Un lungo periodo di violenze fisiche, psicologiche e verbali, alimentate dall’abuso di alcol e da un clima familiare sempre più deteriorato, si è concluso con una sentenza del tribunale di Verona. Un uomo di 66 anni è stato condannato a oltre mille ore di lavori di pubblica utilità per aver perseguitato e aggredito il figlio dell’ex moglie, perché gay. La pena è arrivata dopo il patteggiamento e il riconoscimento di un percorso di ravvedimento, ma la ricostruzione dei fatti restituisce il quadro di un vero e proprio inferno domestico durato anni.
In questo articolo
Verona, anni di abusi e insulti perché gay
Secondo quanto emerso in sede giudiziaria e ripreso da L’Arena, le violenze si sono protratte dal 2018 fino al settembre 2023. In questo arco di tempo, l’uomo avrebbe preso di mira quasi quotidianamente il figlio dell’allora moglie, nato da una precedente relazione, rendendolo bersaglio di insulti, minacce e aggressioni fisiche legate al suo orientamento sessuale.
Il giovane veniva apostrofato con termini dispregiativi e umilianti, tra cui “zecca”, e sottoposto a un continuo clima di intimidazione. Le minacce erano esplicite e ripetute: “ti uccido durante la notte”, gli avrebbe detto in più occasioni, arrivando ad affermare: “Tuo padre doveva ammazzarti quando eri piccolo”. Frasi che, secondo l’accusa, hanno contribuito a costruire un contesto di violenza psicologica costante.
Nel 2020 si è verificato uno degli episodi più gravi: l’uomo afferrò il ragazzo per la maglia e per le braccia e lo spinse contro la ringhiera, tentando di farlo cadere nella tromba delle scale. In quell’occasione, la madre intervenne per difenderlo e rimase a sua volta coinvolta nell’aggressione.
Le prime denunce e l’intervento delle forze dell’ordine
Nel 2021, esasperato dalla situazione, fu il giovane a chiamare i carabinieri. Neppure la presenza dei militari riuscì a fermare l’uomo, che continuò a rivolgergli insulti pesanti: “Devi vergognarti”. L’atteggiamento violento non si limitava al rapporto con il ragazzo, ma si estendeva anche alla moglie.
Nel febbraio 2023, durante una discussione familiare, l’uomo spinse la donna contro un muro e le diede una testata, colpevole – secondo lui – di “essersi intromessa” in un confronto tra lui e il padre. Anche in quell’occasione, il giovane intervenne per difendere la madre, scatenando una nuova reazione di rabbia e disprezzo legata all’orientamento sessuale del ragazzo.
L’episodio più grave e l’allontanamento da casa
Il momento più critico arriva nel settembre 2023. Dopo aver bevuto, l’uomo iniziò a offendere entrambi, per poi passare alla violenza fisica una volta rientrato in casa. Secondo l’imputazione, lo afferrò per i capelli e gli “fece sbattere la testa contro un termosifone e sui gradini delle scale”.
Fu a seguito di questo episodio che la donna chiamò nuovamente i carabinieri. Quella sera l’uomo lasciò l’abitazione, ma tentò poco dopo di rientrare forzando la porta. Danneggiò la veranda e iniziò a urlare minacce di morte, gridando: “Vergognati. Mi fai schifo tu e tuo figlio”.
Due giorni dopo tornò a minacciare la donna, comportamento che portò all’emissione del divieto di avvicinamento nei confronti di entrambi. Provvedimento che, però, non venne rispettato.
Dal carcere ai domiciliari fino al patteggiamento
La violazione del divieto di avvicinamento portò l’uomo, nel maggio 2024, alla detenzione in carcere. Successivamente passò agli arresti domiciliari e, nel novembre dello stesso anno, accettò di indossare il braccialetto elettronico come misura di controllo.
Nel corso del procedimento giudiziario, difeso dall’avvocata Marcella Mazzeo, l’imputato ha intrapreso un percorso di cura: ha smesso di bere, ha concluso un iter psicologico e ha risarcito le persone offese. Elementi che il giudice ha valutato come segni di ravvedimento, accogliendo la richiesta di patteggiamento a due anni di pena, convertita in lavori di pubblica utilità.
La decisione è stata pronunciata dal giudice per l’udienza preliminare Paola Vacca. Alla luce delle attenuanti, del risarcimento delle persone offese e del percorso terapeutico concluso dall’imputato, la pena detentiva è stata sostituita con 1.084 ore di volontariato. Contestualmente, è stato revocato anche il braccialetto elettronico che l’uomo era stato obbligato a indossare.
Omofobia domestica e violenza familiare: un fenomeno sommerso
Il caso di Verona riporta al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: la violenza omofobica che si consuma all’interno delle mura domestiche. Non sempre l’aggressore è un estraneo o un contesto pubblico ostile. In molti casi, come questo, il rifiuto dell’orientamento sessuale si traduce in abusi quotidiani esercitati da figure adulte e autoritarie all’interno della famiglia.
La sentenza riconosce la gravità delle condotte, pur scegliendo una strada alternativa alla detenzione. Le oltre mille ore di volontariato rappresentano una forma di pena che punta alla responsabilizzazione, ma lasciano aperta una riflessione più ampia sulla prevenzione, sul sostegno alle vittime e sulla necessità di riconoscere e contrastare l’omofobia anche negli spazi privati.
Per il giovane e per la madre, la fine del procedimento segna la conclusione di un lungo periodo di paura. Per la società, resta l’urgenza di continuare a raccontare e nominare queste violenze, affinché non restino invisibili.




È orrribbioe dove stiamo andando a finire... Purtoppo vedo che questi atteggiamenti son sempre più sdoganati
Doveva stare due anni in galera e risarcire con soldi le sue violenze.