Turchia, avanza la proposta di legge anti-LGBTQIA+ mentre Meloni chiude accordi sulle armi con Erdogan

Criminalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso, sterilizzazione forzata per le persone trans, censura totale dei media: a pagare il prezzo più alto della deriva autoritaria della Turchia saranno le persone LGBTQIA+.

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Turchia legge anti LGBTI Erdogan Meloni
Vertice tra Meloni ed Erdogan a Roma: intanto in Turchia approda in parlamento la feroce legge di repressione anti-LGBTIAQ+
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La Turchia scivola lungo un crinale sempre più inquietante, e la comunità LGBTQIA+ rischia di diventare – ancora una volta – il capro espiatorio di una strategia repressiva ben più ampia. È il frutto di una deriva autoritaria che si trascina da oltre un decennio, iniziata con la repressione delle proteste di Gezi Park nel 2013 e precipitata dopo il fallito golpe del 2016, quando Erdoğan ha sfruttato lo stato d’emergenza per epurare il Paese da ogni opposizione e concentrare su di sé poteri sempre più assoluti.

Ieri, mentre il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu – principale figura dell’opposizione – restava chiuso nella sua cella a Silivri, e mentre migliaia di manifestanti venivano brutalmente dispersi nelle strade di Ankara, Smirne e Istanbul, il famigerato disegno di legge anti-LGBTQIA+ è approdato ufficialmente in Parlamento sotto l’egida del partito ultraconservatore HÜDA-PAR, formazione islamista radicale nota per essere l’erede politico di Hezbollah, e che fa parte dell’Alleanza del Popolo a sostegno del governo di Recep Tayyip Erdoğan.

In quelle stesse ore, per la prima volta, l’Italia annunciava la produzione di droni da combattimento di ultima generazione grazie a una joint venture tra Leonardo e la turca Baykar Technologies, secondo produttore mondiale del settore. L’annuncio è arrivato durante il vertice Italia-Turchia a Villa Pamphilj, dove Giorgia Meloni ha accolto il presidente Erdogan. Un accordo che si inserisce nel contesto di riarmo europeo, accelerato dal ritorno di Trump e dalla necessità di rafforzare l’autonomia militare continentale. Un’intesa che ha sollevato critiche dall’opposizione italiana, che accusa Meloni di ignorare le gravi violazioni dei diritti in Turchia, come l’arresto del sindaco di Istanbul. Nessuna domanda ammessa alla stampa, forse anche per evitare questi temi.

La legge di repressione anti-LGBTIAQ+ sintetizza perfettamente la direzione intrapresa dal Paese: mentre ogni forma di dissenso viene soffocata e i media sono sempre più asserviti alla narrativa governativa, i diritti LGBTQIA+ vengono branditi come bersaglio simbolico in una campagna più vasta e spietata, tesa a cementare il potere di Erdoğan oltre ogni vincolo costituzionale. La proposta legislativa, il cui esame parlamentare è iniziato il 19 aprile, diventa così non solo una drammatica regressione in materia di diritti civili, ma anche un segnale chiaro: la stretta repressiva si intensifica, e la battaglia contro le minoranze di genere diventa lo strumento privilegiato per consolidarla.

Turchia, la legge anti-LGBTQIA+ come arma politica travestita da “difesa dei valori tradizionali”

Presentato ufficialmente dal gruppo parlamentare di HÜDA-PAR, il disegno di legge in discussione prevede modifiche radicali al Codice Penale e al Codice Civile: criminalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso (con pene detentive da tre a cinque anni per “atti indecenti“), punizioni aggravate per chiunque “promuova” o “diffonda” contenuti LGBTQIA+, censura totale dei media, divieto esplicito di trasmissioni che “normalizzino” l’omosessualità e nuove restrizioni draconiane sui percorsi di transizione di genere. La bozza reintroduce inoltre di fatto l’obbligo di sterilità permanente per il riconoscimento legale dell’identità di genere e innalza a 21 anni l’età minima per la transizione, annullando progressi già sanciti dalla Corte Costituzionale nel 2017.

Persino le cerimonie simboliche di unione tra persone dello stesso sesso verrebbero considerate reato, con pene fino a quattro anni di carcere. Nel disegno governativo, il 2025 – proclamato “Anno della Famiglia” deve essere il teatro di una crociata morale contro tutto ciò che sfida il modello tradizionale imposto dal potere.

