Con un voto risicato di 5-4, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha bloccato l’ordine esecutivo con cui l’amministrazione Trump aveva imposto il congelamento di quasi 2 miliardi di dollari di aiuti esteri USAID, una delle mosse più brutali nella ridefinizione della politica estera americana in chiave isolazionista. Ma oltre all’impatto della decisione, a sorprendere è stata la frattura emersa all’interno della stessa Corte Suprema, nonostante la sua solida maggioranza conservatrice.
Due giudici nominati dai Repubblicani, John Roberts e Amy Coney Barrett, hanno scelto di schierarsi con i tre giudici liberali, isolando Samuel Alito e il blocco trumpiano della Corte. Per Trump e Musk, questa è la prima crepa nel muro: il progetto di disimpegno dagli aiuti internazionali, pilastro delle politiche del Department of Government Efficiency – DOGE, subisce un colpo diretto, portando con sé l’intera impalcatura reazionaria dell’amministrazione.
Non si tratta però solo di un problema politico, ma anche di una clamorosa débâcle tecnica. Da un lato, l’inadeguatezza dei funzionari incaricati di implementare l’agenda repubblicana ha portato a un errore strategico fatale nella gestione della causa; dall’altro, il cuore stesso della narrazione del DOGE si è dimostrato fragile, basato su una retorica di risparmio che non ha retto alla prova dei fatti.
L’ordine esecutivo che ha bloccato i fondi ha però già causato danni incalcolabili: ospedali chiusi, trattamenti medici interrotti, programmi umanitari smantellati. Tutto questo per ottenere un risparmio che, spogliato dagli slogan muschiani, si è rivelato insignificante rispetto al bilancio federale.
Il blocco USAID decaduto per un errore tecnico anche grazie a due giudici repubblicani
Dietro la decisione della Corte Suprema di bloccare il congelamento dei fondi USAID c’è innanzitutto un errore strategico clamoroso da parte dell’amministrazione Trump, che ha finito per perdere non tanto sul piano politico, quanto su quello tecnico-giuridico.
La vicenda inizia quando, il 13 febbraio, il giudice federale per il Distretto di Columbia, Amir Ali, emette un ordine che impone il ripristino immediato dei fondi USAID, bloccando di fatto l’ordine esecutivo con cui l’amministrazione Trump aveva congelato quasi 2 miliardi di dollari di aiuti esteri. Ali giustifica la sua decisione sottolineando che il blocco dei fondi viola la legge federale e interrompe finanziamenti già impegnati per progetti umanitari e di sviluppo, creando un danno immediato e irreparabile.
Nonostante la sentenza, il governo ignora l’ordine, ostinandosi a non procedere con il rilascio dei fondi. Due settimane dopo, constatando che l’amministrazione non stava rispettando la sua decisione, Ali fissa una scadenza di 36 ore per l’esecuzione del provvedimento.
E qui avviene il primo passo falso dell’amministrazione. Se il governo avesse contestato immediatamente la decisione di Ali, avrebbe potuto aprire una battaglia legale più ampia sul merito della questione – ovvero, se l’amministrazione avesse o meno il diritto di bloccare gli aiuti unilateralmente. Ma questo non accade. Trump e il suo team non impugnano l’ordine originale nei tempi previsti, lasciandolo tecnicamente in vigore. Quando finalmente decidono di presentare ricorso, non possono più contestare il diritto di Ali di emettere l’ordine, ma solo la tempistica con cui il governo avrebbe dovuto eseguirlo.
In pratica, l’amministrazione non è più nelle condizioni di discutere se il blocco fosse o meno legale, ma può solo sostenere che i tempi imposti dal giudice per sbloccare i fondi siano troppo stringenti. Ed è proprio su questo punto che la strategia di Trump crolla. La Corte Suprema, infatti, non si lascia convincere dall’argomento procedurale: se il governo non ha contestato in tempo la decisione di Ali, ora non può più farlo, e deve quindi attenersi alle scadenze imposte dal giudice federale.
Il risultato? L’amministrazione si è autoincastrata. Un errore strategico che, oltre a minare la credibilità del DOGE, ha esposto la debolezza strutturale dell’amministrazione nei confronti della macchina giudiziaria, e che potrebbe costituire un precedente per future sfide legali alle politiche trumpiane.
Il blocco ultra-conservatore della Corte, con Samuel Alito in prima linea, si è infatti ritrovato isolato nella sua rigida fedeltà all’amministrazione che lo ha insediato, mentre John Roberts e Amy Coney Barrett, pur nominati dai Repubblicani, hanno scelto di non piegarsi alle imposizioni dell’esecutivo.
