La bandiera di Taiwan è recentemente scomparsa dalle tastiere degli smartphone Huawei in Italia, evento che coincide con il minaccioso dispiegamento di forze della Cina – quattordici aerei e sette navi da guerra – nello stretto tra i due paesi nelle ultime ventiquattro ore.

Come denunciato dal Ministero della Difesa taiwanese su X, il piccolo stato insulare, per ora indipendente dal regime di Xi Jinping, si trova di nuovo sotto minaccia concreta, oltre ai continui comunicati che disconoscono la sua indipendenza.

La principale ragione per cui la Cina mostra un interesse così marcato nella riannessione di Taiwan, territorio apparentemente di scarso valore strategico, è prevalentemente di natura economica. L’isola ospita infatti la celebre Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), colosso industriale che produce oltre la metà dei semiconduttori a livello globale.

Parliamo di componenti critici per il funzionamento di un’ampia varietà di dispositivi, che spaziano dai telefoni cellulari ai data center, fino alle automobili, la cui assenza causerebbe un blocco drastico delle infrastrutture tecnologiche su cui si basa il mondo moderno. Ne abbiamo avuto la riconferma durante la pandemia, quando la carenza di chip raggiunse livelli tali da paralizzare interi comparti industriali, tra cui quello automobilistico.

TSMC domina quindi un settore estremamente redditizio e con pochi competitor, specialmente nei nodi tecnologici più avanzati, dove le dimensioni dei chip sono estremamente ridotte, consolidando ulteriormente la propria posizione di leader di mercato.

Nonostante gli ingenti investimenti miliardari effettuati nel corso degli anni, né la Cina né gli Stati Uniti sono infatti riusciti a sviluppare un’industria dei semiconduttori capace di competere ai massimi livelli globali. Di conseguenza, entrambe le superpotenze rivolgono la loro attenzione verso Taiwan – una a supporto dell’indipendenza e l’altra in netta opposizione – con interessi ben precisi.

Tuttavia, la questione economica è solo uno dei molteplici fattori che contribuiscono alle tensioni tra il regime di Xi Jinping e l’isola autonoma. La Cina è infatti un “gigante insicuro”, terrorizzato da qualsiasi forma di contestazione alla propria egemonia, che reprime quindi con forza e violenza. Dobbiamo quindi tornare alle origini della questione, che risalgono alla guerra civile cinese tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang, combattuta tra i primi anni ’30 e la metà del secolo scorso.

Nel 1949, dopo la sconfitta del Kuomintang, il leader Chiang Kai-shek e i suoi seguaci si rifugiarono a Taiwan, dove stabilirono la Repubblica di Cina, mentre il PCC proclamava la Repubblica Popolare Cinese sulla terraferma. Da allora, la Cina considera Taiwan una “provincia” ribelle, mentre Taiwan si vede come un’entità separata con un proprio governo e sistema politico.

Negli anni ’50, la situazione tra i due stati – di cui uno ancora oggi non riconosciuto ufficialmente – fu caratterizzata da una forte tensione militare: tutti i governi cinesi che si susseguirono non rinunciarono mai all’idea di riunificare Taiwan con la forza, se necessario. Con il sostegno degli Stati Uniti, l’isola riuscì a mantenere la propria autonomia a fronte dei continui attacchi militari del colosso vicino, ma rimase sotto una legge marziale che limitava in larga misura diritti e libertà civili.

Negli anni ’70, la politica estera globale iniziò però a cambiare. La Cina ottenne il proprio seggio alle Nazioni Unite nel 1971, sostituendo Taiwan, un duro colpo diplomatico per il piccolo stato, che perse gran parte del suo riconoscimento internazionale.

Tuttavia, questo non scoraggiò il suo rapido sviluppo economico e democratico. Negli anni ’80 e ’90, il paese attraversò infatti una transizione progressista significativa, culminando con le prime elezioni presidenziali dirette nel 1996.

Tale decade vide anche il fiorire dei movimenti LGBTQIA+ nella capitale. Se dapprima qualsiasi forma di attivismo era ancora limitato e spesso stigmatizzato da una società in gran parte conservatrice, la democratizzazione di Taiwan e la crescente apertura sociale posero le basi per un cambiamento radicale, destinato a diventare un modello di progresso e inclusività in tutta l’Asia.

Nel 1996, Chi Chia-wei,  noto attivista LGBTQIA+, tentò per la prima volta di registrare legalmente un matrimonio con il suo partner, avviando una lunga battaglia legale che avrebbe avuto ripercussioni decenni dopo. Un atto di sfida capace però di portare l’attenzione pubblica sulla questione LGBTQIA+, sebbene inizialmente andato a vuoto.

Il periodo storico che testimoniò la distinzione di Taiwan dalla Cina in termini di sviluppo e progresso corrispose anche a un’intensificazione delle tensioni con la Cina continentale, particolarmente evidente nei primi anni 2000 durante la presidenza di Chen Shui-bian, un noto sostenitore dell’indipendenza taiwanese.

