Sanremo 2018: Gino Paoli ricorda il ‘diverso’ Umberto Bindi, discriminato perché omosessuale

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Deriso, massacrato, umiliato perché omosessuale e infine dimenticato, Umberto Bindi è stato omaggiato da Claudio Baglioni e Gino Paoli al Festival di Sanremo.

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Nel corso della 3° serata del Festival di Sanremo andata in onda ieri, con share bulgaro superiore al 52%, quasi 11 milioni di telespettatori e la battutaccia di Favino su Conchita Wurst, c’è stato un inatteso ma doveroso omaggio ad uno dei cantanti italiani più discriminati di sempre, solo e soltanto perché omosessuale. Umberto Bindi.

Gino Paoli, suo grande amico, l’ha ricordato con parole d’affetto, dedicandogli Il nostro concerto, al vertice dei singoli più venduti nel 1960 per 10 settimane.

‘Vorrei ricordare questo nostro amico, grande musicista, massacrato nell’attimo più giusto della sua cariera da un odio che spesso ancora oggi resiste contro i diversi, i diversi che hanno qualcosa in più e non qualcosa in meno. Era Umberto Bindi. E questa era la canzone che sarebbe stata il suo lancio, se non ci fosse stato questo odio’.

Detto che non siamo ‘diversi’, ma semplicemente omosessuali, Paoli e Baglioni hanno avuto il merito di ricordare dal palco dell’Ariston una delle figure più emarginate e penalizzate della musica nostrana, 60 anni fa sfacciatamente omofoba. A raccontarlo apertamente fu lo stesso Bindi, al Festival di Sanremo del 1996. I suoi problemi presero vita su quello stesso palco nel 1961, quando i giornali dell’epoca non si interessarono alla melodia della canzone da lui presentata bensì dell’anello che portava al dito. “Parlavano so­lo del mio anello al dito mignolo e, dunque, solo pettegolezzi e malignità, cattiverie e infamie. Della mia canzone non fregava niente a nessuno. Volevano solo sapere se ero finocchio“. Da allora quel che poteva essere non è semplicemente stato.

Deriso, massacrato, umiliato e infine dimenticato, Bindi è morto in povertà, senza un soldo in tasca. Sempre Gino Paoli, nell’aprile 2002, lanciò su Il Messaggero un appello affinchè gli venissero concessi i benefici della legge Bacchelli a sostegno degli artisti. Il vitalizio arrivò ma il mese dopo Umberto, in ospedale a causa di un rene fuori uso, quattro by-pass, un’angioplastica e il fegato distrutto da un principio di cirrosi, morì. Era il 23 maggio del 2002. Da allora nessuno ha più parlato di Umbero Bindi, dimenticato anche dopo la morte. Ecco perché un applauso, dinanzi al ricordo sanremese, va con forza esplicitato.

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