DOGE e la truffa del risparmio: Elon Musk gonfia i numeri, ma i dati raccontano un’altra storia
Nel frattempo, se l’obiettivo del DOGE, con il blocco ai finanziamenti USAID e non solo, era quello di tagliare sprechi e rendere la spesa pubblica più efficiente, il bilancio finora è disastroso. E non solo per le conseguenze umanitarie, ma anche per l’evidente falsificazione dei dati alla base della sua narrativa.
Andiamo in ordine: il giorno stesso del suo insediamento, il neoeletto presidente, Donald Trump, nominava pubblicamente Elon Musk Senior Advisor to the President con focus sull’efficienza governativa. Di fatto, è considerato il capo del DOGE, sebbene la Casa Bianca abbia precisato che Musk non ricopre un incarico amministrativo tradizionale, né abbia poteri decisionali ufficiali, se non come consulente.
Questo, però, non gli ha impedito di imporre la sua visione imprenditoriale al governo federale, adottando un approccio simile a quello utilizzato per ristrutturare Twitter (ora X): licenziamenti di massa, revisione di contratti pubblici e tagli a programmi considerati “woke” o non essenziali.
Musk e il team DOGE hanno ripetutamente vantato i risultati della loro politica di “razionalizzazione”, pubblicando un elenco dettagliato di spese pubbliche eliminate o ridotte, con cifre da capogiro. Sul sito ufficiale del DOGE e nei comunicati social, l’ufficio ha dichiarato di aver già risparmiato 55 miliardi di dollari nelle prime settimane, cancellando contratti e programmi federali. Tuttavia, la verifica indipendente di queste affermazioni racconta una storia ben diversa.
Il caso più eclatante riguarda un presunto risparmio di 8 miliardi di dollari al Department of Homeland Security, attribuito alla cancellazione di un singolo contratto presso l’Immigration and Customs Enforcement. In realtà, quel contratto – con la società D&G Support Services per servizi di supporto al dipartimento diritti civili – vale solo 8 milioni, non 8 miliardi, come erroneamente dichiarato dal DOGE. L’errore, inizialmente sbandierato come un successo dell’efficienza muschiana, è stato corretto solo dopo che giornalisti e analisti finanziari hanno smascherato la discrepanza.
E non è un caso isolato. Un’analisi condotta dal Wall Street Journal ha stimato che, sommando tutti i contratti effettivamente eliminati dal DOGE – circa 1.100- , i risparmi reali si attestano tra 8 e 12 miliardi di dollari, ben lontani dai 55 miliardi proclamati pubblicamente. In alcuni casi, il DOGE ha contato come “risparmio” contratti che erano già stati annullati in precedenza, durante l’amministrazione Biden, o interi importi pluriennali di progetti cancellati, sebbene solo una parte dei fondi fosse effettivamente recuperabile.
Bloomberg e altri analisti hanno dunque parlato di un database pieno di errori e falsità, una sorta di propaganda contabile volta a legittimare tagli indiscriminati più che a documentare reali risparmi. Perfino all’interno dello stesso DOGE, la tensione è palpabile: la scorsa settimana 21 funzionari si sono dimessi in segno di protesta contro la linea imposta da Musk, accusando l’amministrazione di aver trasformato un progetto di efficienza nella più classica operazione di marketing politico.
Anche lo stesso Elon Musk ha dovuto ammettere alcuni problemi. In una recente dichiarazione, ha riconosciuto che “ci sono degli errori” nei numeri comunicati e che il team li correggerà rapidamente. Tuttavia, le correzioni tardive e il tentativo di minimizzare le discrepanze non hanno fatto altro che alimentare i sospetti sulla reale trasparenza del progetto.
Le conseguenze disastrose del blocco USAID: ospedali chiusi, servizi sospesi, vite spezzate
Se i numeri possono essere manipolati, le conseguenze reali del blocco USAID – denunciate recentemente anche da Sir Elton John – raccontano invece una storia che nessun grafico può nascondere. Anche uno stop temporaneo, per innumerevoli ONG che operano nei territori in via di sviluppo dipendenti dagli aiuti esteri, può significare una sentenza di morte.
Ed è il caso di Pe Kha Lau, 71 anni, rifiugiata nei nei campi profughi tra Thailandia e Myanmar, che sopravviveva grazie all’ossigeno fornito da una clinica sostenuta da USAID. Dimessa senza alternative dopo l’interruzione dei fondi, è morta poco dopo. Il volto di una crisi umanitaria che l’amministrazione statunitense finge di non vedere.
