La legge anti-LGBTI+ ungherese del 2021 è pericolosamente simile a quella russa. È quanto emerge dalla storica, prima udienza del 19 novembre in Corte di Giustizia UE contro l’Ungheria dell’illiberale e filo-Putin Viktor Orbán, accusata di aver violato più di un principio fondamentale dell’UE con la controversa normativa anti-LGBTQIA+ che, di fatto, cancella qualsiasi diritto di rappresentanza e riconoscimento per innumerevoli persone queer, oggi sospese in un limbo legislativo.
La normativa voluta da Orbán – fortemente contestata dalla maggioranza degli stati UE – punta a censurare i contenuti LGBTQIA+ nei media e nell’educazione sessuale, associando in modo aberrante le identità queer alla pedofilia. Inoltre, vieta alle coppie LGBTQIA+ di accedere all’adozione e impone rigidi limiti alla pubblicità inclusiva, ostacolando le aziende che vogliono rappresentare la diversità delle identità nella società odierna.
Il simbolo di una deriva autoritaria mascherata da difesa dei “valori tradizionali”, che getta ancora una volta l’Unione Europea in un pericoloso stato di divisione con i suoi principi fondanti sfidati da un Paese membro. Ma forse, è proprio questo l’obiettivo di uno dei paesi satelliti della Russia di Vladimir Putin, da tempo impegnato nella destabilizzazione del “nemico UE”: dividere l’Unione Europea.
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Ungheria contro Unione Europea sulla legge anti-LGBTQIA+
L’udienza ha riunito 16 Stati membri dell’Unione Europea che si sono schierati al fianco della Commissione di Giustizia per denunciare la gravità delle azioni intraprese dal governo Orbán contro le minoranze sessuali:
- Belgio
- Francia,
- Germania,
- Lussemburgo
- Paesi Bassi,
- Austria
- Irlanda
- Malta
- Danimarca
- Portogallo
- Spagna
- Svezia
- Slovenia
- Finlandia
- Grecia
- Cipro
Tra i più espliciti, i rappresentanti olandesi, che hanno sottolineato come le pressioni del Media Council ungherese per censurare contenuti LGBTQIA+ trasmessi nei Paesi Bassi rappresentino una minaccia all’intero progetto europeo. “Non è una questione interna ungherese” ha dichiarato un delegato “ma un attacco diretto ai valori condivisi su cui si fonda l’Unione”.
La posta in gioco, infatti, è molto più alta di quanto possa sembrare: la legge ungherese non è solo un problema per i diritti delle persone LGBTQIA+, ma un banco di prova per la stessa identità dell’Unione Europea. Se Bruxelles non riuscirà a rispondere con fermezza, il rischio, secondo ILGA, è che il progetto europeo venga progressivamente svuotato della sua essenza, lasciando spazio a derive autoritarie che potrebbero contagiare altri Stati membri – come, abbiamo visto, sta già accadendo in diversi paesi del blocco orientale.
Il dibattito giuridico si è concentrato sull’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, che sancisce il rispetto per la dignità umana, l’uguaglianza, i diritti delle minoranze e la libertà come valori fondanti dell’UE. Secondo i legali della Commissione, la legge ungherese ne è una violazione lampante, poiché in contrasto con qualsiasi valore UE, direttamente volta a stigmatizzare una comunità già vulnerabile e a minare la cooperazione tra gli Stati membri.
Del resto, non è velata la simpatia di Orbán per la Russia di Vladimir Putin – il cui obiettivo ormai conclamato è destabilizzare l’UE dall’interno proprio tramite iniziative di questo tipo. Il legame con la normativa russa è altronde stato inequivocabilmente tracciato da numerosi delegati e attivisti durante l’udienza, e si è anche fatto riferimento a una precedente udienza del 2017, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel condannare la normativa russa nel 2017, stabilì che tali misure sono incompatibili con i valori democratici. L’auspicio è che la Corte di Giustizia dell’UE segua lo stesso approccio.
L’attivazione dell’articolo 7 del TUE, che prevede la sospensione dei diritti di voto per gli Stati membri che violano sistematicamente i valori dell’Unione, è una possibilità concreta, ma finora evitata per timore di ulteriori spaccature interne. Questo perché la presidenza ungherese del Consiglio dell’UE, in corso fino al 31 dicembre 2024, complica ulteriormente la situazione: Budapest continua a gestire dossier cruciali per l’Unione, mentre paradossalmente sfida apertamente i suoi principi. Ecco perché in molti stanno addirittura mettendo in dubbio l’appartenenza stessa dell’Ungheria in UE, Come ha osservato John Morijn, esperto di diritto e politiche pubbliche, “questa non è solo una questione legale, ma una crisi politica. L’Unione deve decidere se accettare che uno Stato membro contraddica i valori su cui si fonda”.
Nonostante l’urgenza della questione, il verdetto della Corte richiederà tempo. Un parere preliminare è atteso nei prossimi mesi, ma la decisione finale potrebbe arrivare solo nel 2025. Nel frattempo, l’intera Unione Europea si trova di fronte a un dilemma esistenziale: sarà capace di rimanere fedele ai suoi valori, o soccomberà alle derive autoritarie che minacciano di sgretolarne il tessuto? La storia è in corso di scrittura, ma il tempo stringe.
Grande assente l’Italia di Giorgia Meloni
Mentre la maggioranza degli Stati membri si schiera contro Budapest, l’Italia continua a mantenere una posizione ambigua, se non apertamente favorevole alle politiche illiberali di Orbán. Già in aprile, il Parlamento Europeo aveva votato una risoluzione per condannare la “torsione democratica” dell’Ungheria, ma l’Italia si era opposta. La stessa linea è stata mantenuta a giugno, quando 35 ambasciate hanno firmato un documento congiunto per condannare la legge ungherese e offrire supporto alla comunità LGBTQIA+ in occasione del Budapest Pride.
L’ambasciata italiana ha scelto di non aderire, confermando la propria solidarietà e simpatia alle posizioni illiberali di Orbán. Atteggiamento non sorprendente, dal momento in cui l’Italia sembra del tutto intenzionata ad allinearvisi, considerando l’approvazione della risoluzione Sasso, che mira a vietare la fantomatica “ideologia gender” nelle scuole italiane: un’anticipazione di una futura legge anti-LGBTI italiana.
La situazione per la comunità LGBTQIA+ ungherese rimane dunque un inquietante monito di ciò che potrebbe presto accadere anche dalle nostre parti. Un clima di autocensura diffusa: librerie multate per la vendita di libri a tematica LGBTQIA+, scuole che evitano di trattare argomenti legati all’educazione sessuale, organizzazioni civili che si trovano a combattere contro una burocrazia volutamente ostile.
Si resiste, ma a un prezzo altissimo: il Budapest Pride, nonostante le difficoltà, ha visto la partecipazione di 30.000 persone e la presenza simbolica dell’ambasciatore statunitense, ma gli attivisti locali denunciano che le loro attività quotidiane sono diventate quasi impossibili. Le parole a Gay.it di Eszter Polgári, responsabile legale di Háttér Society, riassumono la gravità della situazione: “Questo è il caso di diritti umani più importante nella storia dell’UE. Un verdetto favorevole potrebbe segnare una svolta non solo per l’Ungheria, ma per tutta l’Europa.”
