In Turchia il 2025 è stato proclamato “Anno della Famiglia“. Ma per le persone LGBTIAQ+, le donne e chiunque sfidi la narrazione patriarcale del potere, è diventato piuttosto l’anno dell’invisibilità forzata. Una coalizione di 85 organizzazioni ha denunciato le nuove direttive del Ministero della Famiglia, che bollano termini come “identità di genere”, “orientamento sessuale” e “LGBT” come nocivi per l’ordine familiare. “I nostri corpi e le nostre parole vengono cancellati perché rendono visibile ciò che il potere vuole nascondere”, scrivono nel comunicato.
La repressione non è solo retorica. Ieri 28 maggio tre attivisti LGBTIAQ+ sono stati arrestati a Istanbul per aver scritto slogan sui muri. Liberati dopo ore, hanno dichiarato: “Le strade sono nostre. Scriviamo sui muri del vostro odio: ci ribelliamo”. Intanto, l’11ª Trans+ Pride Week si prepara a scendere in piazza dal 16 al 22 giugno con un messaggio chiaro:
“Non vogliamo più essere solo visibili, ma incalzarvi con le nostre domande”.
Cosa prevede il nuovo disegno di legge anti-LGBTQIA+ in Turchia

- Età minima per il cambio legale di genere innalzata a 21 anni, ignorando i pareri degli esperti e le necessità delle persone transgender.
- Reintroduzione dell’obbligo di sterilizzazione per ottenere il cambio anagrafico del sesso, nonostante la Corte Suprema turca lo avesse dichiarato incostituzionale nel 2017.
- Sanzioni penali per chi intraprende la transizione all’estero, al ritorno in Turchia.
- Il “sesso biologico” diventa parametro giuridico assoluto: qualsiasi identità di genere non conforme (es. non binaria) è equiparata a oscenità o atto immorale.
- Criminalizzazione della visibilità queer: chiunque “promuova o incoraggi comportamenti contrari al sesso assegnato alla nascita” rischia da 1 a 3 anni di carcere (attivisti, insegnanti, giornalisti, influencer inclusi).
- Pene fino a 4 anni di carcere per unioni simboliche tra persone dello stesso sesso, anche se senza alcun valore legale.
- Scioglimento delle associazioni LGBTQIA+: ogni realtà accusata di “propaganda gender” potrà essere dichiarata fuorilegge.
- Censura totale dei media: contenuti LGBTQIA+ potranno essere oscurati da RTÜK e BTK (autorità amministrative statali turche con funzioni di controllo e regolazione, in particolare dei media e delle telecomunicazioni ndr) impedendo ogni forma di rappresentazione o racconto pubblico queer.
- Divieto assoluto di Pride e manifestazioni: rafforzamento del blocco già in vigore dal 2015, con nuovi poteri concessi alla polizia per impedire qualsiasi raduno pubblico.
La repressione ha colpito anche l’attivista Erkin Barın Göylüler, finito a processo insieme ad altri esponenti di movimenti civili per aver partecipato a iniziative legali e non violente. Davanti al giudice, Göylüler ha difeso il suo attivismo come esercizio di diritti costituzionali, rifiutando l’associazione con organizzazioni illegali. Tutti gli imputati sono stati rilasciati.
Mentre il governo tenta di silenziare ogni voce dissidente, Kaos GL, la più grande associazione LGBTIAQ+ turca, ha organizzato alcuni talk per divulgare singole storie di persone della comunità. Emergono testimonianze potenti come quella di Sevinç, giovane donna cresciuta in una famiglia musulmana conservatrice, che racconta come l’amicizia con persone LGBTIAQ+ l’abbia trasformata. Denuncia la violenza sistemica di una legge in discussione che vorrebbe imporre “limiti vitali” alle persone queer, e invita tutta la società ad assumersi la responsabilità di combattere l’odio:
“Le politiche anti-LGBTIAQ+ ci colpiscono tutti. Creano insicurezza, chiudono spazi, alimentano paura”.
Un evento organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Ankara ha affrontato la condizione dei rifugiati LGBTIAQ+ in Turchia, tra discriminazioni, divieti di manifestazione e barriere nell’accesso alla protezione internazionale. Anche qui, la parola d’ordine è resistenza.
Mentre il regime di Erdogan traballa tra le proteste, dopo l’arresto del suo principale avversario politico il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, il tiranno di Ankara tesse le sue trame geopolitiche per consolidare il potere e trova nella premier italiana Giorgia Meloni una fedele alleata pronta a comprare armi dall’alleato turco.
Ma la comunità LGBTIAQ+ turca continua a rivendicare spazi, dignità e libertà. “Non ci pieghiamo”, scrivono. E in un anno pensato per seppellirli, scelgono di alzarsi in piedi e gridare:
“Başkaldırıyoruz“ (“ci ribelliamo“).