In Kenya, il congelamento dei fondi USAID ha avuto effetti devastanti, in particolare per i programmi sanitari legati alla lotta all’HIV/AIDS. Il PEPFAR, il programma USA che fornisce terapie antiretrovirali a milioni di persone nel mondo, ha subito una battuta d’arresto senza precedenti. Le organizzazioni della società civile keniana hanno denunciato il collasso di almeno 150 cliniche sanitarie, costrette a chiudere per mancanza di finanziamenti. Il risultato? 72.000 pazienti sieropositivi hanno visto interrompersi improvvisamente le loro terapie, mentre oltre 35.000 operatori sanitari – medici, infermieri, tecnici di laboratorio, counselor – hanno perso il lavoro da un giorno all’altro. Citizen TV Kenya, che ha ripreso la notizia, ha parlato di una vera e propria catastrofe umanitaria, evidenziando come nella contea di Kisii, ad esempio, interi programmi di assistenza per HIV e salute materno-infantile siano stati sospesi.
Ma il Kenya non è l’unico paese colpito. In India, il blocco ha provocato la chiusura della Mitr Clinic di Hyderabad, la prima struttura dedicata esclusivamente alla salute delle persone transgender nel paese. Inaugurata nel 2021 con il sostegno di USAID e PEPFAR, la clinica forniva consultazioni ormonali, test HIV/STI e trattamenti antiretrovirali gratuiti per la comunità trans, una delle più emarginate del paese.
E poi ci sono i numerosi altri programmi di salute pubblica co-finanziati dagli USA, tra cui iniziative di prevenzione dell’HIV e supporto materno-infantile, ad oggi sospesi. Hindustan Times e IndiaWest hanno riportato che nel solo anno fiscale in corso, il congelamento dei fondi ha bloccato almeno 55 milioni di dollari di aiuti sanitari destinati all’India, mettendo a rischio l’accesso alle cure per migliaia di persone nelle comunità più vulnerabili.
Le ripercussioni sono gravi anche nelle Filippine, dove il governo e le ONG locali hanno confermato l’impatto devastante della sospensione dei fondi USAID. Philippine Star ha stimato che almeno 4 miliardi di pesos (circa 70 milioni di dollari) di programmi sanitari e ambientali sono stati sospesi. L’organizzazione LoveYourself, che fornisce test e trattamenti gratuiti per l’HIV, ha dovuto ridimensionare i servizi e sospendere la distribuzione di 8.000 kit di test HIV al mese, lasciando scoperte migliaia di persone in un paese con uno dei tassi di nuove infezioni più alti al mondo.
Il congelamento ha colpito anche il centro TANGGAP Trans Hub, un progetto della rete Transmasculine Philippines (TMPH) che offriva counseling e accesso a terapie ormonali per persone transgender: il centro ha dovuto chiudere temporaneamente perché interamente finanziato da USAID. “Il freeze ha imposto l’arresto di tutte le nostre attività e iniziative”, ha dichiarato TMPH in un comunicato, denunciando il rischio di un ritorno forzato alla clandestinità per molte persone LGBTQ+ che ora non possono più accedere a cure adeguate.
Nei territori insulari del Pacifico, già fragili e fortemente dipendenti dagli aiuti internazionali, la sospensione di USAID ha avuto effetti devastanti. Un reportage congiunto AFP/BBC ha evidenziato che decine di progetti sanitari e sociali sono stati bloccati, privando migliaia di persone di servizi essenziali. Il blocco ha colpito duramente la fornitura di farmaci salvavita per malattie come tubercolosi, malaria e HIV/AIDS, lasciando intere comunità senza cure. Nelle Isole Salomone, un progetto di conservazione marina finanziato dagli USA ha dovuto licenziare il personale, mentre in Kiribati e Papua Nuova Guinea la sospensione degli aiuti ha interrotto programmi di decriminalizzazione dell’omosessualità e tutela dei diritti LGBTQIA+.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha così lanciato un allarme globale: il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato che il congelamento degli aiuti USA ha già interrotto programmi sanitari in 50 paesi, sospendendo trattamenti per HIV, vaccinazioni antipolio, cure per il vaiolo delle scimmie e l’influenza aviaria. Tedros ha riferito che “cliniche sono state chiuse e operatori sanitari messi in congedo” in molte regioni vulnerabili, esortando gli Stati Uniti a ripristinare i finanziamenti per i servizi salvavita.
Dunque, il cerchio si chiude: DOGE non è mai stato un progetto di razionalizzazione della spesa pubblica, ma uno strumento per consolidare l’agenda reazionaria dell’amministrazione Trump. Una strategia che, dietro la retorica dell’”efficienza”, ha portato alla soppressione di diritti e servizi essenziali per le fasce più vulnerabili della popolazione globale. E mentre Trump e Musk continuano a vantarsi dei loro “risparmi” gonfiati, chi ne paga il prezzo sono centinaia di migliaia di persone a rischio di perdere la propria vita.
