilibrismo che ci si aspetta da un leader che deve parlare a un Paese diviso tra spinte modernizzatrici e solide sacche di conservatorismo, ma senza evitare la domanda.

La posizione del governo è di lasciare che le cose seguano il loro corso naturale – ha detto –. Le persone discuteranno, avranno opinioni, e i loro punti di vista potrebbero evolversi nel tempo”. E ancora: “Non so davvero come evolverà la situazione. Sediamoci e parliamone, continuiamo a confrontarci e facciamolo in modo organico”.

Parole che, pronunciate altrove, potrebbero sembrare prudenti fino alla vaghezza. Ma che, nella Singapore del PAP, dove ogni virgola ha il peso di una dichiarazione programmatica, assumono un valore simbolico notevole. Per la prima volta, il capo del governo non respinge a priori l’idea di un cambiamento sul fronte del riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. Non promette, non pianifica, ma ammette la possibilità che qualcosa possa – legittimamente – cambiare.

Singapore, una nuova voce tra le file del potere: chi è Deryne Sim

A rafforzare l’impressione che qualcosa si stia muovendo è stato un evento pubblico tenutosi cinque giorni dopo, durante le celebrazioni del Capodanno lunare a Yishun Town. Tra i rappresentanti del PAP presenti – incluso il potente ministro degli Interni e della Giustizia K. Shanmugam – c’era anche lei, Deryne Sim, avvocata lesbica quarantenne, con alle spalle una carriera brillante nella consulenza legale per multinazionali dell’intrattenimento, ma soprattutto un profilo attivista che stride con il pedigree tradizionalista del partito.

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Membro di Pink Dot, il principale movimento per i diritti LGBTQIA+ di Singapore, Sim è anche direttrice esecutiva di “Same But Different”, progetto che raccoglie e diffonde strumenti legali a sostegno delle famiglie arcobaleno.

Non è la prima volta che figure provenienti dalla società civile vengono integrate nei meccanismi del PAP, ma l’ingresso di una personalità così esplicitamente associata alla causa LGBTQIA+ rappresenta una novità – se unita anche al fatto che diversi rappresentanti del partito sono stati avvistati, sporadicamente, ad alcuni eventi queer. E infatti, sebbene Shanmugam abbia preferito glissare sulle sue future candidature, ha confermato che Sim è da tempo una collaboratrice stabile del partito a livello locale, attiva nelle Meet-the-People Sessions e coinvolta in numerose attività comunitarie.

Dal canto suo, Sim ha confermato alla stampa di essere ufficialmente iscritta al PAP. A chi le chiedeva come si fosse avvicinata alla politica, ha risposto con semplicità: “Ho incontrato il ministro a un evento. Mi ha invitata a vedere come funziona la macchina del partito, e da lì ho cominciato a restare coinvolta come volontaria”.

Ma se la biografia appare lineare, il significato politico della sua ascesa è tutt’altro che neutro. L’attenzione verso la tematica LGBTQIA+ da parte di partito che ha storicamente ignorato, e talvolta ostacolato, le rivendicazioni della comunità, è la spia di una trasformazione più ampia, che mostra l’adattamento di un partito egemone al mutare delle sensibilità sociali. Una strategia di sopravvivenza più che una dichiarazione di principio. Ma a Singapore, dove il potere si misura anche in ciò che si lascia intravedere senza mai dirlo esplicitamente, l’effetto può essere sorprendentemente concreto.

Singapore, solido partner commerciale con la Cina, apre ai diritti LGBTQIA+

Se Singapore sceglierà dunque di intraprendere il percorso per la legalizzazione del matrimonio egualitario, tuttavia, l’impatto di questa decisione si estenderà ben oltre confine. Parliamo infatti del cuore finanziario e logistico del Sud-est asiatico, nonché interlocutore strategico per le grandi potenze globali, prima fra tutte la Cina. 

I rapporti tra Singapore e Pechino sono solidi, ma non scontati. Le due economie si intrecciano in progetti congiunti, investimenti multimiliardari, partenariati infrastrutturali. Singapore è snodo cruciale della nuova Via della Seta e piattaforma preferenziale per le aziende cinesi che vogliono espandersi nella regione. Ma la città-Stato ha sempre mantenuto una postura indipendente, rifiutando ogni allineamento ideologico.

Coltiva relazioni forti anche con Washington, partecipa ad esercitazioni militari congiunte, e custodisce una cultura giuridica e istituzionale di stampo occidentale. In questo contesto, una legalizzazione del matrimonio egualitario sarebbe meno un atto di rottura e più un tassello coerente con il racconto che Singapore fa di sé: una nazione efficiente, moderna, globale.

Ma in un’Asia in cui molti governi mantengono posizioni ambigue o apertamente ostili verso le persone LGBTQIA+, la scelta di Singapore – Paese a maggioranza etnica cinese – di riconoscere legalmente le unioni tra persone dello stesso sesso potrebbe diventare una forma di pressione silenziosa. Un precedente che inquieta i regimi più autoritari, che ispira chi resiste, che ridisegna le coordinate possibili del vivere civile nel continente. Pechino, che negli ultimi anni ha irrigidito la censura contro ogni rappresentazione queer, potrebbe certo guardare con sospetto a un partner che si apre su un fronte che considera ancora tabù.

Ma difficilmente ci saranno ritorsioni. Troppo forti gli interessi economici, troppo preziosa la funzione di Singapore come snodo intermedio tra mondi che dialogano sempre meno. Se qualcosa cambierà, sarà nella narrazione: la città-Stato, già percepita come modello di efficienza e pluralismo in una regione complessa, potrebbe assumere anche un ruolo simbolico per le comunità LGBTQIA+ asiatiche – proprio come Taiwan. Un faro in miniatura, da cui osservare come si può cambiare, senza per forza bruciare i ponti con il passato.

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