Sudafrica, ucciso Muhsin Hendricks, il primo imam gay che sognava un Islam inclusivo

Le indagini sul movente sono ancora in corso, ma per chi lo conosceva non ci sono dubbi: il suo assassinio porta i segni inequivocabili di un crimine d’odio.

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Nella sua moschea di Al-Ghurbaah, Hendricks predicava una teologia queer che abbracciasse tutti gli orientamenti e le identità.
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La fine è arrivata con il rumore secco di più spari, nell’afosa periferia di Bethelsdorp, alle porte di Gqeberha, nel Capo Orientale sudafricano. Muhsin Hendricks, il primo imam dichiaratamente omosessuale al mondo, è stato così assassinato il 15 febbraio scorso in quello che ha assunto sin da subito i contorni di un’esecuzione pianificata.

Un agguato brutale, consumato nel cuore di una terra che da anni si barcamena tra una delle legislazioni più avanzate al mondo sui diritti LGBTQIA+ e la violenza sistemica che continua a colpire, con particolare ferocia, chi quei diritti tenta di esercitarli.

Hendricks si trovava in auto con un conoscente, quando un altro veicolo ha sbaragliato loro la strada. Dall’abitacolo sono scesi due uomini a volto coperto. Nessuna parola, nessun avvertimento: solo il metallo che scoppia nell’aria. I proiettili si sono riversati contro la carrozzeria e, soprattutto, contro il corpo dell’imam, seduto sui sedili posteriori. Quando il conducente ha tentato di metterlo in salvo, era già privo di vita.

Il movente non è ancora certo, ma per chi conosceva Hendricks e la traiettoria esistenziale su cui si muoveva, quel che è accaduto porta i segni evidenti di un crimine d’odio. Un altro capitolo di una storia che, in Sudafrica e altrove, troppo spesso si conclude con un corpo riverso a terra e il silenzio delle istituzioni a fare da eco.

Chi era Muhsin Hendricks?

Per comprendere l’impatto della morte di Muhsin Hendricks, bisogna risalire alla sua vita – una vita che, fin dall’inizio, ha preso la forma di una battaglia costante contro l’invisibilità e l’esclusione.

Nato nel 1967 a Città del Capo, cresciuto in una famiglia profondamente radicata nella tradizione islamica – suo nonno era un imam molto rispettato – Hendricks sembrava destinato a seguire le orme dei suoi antenati. E in effetti lo fece, almeno in apparenza. Studiò teologia islamica in Pakistan, indossò i paramenti della guida religiosa, divenne punto di riferimento per la sua comunità. Ma sotto quella superficie levigata dall’osservanza, si agitava una tensione più profonda.

Hendricks sapeva di essere gay. Lo aveva sempre saputo. E per anni aveva vissuto quello scarto tra la sua verità interiore e le prescrizioni di una fede che, nell’interpretazione dominante, bollava l’omosessualità come peccato. Quel conflitto lo lacerava.

Fino a quando, nel 1996, decise di prendere parola: fece coming out, divenendo il primo imam al mondo ad affermare pubblicamente la propria omosessualità. Una dichiarazione che, inevitabilmente, gli costò l’ostracismo da parte di ampie porzioni della comunità musulmana sudafricana e internazionale.

Ma invece di arretrare, Hendricks costruì. Nel 1998 aprì il garage di casa sua, a Wynberg, sobborgo di Città del Capo, e lo trasformò in uno spazio di accoglienza per musulmani LGBTQIA+. Nessun minareto, nessun pulpito: solo un tappeto disteso a terra e la volontà di restituire a chi era stato emarginato il diritto a pregare. Quel garage divenne la moschea Al-Ghurbaah – “Gli Stranieri” – uno dei primi luoghi di culto islamici inclusivi al mondo.

Da quel nucleo nacque, nel 2006, The Inner Circle, organizzazione che negli anni ha fornito sostegno psicologico, spirituale e legale a centinaia di musulmani queer. Hendricks non offriva solo rifugio. Offriva parole nuove, reinterpretando i testi sacri alla luce di una teologia queer che metteva al centro l’idea di un Dio compassionevole, capace di accogliere l’amore in tutte le sue forme.Dio non ci ha creati per condannarci” ripeteva spesso. E quell’affermazione, in un contesto in cui le scritture erano state da sempre utilizzate come strumenti di oppressione, suonava come un atto rivoluzionario.

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La sua voce si spinse così ben oltre i confini del Sudafrica. Hendricks – che era anche fervente attivista per la liberazione della Palestina – viaggiò, parlò in conferenze internazionali, entrò in contatto con realtà come l’Inclusive Mosque Initiative di Londra. Diventò un simbolo globale, e la sua storia venne raccontata nel documentario The Radical (2022).

Quando, in un’intervista al Guardian, gli chiesero se avesse mai pensato di proteggersi con guardie del corpo, rispose: “La necessità di essere autentico è più grande della paura di morire“. Quel presagio, oggi, pesa come una condanna.

 

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Shock e rabbia: la reazione della comunità internazionale

La notizia dell’assassinio di Muhsin Hendricks ha attraversato le frontiere in poche ore, suscitando dolore e sdegno ben oltre i confini sudafricani. ILGA World – che a novembre ha tenuto la sua conferenza mondiale proprio in Sudafrica – ha definito l’accaduto “un colpo devastante, chiedendo con urgenza che l’omicidio venga indagato come possibile crimine d’odio.

 

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Dichiarazioni di cordoglio sono arrivate da figure e realtà dell’Islam progressista, come la già citata Inclusive Mosque Initiative e attivisti LGBTQ+ di ogni parte del mondo. Per molti di loro, Hendricks non era solo un uomo, ma un simbolo: la prova vivente che fede e identità queer possono convivere, anche nelle tradizioni religiose più rigide. “Muhsin ci ha insegnato a non scegliere tra essere musulmani ed essere noi stessi. Il suo sacrificio non sarà vano”, ha dichiarato Asifa Lahore, attivista e prima drag queen musulmana britannica.

Ma c’è anche la paura. Perché l’assassinio di Hendricks va contestualizzato nella scia di violenza che in Sudafrica non accenna a fermarsi. Nonostante il matrimonio egualitario sia legge dal 2006, i cosiddetti “stupri correttivi” ai danni delle donne lesbiche, gli attacchi contro persone transgender e le aggressioni mortali ai danni di uomini gay continuano a essere una costante. Nel 2021, il caso di Lindokuhle Cele, giovane uomo brutalmente ucciso a Durban per il suo orientamento sessuale, aveva già scosso il Paese. La storia si ripete, e la fiducia nelle istituzioni è sempre più fragile.

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La comunità queer sudafricana chiede dunque giustizia. Non solo per Hendricks, ma per tutte le vite spezzate da un odio che sembra inestinguibile. “Muhsin ha aperto una strada. Ora sta a noi percorrerla, senza paura”, ha scritto su X un giovane fedele della moschea Al-Ghurbaah.

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