UN CADAVERE LUNGO TRENT’ANNI

Per l'anniversario della morte di Pasolini molte iniziative tra cui il ritorno a teatro dell'intenso ''Na specie de cadavere lunghissimo' di Giuseppe Bertolucci con Fabrizio Gifuni.

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Il protagonista Fabrizio Gifuni è seduto tra una serie di tavolini sul palco insieme a parte del pubblico un po’ imbarazzato di trovarsi in mezzo alla scena. Improvvisamente l’attore si alza, si scaglia contro uno spettatore iniziando un lungo e violento monologo che intreccia i passi più vulcanici delle Lettere Luterane e degli Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini, poi si spoglia rimanendo completamente nudo in una sorta di ovattato e irreale silenzio. Calano le luci.

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È l’inizio dell’intenso spettacolo teatrale ‘Na specie de cadavere lunghissimo, tratto da un’idea dello stesso Gifuni e per la regia di Giuseppe Bertolucci, che torna sulle scene in occasione del trentesimo anniversario della morte di Pasolini (al Teatro Gobetti di Torino fino al 3 novembre). Gifuni poi si riveste in un camerino che intravediamo filtrato da una parete nera semitrasparente, argomentando riflessioni sulla finzione cui il pubblico assiste grazie a un sapiente gioco metateatrale. Indossa un elegante completo color panna con cravatta scura e interpreta la parte dell’altro, del figlio borgataro, cioè ‘la rana’ Pino Pelosi, in un vertiginoso monologo interiore scritto in endecasillabi in un romanesco reinventato dal milanese Giorgio Somalvico. E qui è sorprendente la virtuosistica bravura di Gifuni che, agile come un coguaro, salta sui tavoli, si contorce, declama i versi potenti guardando negli occhi gli spettatori ravvicinati che, eliminata la distinzione tra spazio scenico e platea, rimangono coinvolti direttamente e anche un po’ turbati dalla forza del testo e dall’abilità dell’interprete.

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A un certo punto una ragazza del pubblico si alza, interrompe il monologo, gli consegna una lettera che Gifuni, fintamente sorpreso, legge ad alta voce facendo credere al pubblico che si tratti di un allarmante fuori programma. «L’urgenza drammaturgica di questo spettacolo nasce dal desiderio di distillare, nell’alambicco del monologo, sostanze linguistiche dai sapori apparentemente opposti – spiega Bertolucci – cioè la prosa politica, polemica del Pasolini luterano e corsaro, i versi friulani del poeta di Casarsa e gli endecasillabi inediti e sorprendenti di Giorgio Solmavico che, in un romanesco crepitante e reinventato, costringe in metrica il delirio di Pino Pelosi, detto “er rana”, nella sua scorribanda notturna alla guida dell’Alfa GT, per le strade di Roma e di Ostia, dopo l’omicidio. Il ‘Teorema’ pasoliniano – genocidio culturale, imbarbarimento consumistico, uso strumentale dei media da parte del Nuovo Fascismo – si dispiega inesorabilmente in tutta la sua lucida disperazione, delineando – attimo dopo attimo – i connotati dell’assassino».
Per Fabrizio Gifuni «c’era il desiderio di raccontare la tragedia pubblica e privata di un poeta che aveva visto scomparire in soli tre lustri il solo mondo in cui voleva riconoscersi. Il grido lacerante e disperato di un uomo che urlava nel deserto contro l’immoralità e la cecità del vecchio Potere che stava aprendo la strada all’avvento di un Nuovo Potere – di un Nuovo Fascismo – ‘il più violento e totalitario che ci sia mai stato’. Ma anche la privatissima tragedia di chi, in virtù di quella stessa catastrofe politica e antropologica che vedeva abbattersi sull’Italia, non riconosceva più i ‘corpi’ dei suoi amati ragazzi, che sembravano trasformarsi, sotto i suoi occhi, da ‘simpatici malandrini’ in ‘spettrali assassini’. I suoi amati ‘Riccetti’ stavano cambiando maschera: dall’Innocenza al Crimine».
Tre mostre per PPP

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Tra le molte iniziative per il trentennale della morte di PPP ricordiamo anche tre mostre a lui dedicate aperte fino al 6 novembre: due sono allestite allo Spazio Forma di ^SMilano^s, ‘Viaggio negli Usa. Un marxista a New York‘ con immagini di Duilio Pallottelli, e ‘Reportage dall’Italia. La lunga strada di sabbia‘ di Philippe Séclier sull’Italietta delle vacanze di massa che il poeta aveva raccontato nel 1959 per la rivista ‘Successo’; ‘Scatti per Pasolini‘ è invece la mostra fotografica visitabile alla Galleria Gasparelli d’Arte contemporanea di ^SFano^s con ritratti dell’artista e foto di scena dal set de ‘La ricotta’ ad opera di Mario Dondero.
All’Accademia di Francia a ^SRoma^s è possibile (ri)vedere le opere documentaristiche di Pasolini, dai ‘Sopralluoghi in Palestina’ per il ‘Vangelo secondo Matteo’ ai ‘Comizi d’amore’, interessante reportage sulla sessualità degli italiani negli anni del boom.

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La rivista MicroMega propone nel nuovo numero in edicola un appassionante dialogo su Pasolini tra Lidia Ravera e Bernardo Bertolucci, una tavola rotonda fra Piergiorgio Belloccio, Adriano Sofri e Walter Veltroni, testi inediti di Tahar Ben Jelloun, Walter Siti e Andrea Cortellessa nonché una dettagliata ricostruzione della morte dello scrittore con un’inedita ipotesi di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna fondata su una testimonianza del compianto Sergio Citti in cui il perché dell’arrivo di Pasolini a Piazza dei Cinquecento non sarebbe stato il desiderio di cercare ragazzi quanto la necessità di recuperare alcune pizze di ‘Salò’ che erano state trafugate.
Panorama riporta infine un curioso sondaggio in cui ben il 18.3% dei giovani intervistati ammette di non sapere chi sia Pasolini. La maggioranza degli intervistati lo ricorda più come regista che come scrittore (33.9%), poeta (19.9%), opionista (9.5%) o famoso omosessuale (1.5%).
Nell’ultima intervista concessa sei ore prima di morire a Furio Colombo Pasolini dice quasi profeticamente: «Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo».
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