Non è un caso che Erdoğan abbia scelto questo momento per spingere una legislazione così apertamente repressiva. L’iniziativa ricalca strategie già viste altrove, da Trump a Orban fino a Meloni: agitare il fantasma della “decadenza morale” per mobilitare la base conservatrice, distogliere l’attenzione dalla crisi economica e creare una narrativa identitaria capace di sovrastare qualsiasi discorso su disoccupazione, inflazione o corruzione. In questa cornice, le persone LGBTQIA+ diventano bersagli ideali: fragili, isolabili, facilmente demonizzabili.

Le prossime elezioni nazionali in Turchia – che includono sia le presidenziali sia le parlamentari – sono previste per il 2028, a cinque anni dall’ultima consultazione del maggio 2023. In base all’attuale Costituzione, il presidente Recep Tayyip Erdoğan è al suo secondo mandato consecutivo e non sarebbe rieleggibile nel 2028; la carta fondamentale infatti limita a due i mandati presidenziali attraverso voto popolare. Tuttavia, gli analisti ritengono che Erdoğan potrebbe tentare di prolungare la sua permanenza al potere in due modi: modificando la Costituzione per eliminare il vincolo oppure convocando elezioni anticipate prima della scadenza naturale, stratagemma che gli permetterebbe di candidarsi di nuovo sfruttando un’eccezione costituzionale.

Proprio quest’ultima opzione è al centro di molte speculazioni: Erdoğan ha già indetto elezioni anticipate in passato e non è escluso che, se le condizioni politiche gli fossero favorevoli, anticipi il voto nazionale magari al 2026 o 2027, presentandolo come necessità istituzionale. Questa mossa gli consentirebbe di aggirare il limite dei due mandati e presentarsi nuovamente come candidato “salvatore della patria”. Del resto, figure di rilievo nel suo partito hanno lasciato intendere che “nulla vieta” un terzo mandato se il Parlamento scioglie anticipatamente la legislatura.

Il tempismo, dunque, è strategico. Accelerare l’approvazione della legge anti-LGBTQIA+ significherebbe poter rivendicare un “successo” valoriale da sventolare in campagna elettorale, consolidando il consenso di uno zoccolo duro religioso e ultraconservatore. Al tempo stesso, lasciare il provvedimento in sospeso consentirebbe di mantenere alta la tensione ideologica, sfruttando ogni occasione per polarizzare l’elettorato.

Nonostante la repressione, la comunità LGBTQIA+ turca non rimane in silenzio

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In risposta alla proposta di legge anti-LGBTQIA+ del governo, le principali associazioni del settore hanno emesso dichiarazioni congiunte e lanciato campagne di sensibilizzazione sia a livello nazionale che internazionale.

Le disposizioni previste da queste proposte legislative sono simili alle leggi contro la cosiddetta propaganda LGBTI già in vigore in Russia, Ungheria e Bulgariascrive ILGA in un lungo comunicato – La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già stabilito che la legge russa viola la libertà di espressione e il divieto di discriminazione, e l’Unione Europea ha avviato procedimenti di infrazione sia contro l’Ungheria che contro la Bulgaria per normative analoghe. ILGA-Europe chiede al Ministero della Giustizia di ritirare definitivamente le proposte di emendamento e al Parlamento turco di respingere questi cambiamenti legislativi, che introducono ulteriori discriminazioni nei confronti della comunità LGBTI+, sono in contrasto con gli standard internazionali in materia di diritti fondamentali e con le sentenze della Corte costituzionale turca, e renderebbero la vita delle persone LGBTI+ in Turchia ancora più difficile, senza apportare alcun beneficio concreto alla popolazione nel suo complesso. Il governo turco dovrebbe garantire che tutti siano uguali davanti alla legge, introducendo misure che promuovano l’uguaglianza in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ciò include un accesso non abusivo e realmente accessibile al riconoscimento legale del genere, cure sanitarie specifiche per le persone trans, il riconoscimento giuridico delle unioni e il diritto universale alla libertà di espressione e d’informazione“.

