Nelle settimane preparatorie che seguono le elezioni americane e precedono l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto per il 20 gennaio, è ormai impossibile non notare un tratto comune tra le figure chiave scelte per il nuovo esecutivo repubblicano: la retorica d’odio.
Per la comunità LGBTQIA+, per gli immigrati, per le fasce più vulnerabili: poco importa chi sia il bersaglio, ciò che conta è che i satelliti attorno a Trump utilizzino una narrazione abbastanza incendiaria da distrarre gli americani dai problemi reali del paese, che la nuova amministrazione sembra non avere alcuna intenzione di affrontare.
E così, quando il nome di Pete Hegseth è stato avanzato da Donald Trump come prossimo Segretario alla Difesa – per intenderci, il capoccia del Pentagono – la comunità LGBTQ+ americana (e non solo) ha sentito un sinistro déjà vu.
Ex militare, ex conduttore di Fox News e figura controversa già nota per le sue posizioni ultraconservatrici, Hegseth sta infatti già facendo parlare di sé per i contenuti profondamente omobitransfobici del suo manoscritto di recente pubblicazione, The War On Warriors – dove difende la politica discriminatoria del Don’t Ask, Don’t Tell.
Chi è Pete Hegseth e le sue posizioni sulla comunità LGBTQIA+
Nato a Minneapolis il 6 giugno 1980, Peter Hegseth incarna perfettamente il profilo di quella destra populista da talk show alla Vannacci. Ex ufficiale della Guardia Nazionale e veterano di guerra, ha saputo trasformare il proprio passato militare in un trampolino di lancio verso la politica e la televisione, guadagnandosi una poltrona fissa nei salotti della rete conservatrice Fox News dal 2014.
Ma Hegseth non ha mai avuto intenzione di fermarsi al ruolo di opinionista. Durante il primo mandato di Donald Trump, di cui è stato un fervente sostenitore, ha rivestito il ruolo di consigliere informale in materia di sicurezza e veterani.
Nel 2016 il suo nome era già circolato per un posto di rilievo nel Dipartimento degli Affari dei Veterani, ma all’epoca gli era stato preferito David Shulkin. Il tempo, tuttavia, gli ha dato una seconda occasione: con l’annuncio del ritorno di Trump alla Casa Bianca, Hegseth è stato designato come 29° Segretario alla Difesa.
Nel suo libro del 2024, The War on Warriors, Hegseth traccia dunque un parallelismo inquietante e privo di alcun fondamento tra l’abrogazione della famigerata politica “Don’t Ask, Don’t Tell” e un presunto declino della prontezza militare statunitense.
Per chi non lo sapesse, la DADT, introdotta negli anni ’90 dall’amministrazione Clinton, permetteva a militari gay e lesbiche di servire a condizione di non dichiarare apertamente il loro orientamento sessuale. Normativa che, già all’epoca, fu criticata come un compromesso ipocrita, ma che solo nel 2011, sotto l’amministrazione Obama, fu finalmente abrogata.
Per Pete Hegseth, tuttavia, quel cambiamento non è mai stato una conquista di civiltà. Al contrario, oggi lo definisce una “breccia nel filo spinato” attraverso cui si sarebbero insinuati tutti i mali della “giustizia sociale“. Da allora, il suo mantra è sempre lo stesso: l’inclusione mina la coesione e l’efficacia delle truppe. Una narrativa che non porta prove concrete, ma che – come qualsiasi altra retorica reazionaria e populista totalmente scollegata dalla realtà – punta dritta al cuore delle paure conservatrici. Negli Stati Uniti, del resto, le truppe sono sacre: qualsiasi minaccia – concreta o meno – alla loro integrità è un pretesto perfetto per seminare odio.
Pete Hegseth e l’ossessione infondata per il “woke”
In numerose interviste, Pete Hegseth – instancabile nella sua crociata “anti-woke” – ha però ampliato le sue critiche alle politiche di inclusione per includere anche le donne in ruoli di combattimento e i militari transgender.
Secondo lui, queste decisioni sarebbero dettate non da necessità operative ma da una presunta “ingegneria sociale” orchestrata dai democratici. “Abbiamo un esercito più interessato all’apparenza e alla propaganda progressista che alla sicurezza nazionale“, dichiarava nel 2015 in un’apparizione su Fox News. E da allora, non ha mai fatto marcia indietro.
E così, la comunità transgender viene facilmente etichettata come parte di un “programma culturale” che, a suo dire, distruggerebbe le basi stesse dell’istituzione militare. Per Hegseth, l’esercito dovrebbe essere un baluardo di “virilità tradizionale” immune dai cambiamenti della società civile. Lo spauracchio è una presunta “marxistizzazione” delle istituzioni.
Come spesso accade con le narrative dell’estrema destra repubblicana, anche l’idea di un presunto indebolimento delle truppe statunitensi attribuito alla presenza della comunità LGBTQIA+ si sgretola però rapidamente di fronte alla realtà dei fatti.
I numeri, del resto, non mentono mai, anche quando raccontano una storia che a molti non piace ascoltare. Nel 2022, un sondaggio del Pentagono ha rivelato che il 17,5% delle truppe attive è composto da donne, mentre il 5,8% appartiene alla comunità LGBTQIA+. Una rivoluzione silenziosa, quella della diversità, che ha ridisegnato non solo i volti, ma anche le condizioni di lavoro all’interno dell’esercito.
Uno studio del Palm Center, figlio del tempo in cui la politica del Don’t Ask, Don’t Tell veniva finalmente archiviata, aveva dimostrato come aprire il servizio militare alle persone LGBTQIA+ non avesse portato ad alcun disastro operativo, bensì, al contrario a un netto miglioramento del clima nelle unità. Meno ansia, meno maschere da indossare, più personale concentrato sul dovere e non sul nascondersi.
E se Hegseth, come Trump, si scaglia sulla comunità transgender nell’esercito, uno studio della RAND Corporation, già nel lontano 2016, aveva smentito tale retorica esclusionaria. Nessun danno alla prontezza al combattimento né alla coesione delle unità. Anzi, un ambiente inclusivo risultava una manna per il morale e la fiducia reciproca delle truppe.
E a chi pensa che queste siano solo belle parole, risponde l’American Psychological Association, con uno studio più ampio sull’inclusione lavorativa in relazione alla produttività, che al tempo aveva dimostrato come le aziende inclusive mostrino risultati ben più soddisfacenti rispetto alle altre.