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Con l’avvento del nuovo millennio, tuttavia, l’attivismo LGBTQIA+ a Taiwan iniziò a guadagnare maggiore slancio. Il Taiwan Pride, la prima marcia dell’orgoglio LGBTQIA+ nell’isola, si tenne nel 2003 e da allora crebbe fino a diventare una delle più grandi manifestazioni Pride in Asia, contribuendo nel contempo a sensibilizzare l’opinione pubblica e a normalizzare la presenza della comunità LGBTQIA+ nella società civile.

D’altro canto la Cina, temendo che tali progressi potessero segnare la nascita e la rapida scesa un movimento verso l’indipendenza formale, reagì con una retorica aggressiva e una pesante dimostrazione di forza militare. Tuttavia, con l’elezione di Ma Ying-jeou nel 2008, le relazioni si distesero grazie a una politica di maggiore cooperazione economica e di dialogo tra le due parti.

Nel 2016, l’elezione di Tsai Ing-wen, del Partito Progressista Democratico riportò in primo piano la questione dell’indipendenza. Tsai, pur evitando dichiarazioni esplicite, promosse diverse politiche volte a enfatizzare un’identità taiwanese distinta.

La Cina rispose con un aumento delle pressioni diplomatiche e militari, incluse esercitazioni militari vicino a Taiwan – come quelle a cui assistiamo oggi – e un’intensificazione delle campagne di isolamento diplomatico, convincendo diversi paesi a rompere le relazioni ufficiali con Taiwan.

Punto di svolta cruciale per il movimento LGBTQIA+ fu raggiunto proprio in questo periodo nel 2017, la Corte Costituzionale di Taiwan stabilì che il divieto imposto al matrimonio tra persone dello stesso sesso era incostituzionale, ordinando al governo di modificare la legge entro due anni per consentire i matrimoni tra persone dello stesso sesso e posizionando Taiwan come il primo paese asiatico a muoversi verso il riconoscimento legale del matrimonio egualitario.

Il 24 maggio 2019, Taiwan lo sdoganò e riconobbe ufficialmente, rispettando la scadenza imposta dalla Corte Costituzionale: la legge consente oggi alle coppie dello stesso sesso di godere di molti dei diritti e delle responsabilità associati al matrimonio, anche grazie all’approvazione, nel 2023, di un nuovo regolamento che consente l’adozione. 

Nonostante i progressi, la lotta per i diritti completi e l’uguaglianza per la comunità LGBTQIA+ a Taiwan non è ancora finita. La società taiwanese, sebbene più aperta rispetto a molti altri paesi asiatici, continua a confrontarsi con atteggiamenti conservatori e discriminazioni, specialmente fuori dalla capitale. Mancano – come in Italia dopotutto – tutele fondamentali come il diritto all’adozione e il riconoscimento delle famiglie omogenitorialì, così come norme davvero incisive contro la discriminazione in ambito lavorativo, sanitario e sociale.

Il nuovo governo progressista, pro-LGBTQIA+ e indipendentista di Lai Ching-te avrà quindi molto su cui lavorare.  Non aiuta però sicuramente la situazione tesa tra lo stato indipendente e la Cina, paese “bullo” che persiste nel considerare Taiwan una parte inalienabile del proprio territorio e continua a non escludere l’uso della forza per raggiungere la riunificazione.

Taiwan, d’altra parte, opera per ora come un’entità politica separata con un proprio governo democraticamente eletto. Gli Stati Uniti, pur sostenendo la politica di “una sola Cina” per evitare di esacerbare le tensioni con il regime, forniscono supporto difensivo e mantengono relazioni non ufficiali.

Negli ultimi anni, la questione taiwanese ha infatti acquisito ulteriore rilevanza proprio nel contesto delle tensioni sino-americane: la crescente assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale, le dispute commerciali, e le questioni legate ai diritti umani hanno intensificato le rivalità tra le due potenze.

Taiwan, in questo contesto, è vista come un punto critico. Le visite ufficiali di esponenti statunitensi e il rafforzamento delle relazioni economiche e militari tra Stati Uniti e Taiwan sono percepiti dalla Cina come provocazioni che minacciano la stabilità regionale.

In parallelo, il progresso nei diritti LGBTQIA+ a Taiwan non rappresenta soltanto un trionfo per la comunità queer, ma funge anche da potente dichiarazione di indipendenza nei confronti della Cina.

Con la legalizzazione dei matrimoni omosessuali e l’adozione di politiche inclusive, Taiwan mette in evidenza la sua identità unica, marcando una netta distinzione dal regime autoritario cinese e mostrando chiaramente la propria capcità di auto-governarsi, con un forte impegno nei confronti dei diritti umani e della promozione della diversità.

Attraverso il progresso sociale, l’isola non solo consolida la propria democrazia, ma trasmette anche un messaggio decisivo a Pechino: con il regime autoritario di Xi jinping, Taiwan non ha niente da spartire.

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