Un collettivo di gruppi LGBTQIA+ turchi ha diffuso una nota congiunta subito dopo la presentazione del disegno di legge HÜDA-PAR, affermando con determinazione: “Non permetteremo a HÜDA-PAR di minacciare la vita e seminare paura tra i milioni di LGBTQI+ e le loro famiglie che vivono in Turchia”. Anche esponenti dell’opposizione hanno amplificato il messaggio: la parlamentare Özgül Saki ha definito la bozza “non una legge, ma un chiaro manifesto d’odio”, ribadendo che “le vite LGBTQ+ non sono né un crimine né una perversione”.

Kaos GL – una delle più antiche organizzazioni LGBTQIA+ del Paese – ha ottenuto e pubblicato in anteprima il testo della proposta di legge già a febbraio, allertando immediatamente l’opinione pubblica sui suoi contenuti repressivi. Il coordinatore legale della ONG, l’avvocato Kerem Dikmen, ha spiegato nei dettagli come il provvedimento “riporterebbe indietro di decenni il riconoscimento legale delle persone trans” e potrebbe essere usato per perseguitare attivisti e ONG: basterebbe organizzare eventi o campagne a favore dei diritti LGBTQIA+ per incorrere nel nuovo reato di “promozione di comportamenti contrari al sesso biologico”. Dikmen avverte che persino giornalisti o operatori dei media potrebbero essere incriminati se dessero visibilità a persone LGBTQIA+ non conformi al genere biologico.

Di fronte alla censura interna, molte attività  dei gruppi LGBTQIA+ si sono così spostate sui social network e sul piano internazionale. Collettivi di studenti universitari LGBTQIA+ hanno portato la questione davanti alle Nazioni Unite, inviando petizioni alle procedure speciali del Consiglio ONU per i Diritti Umani.

Incarcerazioni, proteste represse, media imbavagliati

L’attacco ai diritti LGBTQIA+ è però – come sempre – solo un tassello di una strategia più vasta. L’arresto spettacolare di Ekrem İmamoğlu, il sindaco di Istanbul, a marzo 2025, ha segnato un punto di non ritorno nella deriva autoritaria della Turchia. Accusato di corruzione e di legami con il terrorismo – accuse respinte con forza dall’opposizione e dagli osservatori internazionali come strumentali – İmamoğlu rappresentava la più concreta minaccia elettorale al potere di Erdoğan. La sua detenzione preventiva, in attesa di un processo dal sapore politico, è stata accompagnata da una repressione brutale delle manifestazioni di protesta che hanno scosso il Paese.

Dal 19 marzo in poi, Istanbul, Ankara, Smirne e molte altre città sono diventate teatro di manifestazioni di massa: decine di migliaia di persone – e Pokèmon – hanno sfidato divieti e manganelli per chiedere giustizia, non solo per İmamoğlu, ma per una Turchia ancora democratica. La risposta dello Stato è stata spietata: idranti, gas urticanti, spray al peperoncino, proiettili di gomma. In otto giorni, quasi 1.900 manifestanti sono stati arrestati, con testimonianze di pestaggi, abusi in custodia, restrizioni all’accesso legale.

Turchia, Pikachu in fuga dalla polizia durante le proteste anti-Erdoğan

Tra gli arrestati anche giornalisti – sette cronisti turchi fermati mentre documentavano le proteste – e persino un inviato straniero, il reporter della BBC Mark Lowen, detenuto ed espulso dal Paese con l’accusa surreale di essere “una minaccia all’ordine pubblico”. Parallelamente, è stata imposta una censura capillare sui social network: oltre 700 account sono stati oscurati o bloccati, tra cui quelli di testate indipendenti e movimenti studenteschi.

Sul piano legislativo, Erdoğan ha costruito una rete di leggi liberticide per consolidare il controllo: dalla normativa sulla “disinformazione” che punisce con il carcere la diffusione di notizie sgradite, al controllo capillare dei media tradizionali, fino alle restrizioni draconiane sulle ONG. I pochi spazi rimasti per la società civile vengono chiusi sistematicamente: con arresti, intimidazioni, cause civili e commissariamenti arbitrari.

Le persone LGBTQIA+ si trovano così in prima linea in questa guerra liberticida. Non solo come vittime designate della nuova legislazione omofoba, ma come bersagli prediletti in una più ampia campagna per silenziare il dissenso e consolidare un potere personale svincolato da ogni forma di controllo democratico.

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