Il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, ha annunciato che la polizia ungherese ha raccomandato la sua incriminazione per aver organizzato la 30esima parata del Pride lo scorso giugno, quando centinaia di migliaia di persone invasero la capitale ungherese dopo lo sconcertante divieto ufficiale deciso per legge da Viktor Orban.
Se i pubblici ministeri seguissero la raccomandazione della polizia, Karácsony rischierebbe fino a un anno di carcere per aver organizzato e incitato alla partecipazione ad una manifestazione vietata.
Budapest, Gergely Karácsony incriminato per il Pride?
“La polizia ha concluso la sua indagine contro di me in relazione alla marcia del Pride di Budapest di giugno con una raccomandazione di sporgere denuncia“, ha dichiarato Karácsony in un video Facebook. Il primo cittadino di Budapest ha definito le accuse “assurde“, affermando che il comune ha il diritto di “organizzare qualsiasi evento desideri sulla propria proprietà pubblica”. “Sono orgoglioso di aver corso ogni rischio politico per il bene della libertà della mia città e sono orgoglioso di poter difendere la mia libertà e la libertà della mia città in tribunale“, ha continuato Karácsony.
Le reazioni al possibile arresto di Gergely Karácsony
Circa 300.000 persone parteciparono al trionfale Budapest Pride che prese a schiaffi la legge fascista di Viktor Orban, compresi noi di Gay.it, in quella che venne descritta come una critica alla pluriennale repressione dei diritti LGBTQ da parte dell’amico di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. ILGA-Europe ha chiesto all’UE di agire immediatamente per proteggere le riunioni pacifiche e le comunità LGBTI in Ungheria.
Anche l’European Pride Organisers Association si è detta “profondamente allarmata dalle notizie secondo cui la polizia ungherese avrebbe raccomandato di sporgere denuncia contro Gergely Karácsony, sindaco di Budapest, per aver consentito lo svolgimento della marcia del Budapest Pride di quest’anno nonostante il divieto imposto dal governo ai sensi della nuova legge. Il 28 giugno, circa 300.000 persone hanno partecipato al Budapest Pride dopo che il sindaco lo ha dichiarato un evento municipale, consentendone lo svolgimento senza l’autorizzazione della polizia. Se confermate, queste accuse potrebbero comportare fino a un anno di carcere, semplicemente per aver difeso la libertà di riunione. Questo arriva pochi giorni dopo che ILGA-Europe ha lanciato l’allarme sulla rapida riduzione dello spazio democratico in Ungheria, dove sia un organizzatore del Pride che ora il sindaco della capitale potrebbero dover affrontare accuse penali per aver garantito alle comunità LGBTIQ la possibilità di riunirsi in modo sicuro e visibile. Come ha affermato Géza Buzás-Hábel, organizzatrice del Pécs Pride: “Se accettiamo il divieto, accettiamo l’oppressione… Ne va del futuro dell’Ungheria nell’Unione Europea”. Prendere di mira gli organizzatori della comunità e i rappresentanti eletti segna una pericolosa escalation nell’abuso della legge sulle assemblee per mettere a tacere il dissenso e limitare i diritti fondamentali in vista delle elezioni nazionali del prossimo anno. L’EPOA è fermamente al fianco del Budapest Pride, del Pécs Pride e di tutti i difensori della democrazia e dell’uguaglianza in Ungheria. La libertà di riunione è un valore europeo fondamentale e continueremo a lanciare l’allarme ogni volta che sarà minacciata“.
La possibile incriminazione ai danni di Karácsony segue quanto accaduto all’organizzatore del Pecs Pride, Géza Buzás-Hábel, convocato per un interrogatorio davanti alla polizia come sospettato per aver organizzato un raduno proibito, reato punibile fino a un anno di carcere. Quello di Buzás-Hábel è stato il primo caso noto nell’Unione Europea con un difensore dei diritti umani perseguito penalmente per aver organizzato un Pride. Il 2° rischia di essere Gergely Karácsony. Fino ad oggi casi simili erano stati riscontrati solo in Russia e Turchia.
Nel frattempo la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria per il mancato rispetto di varie disposizioni del regolamento europeo sulla libertà dei media e di alcune disposizioni della direttiva sui servizi di media audiovisivi, non rispettando le disposizioni in relazione all’ingerenza nel lavoro dei giornalisti e degli organi di informazione, limitando le attività economiche e la libertà editoriale.
