In queste ore il premier ungherese Viktor Orbán è travolto da uno scandalo di abusi su minori all’interno di istituti statali, ormai diventato un caso politico nazionale. Una serie di video ha documentato violenze e maltrattamenti in un centro minorile di Budapest: l’ex direttore è indagato per reati gravissimi, tra cui sfruttamento e tratta, mentre diverse persone sono state fermate o arrestate. Secondo le accuse, si parlerebbe di percosse, intimidazioni, condizioni degradanti, omissioni di tutela reiterate per anni, con responsabilità penali e gestionali contestate ai dirigenti e ad altri operatori.

L’opposizione, guidata da Péter Magyar (favorito nei sondaggi per le elezioni dell’aprile 2026) accusa il governo Orbán di aver ignorato per anni segnalazioni e allarmi, trasformando lo slogan “proteggiamo i bambini” in una retorica propagandistica priva di reali tutele. Proprio sui bambini la retorica di Orbán aveva fatto leva per promuovere la legge anti-LGBTIAQ+ che vieta contenuti queer, e per vietare manifestazioni pubbliche tra cui i Pride di Budapest e Pécs.
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Lo scandalo sta portando in questo ore un oceano” di persone in piazza a Budapest: decine di migliaia hanno manifestato nelle ultime 48 ore chiedendo responsabilità politiche e dimissioni, con una mobilitazione costruita attorno a un messaggio elementare: “proteggere i bambini”, in un vero e proprio ribaltamento della narrazione di Orbán.
Il nodo LGBT+ si inserisce nello stesso schema di potere. Nel 2025 il Parlamento ha approvato una norma che lega la libertà di assemblea alla legge sulla “protezione dei minori”, consentendo di vietare i Pride e prevedendo identificazioni (anche tramite riconoscimento facciale) e sanzioni. La polizia ha così vietato il Budapest Pride del 28 giugno 2025, ma la marcia si è tenuta ugualmente, trasformandosi in una delle più grandi manifestazioni antigovernative degli ultimi anni. Negli ultimi giorni la polizia ha perfino proposto l’incriminazione del sindaco Gergely Karácsony per aver consentito, con una protezione municipale, la parata dell’orgoglio LGBTIQ+ che invece il governo Orbán aveva vietato con una legge dello Stato.

Lo scontro interno al Paese, con attriti istituzionali irrituali per una democrazia liberale, si è ripetuto con il Pécs Pride: la marcia è stata vietata, anche se, come a Budapest, si è svolta lo stesso. Dopo l’evento, l’organizzatore-attivista Géza Buzás-Hábel rischia procedimenti penali. In nome della protezione dei bambini, Orbán ha disteso un clima intimidatorio, ma quella manipolazione sembra oggi ritorcersi contro il suo stesso governo, travolto dallo scandalo degli abusi.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Negli anni Orbán ha costruito quella che egli stesso ha definito “democrazia illiberale” svuotando progressivamente i contrappesi istituzionali. Analisi dell’UE e di organismi internazionali segnalano criticità strutturali sull’indipendenza della giustizia, sul pluralismo dei media, sulla corruzione ad alto livello, sulla pressione esercitata sulla società civile e sull’uso esteso di poteri emergenziali. Preoccupante anche il consolidamento del controllo sulle istituzioni attraverso riforme costituzionali e leggi “di sistema”, che restringono diritti e spazi democratici.

