Gerarchia di razza e di orientamento negli USA: preferiti i bianchi del Sudafrica, esclusi i rifugiati LGBTIQ+

Il reporto del Williams Institute della UCLA School of Law, che analizza l’impatto devastante di questo provvedimento sui rifugiati LGBTQI+ di tutto il mondo.

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Il nuovo report del Williams Institute della UCLA School of Law, firmato da Ari Shaw, lancia un allarme globale
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La nuova disposizione presidenziale firmata il 31 ottobre da Donald Trump riduce a 7.500 il tetto di rifugiati ammessi negli Stati Uniti nel 2026. È una diminuzione del 94% rispetto ai 125.000 fissati da Joe Biden, e introduce una priorità senza precedenti: la maggior parte dei posti sarà riservata ai bianchi afrikaner del Sudafrica e ad “altre vittime di discriminazioni illegali nei rispettivi Paesi. A denunciarlo è un nuovo studio del Williams Institute della UCLA School of Law, che analizza l’impatto devastante di questo provvedimento sui rifugiati LGBTQI+ di tutto il mondo, spesso già intrappolati in Paesi ostili dove l’omosessualità è punita con il carcere o con la morte.

L’autorevolezza del Williams Institute

Fondato nel 2001 e parte integrante della University of California, Los Angeles, il Williams Institute è considerato una delle principali fonti accademiche mondiali sui diritti delle persone LGBTQIA+. Produce ricerche indipendenti, citate da governi, Nazioni Unite e Corte Suprema USA, e collabora con centri di diritto internazionale e istituzioni pubbliche. Il suo approccio giuridico, statistico, comparativo, è riconosciuto per rigore e trasparenza metodologica. Lo studio, firmato da Ari Shaw, direttore dei programmi internazionali, documenta come la stretta di Trump non solo riduca le possibilità di reinsediamento, ma cancelli percorsi di protezione essenziali per rifugiati LGBTQI+ che non hanno familiari, non possono contare su ricongiungimenti e vengono spesso respinti dai Paesi di transito per il solo fatto di essere non cis e non eterosessuali. Qui il pdf integrale dello studio.

Rifugiati invisibili

Secondo l’ONU, oggi 36,8 milioni di persone sono rifugiate; ma nessun dato ufficiale identifica quante di esse siano LGBTQI+. Almeno 62 Paesi criminalizzano ancora i rapporti tra persone dello stesso sesso (qui mappa ILGA World), 13 puniscono l’espressione di genere. In Uganda, Paese che ospita due milioni di rifugiati, come noto la legge del 2023 prevede la pena di morte per “omosessualità aggravata”. Più recentemente il Burkina Faso guidato dal generale filo-russo Traorè ha introdotto da poco una dura criminalizzazione per le persone LGBTIAQ+. Secondo un report di OutRight International, nel 2024 l’85% dei candidati alle elezioni nel mondo ha usato argomenti anti-LGBTIAQ+: la retorica d’odio resta centrale nella politica globale e nella vita quotidiana delle persone queer. In questo scenario, la decisione di Washington rischia di spingere migliaia di persone in una spirale di persecuzione, clandestinità e povertà estrema: chi fugge da torture e stupri finisce per restare bloccato nei Paesi di transito, costretto a nascondersi o a sopravvivere in lavori precari e insicuri. Il modello Trump è un’accelerazione di un sistema di “filtraggio” di migranti in atto in Occidente già da un decennio: si pensi ai rifugiati “consegnati” dalla Germania alla Turchia di Erdogan, o a quelli “detenuti” dalla Libia per conto dell’Italia con le politiche avviate dal ministro Minniti nel memorandum del Governo Gentiloni.

L’effetto Trump e il vuoto globale di leadership

Durante la presidenza Biden, gli Stati Uniti avevano ricoperto un ruolo di guida internazionale nella protezione delle persone LGBTQI+ in fuga, grazie anche a un inviato speciale che poteva segnalare i casi più urgenti. Trump non ha ancora nominato alcun successore, lasciando un vuoto diplomatico che pesa su un sistema già fragile. La politica dei “rifugiati selezionati”, che privilegia i bianchi e gli eterosessuali, è l’espressione più netta di una deriva suprematista che risuona anche oltre l’Atlantico: nel Regno Unito, il Rwanda Plan (ora sospeso) prevedeva di deportare i richiedenti asilo verso un Paese dove essere gay è un crimine; in Italia, il modello Albania di Meloni e Piantedosi riduce i canali di ingresso e moltiplica gli ostacoli per chi fugge da persecuzioni di genere o orientamento sessuale.
Negli USA il segretario di Stato Marco Rubio, sotto la nuova amministrazione Trump, a marzo 2025 aveva ordinato la rimozione dal rapporto annuale sui diritti umani delle sezioni dedicate a donne, persone LGBTQ+, disabili e popolazioni indigene. Il rapporto, usato da governi e ONG per valutare asilo e aiuti, perde così un riferimento chiave sulle violazioni dei diritti queer.

