L’ultimo segnale è arrivato ieri dal Congresso del Montana, dove un consenso bipartisan ha affossato due proposte di legge che avrebbero segnato un nuovo punto di non ritorno nella guerra contro le persone transgender. La prima mirava a vietare gli spettacoli drag e le marce del Pride, ennesima offensiva contro qualsiasi forma di espressione di genere che sfugga ai rigidi dettami della moralità conservatrice. La seconda andava oltre: avrebbe dato allo Stato il potere di togliere i bambini trans alle loro famiglie.
A far pendere l’ago della bilancia non è stato solo il peso morale di queste misure, ma anche gli interventi di due deputati transgender, Zooey Zephyr e SJ Howell, che hanno denunciato l’orrore insito in simili proposte. Ma c’è di più: una parte dell’establishment repubblicano sembra aver finalmente compreso che questa ossessione per il controllo delle identità non è solo una grottesca violazione dei diritti fondamentali, ma anche un colossale spreco di tempo e risorse.
Il Montana non è del resto uno Stato progressista, il suo parlamento è dominato dai repubblicani. Eppure, 13 di loro hanno votato contro il divieto del drag, mentre ben 29 hanno respinto la legge che avrebbe spezzato innumerevoli famiglie, lasciando i loro bambin* in balia di un sistema di affidamento spesso ostile e disfunzionale.
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La legge contro i drag show e le marce del Pride non è una novità: già in passato il Montana aveva tentato di vietare le esibizioni in pubblico, ma il provvedimento era stato annullato dai tribunali dopo essere stato utilizzato per impedire a una donna transgender nativa americana di tenere una lezione di storia in biblioteca.
Questa volta, il deputato ultraconservatore Caleb Hinkle ha provato a rilanciarlo in una versione ancora più aggressiva, permettendo ai privati cittadini di citare in giudizio qualsiasi evento drag si svolgesse in pubblico. Una caccia alle streghe in piena regola.
La risposta di Zephyr è stata netta: “Il drag è arte. È una forma di espressione culturale e identitaria che ha radici profonde nella storia americana. Quando vado a prendere mio figlio a scuola, non è un’esibizione lasciva. Non è un fetish. È la mia famiglia”.
Parole che hanno risuonato anche tra le file repubblicane. La deputata Sherry Essmann, contraria alla legge, ha liquidato la proposta come una perdita di tempo in un momento in cui il Montana affronta problemi ben più urgenti: “Abbiate fiducia nei genitori perché facciano ciò che è giusto e fermate queste leggi folli che sono uno spreco di energie”. Il verdetto è stato inequivocabile: 55 voti contrari, 44 favorevoli.
Ancora più clamorosa è stata la bocciatura del secondo provvedimento, quello che avrebbe consentito allo Stato di sottrarre i bambini trans alle loro famiglie. Una strategia che la destra reazionaria USA porta avanti da tempo: far passare il riconoscimento dell’identità di genere come una forma di abuso sui minori.
SJ Howell ha smascherato l’ipocrisia alla base: “Ogni volta che un bambino viene allontanato dalla sua famiglia, è una tragedia. A volte una tragedia necessaria, ma pur sempre una tragedia. Questa legge non si avvicina minimamente alla serietà con cui tali decisioni dovrebbero essere contemplate. Davvero vogliamo togliere un bambino da una casa stabile, con genitori amorevoli, solo perché lo supportano nella sua identità?”
Parole che hanno fatto breccia: la proposta è stata bocciata con 71 voti contrari e 27 favorevoli. Un numero sorprendente: ben 29 repubblicani hanno votato contro. Segnale che qualcosa sta cambiando.
L’ossessione anti-trans come strategia di distrazione
La battaglia, però, è appena cominciata. Attualmente, sono 696 le proposte di legge anti-trans in esame in 49 stati americani. Il Texas, roccaforte della destra trumpiana, ne ha presentate 97. Il Missouri, il West Virginia, l’Oklahoma e l’Iowa seguono a ruota. La repressione delle identità LGBTQIA+ è del resto ormai diventata una priorità per il Partito Repubblicano, che sta cercando di cementare il proprio consenso elettorale alimentando il moral panic. Una guerra ideologica che nasconde però un obiettivo ben più cinico: distogliere l’attenzione dai problemi reali.
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Mentre si dibattono leggi per vietare gli spettacoli drag, il Montana affronta, ad esempio, una crisi senza precedenti: i prezzi delle case sono aumentati del 47% negli ultimi cinque anni, il sistema sanitario è al collasso, le aree rurali soffrono una carenza cronica di medici. Nel frattempo, la questione delle terre indigene e dello sfruttamento delle risorse naturali rimane irrisolta, mentre la criminalità legata all’abuso di oppioidi è in crescita.
La comunità LGBTQIA+ diventa così un diversivo, un nemico immaginario utile a convogliare il malcontento dell’elettorato bianco conservatore. Ma questa volta, la retorica ha ceduto. E non ha attecchito nemmeno nei tribunali, che oggi rappresentano il primo argine contro l’ondata reazionaria, sia a livello statale che federale. Il Transgender Law Center e l’ACLU stanno portando avanti una serie di ricorsi per bloccare le leggi più restrittive. In alcuni stati, come l’Arkansas e il Tennessee, i giudici hanno già sospeso i divieti ai percorsi affermativi per i minori trans.
La vera battaglia, però, si giocherà a livello federale. La Corte Suprema sarà probabilmente chiamata a pronunciarsi su molte di queste misure nei prossimi mesi. Eppure, anche all’interno della stessa Corte, modellata su misura da Donald Trump, iniziano a intravedersi i primi segnali di dissenso. Solo la scorsa settimana, due giudici conservatori si sono schierati con quelli democratici per sbloccare 2 miliardi di aiuti internazionali USAID bloccati da un ordine esecutivo dell’ex presidente. Forse è l’inizio di un cambio di paradigma. O forse è solo una crepa. Ma le crepe, con il tempo, possono diventare fratture.