Dopo l’ordine esecutivo di Trump del gennaio 2025 che ha sospeso il programma statunitense di reinsediamento dei rifugiati (USRAP), solo pochi ingressi sono stati autorizzati, in gran parte per un nuovo programma che favorisce i bianchi afrikaner del Sudafrica. Il reporto UCLA lo spiega: a maggio ne sono arrivati 59, saliti a 138 a settembre. Il governo sudafricano ha respinto le accuse di persecuzione. Durante Biden, invece, il tetto era di 125.000 rifugiati, con oltre 100.000 reinsediati nel 2024, record trentennale.

Gli USA di Trump fomentano la retorica anti-LGBT globale

Il report del Williams Institute arriva in un momento di ripresa delle migrazioni internazionali e di ritorno dell’ideologia nazionalista. Dall’Uganda alla Polonia, dall’Ungheria alla Russia, il discorso politico sovranista usa la difesa dei “valori tradizionali” come strumento per criminalizzare le differenze. Negli Stati Uniti, la nuova limitazione sui rifugiati segna un cambio di paradigma: da Paese rifugio a Paese-filtro, in cui solo chi risponde a criteri etnici e morali impliciti può varcare la soglia. Nel silenzio delle istituzioni multilaterali e trans-nazionali, la stretta di Trump rischia di inaugurare un effetto domino. “Senza dati affidabili, i decisori politici non possono rispondere ai bisogni dei rifugiati LGBTQI+, che rischiano così di essere esclusi del tutto dalle priorità di reinsediamento”, avverte Ari Shaw. È una nuova invisibilizzazione delle persone LGBTIAQ+ destinata a diffondersi capillarmente nelle società di tutto il mondo, grazie a una dichiarata indifferenza istituzionale sbandierata dal paese che finora era stato il più influente nella battaglia globale in difesa dei diritti umani e civili.

Il testo del report sull’impatto sui rifugiati LGBTI (pdf integrale qui)

Al 31 ottobre 2025, circa 128.000 rifugiati erano già stati verificati e approvati per il reinsediamento negli Stati Uniti. Ora però restano in un limbo. Con milioni di persone sfollate nel mondo, un tetto di appena 7.500 posti crea una competizione senza precedenti e rischia di ridurre ulteriormente le possibilità di reinsediamento per i rifugiati LGBTQI+.

Questi ultimi, spesso adulti single senza legami familiari (avendo frequentemente subito persecuzioni da parte delle proprie famiglie), non possono beneficiare dei programmi di ricongiungimento familiare che in genere danno priorità ad altri richiedenti. Inoltre, il presidente Trump non ha ancora nominato un Inviato Speciale per la Promozione dei Diritti LGBTQI+, una figura che sotto l’amministrazione Biden aveva l’autorità di segnalare direttamente i casi più a rischio per il reinsediamento. La maggior parte dei 7.500 posti sarà riservata a afrikaner bianchi del Sudafrica, creando di fatto una preferenza demografica che esclude rifugiati di altre aree e background.

Il nuovo limite accentua anche le difficoltà già esistenti nel processo di determinazione dello status di rifugiato (RSD). Gli esaminatori spesso non riconoscono la persecuzione basata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere se non corrisponde a stereotipi predefiniti, o respingono le richieste di chi non rientra in immagini “tipiche” di identità LGBTQI+. Nei campi profughi e nei Paesi di transito, il personale non sempre garantisce ambienti sicuri per dichiarare il proprio orientamento o identità, e gli interpreti possono mancare di terminologia o sensibilità culturale adeguata.

Il limite imposto rischia inoltre di costringere i rifugiati LGBTQI+ a restare in Paesi di transito ostili o pericolosi. Studi dimostrano che queste persone subiscono violenze, molestie e discriminazioni quotidiane. In Uganda, ad esempio – il principale Paese ospitante dell’Africa, con quasi 2 milioni di rifugiati – è stata approvata nel 2023 una delle leggi anti-LGBTQI+ più dure al mondo, che prevede la pena di morte nei casi di “omosessualità aggravata”. In Sudafrica, i migranti LGBTQI+ in transito riferiscono timori di violenze sessuali e isolamento sociale, mentre in Libano le persone rifugiate siriane appartenenti a minoranze sessuali subiscono più discriminazioni e aggressioni rispetto ai rifugiati non LGBTQI+.

Queste persecuzioni costringono molti a nascondere la propria identità, con gravi conseguenze fisiche e psicologiche. Chi fugge sperando di vivere liberamente finisce per doversi nuovamente celare, rimanendo escluso anche dai servizi di sostegno LGBTQI+ disponibili.

Le difficoltà economiche aggravano la vulnerabilità. Senza permessi di soggiorno, molti rifugiati non possono lavorare legalmente, esaurendo rapidamente le risorse e finendo in situazioni sfruttate o pericolose, come il sex work di sopravvivenza. La precarietà impedisce loro di pianificare il futuro o costruire stabilità.

Anche dove esistono servizi di supporto, le persone LGBTQI+ riferiscono ostacoli e discriminazioni: barriere linguistiche, omofobia e transfobia tra i fornitori, difficoltà di accesso a cure mediche e psicologiche. In particolare, persone transgender e intersex spesso non riescono a ottenere farmaci o assistenza sanitaria adeguata. L’assistenza psicologica, fondamentale dopo anni di persecuzioni e violenze, è raramente disponibile in forme sensibili alle loro esigenze.

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