Un tredicenne decide che una scala arcobaleno decorata con parole come “rispetto” e “accoglienza” è un affronto ai suoi principi, inscena una protesta plateale e interrompe le attività didattiche. Gli insegnanti lo richiamano all’ordine, come accadrebbe in qualsiasi scuola di fronte a un atto di indisciplina.
Nulla di straordinario, nulla che meriterebbe di uscire dall’ambito scolastico. E invece, nel clima avvelenato della guerra culturale, l’episodio diventa l’ennesima arma retorica della stampa di destra contro il nemico immaginario dell’ideologia gender.
Il caso è quello di un istituto comprensivo di Verona, dove il dirigente scolastico si è trovato suo malgrado protagonista di una vicenda surreale: un semplice provvedimento disciplinare trasformato in una crociata ideologica da stampa e politica.
Verona, 13enne fa una scenata davanti alle scale arcobaleno
La vicenda inizia il 10 febbraio, quando una classe di terza media dell’istituto veronese si sposta nell’aula magna per assistere alla proiezione di un film. Per raggiungere il piano superiore, gli studenti devono percorrere la “scala arcobaleno”, iniziativa ideata in occasione della scorsa Giornata Mondiale contro l’Omofobia.
Sui gradini, parole come “rispetto”, “fiducia”, “comprensione”, “L’amore è amore. Nient’altro” – concetti difficilmente attaccabili, a meno che non diventino improvvisamente problematici quando associati ai diritti delle persone LGBTQIA+.
E così, il tredicenne in questione decide che no, quella scala non va bene. Ignora il percorso indicato, prende un’altra scala e, quando gli viene chiesto di tornare indietro e seguire il gruppo, mette in scena una protesta infantile: salta i gradini a due a due, si aggrappa alla ringhiera per non calpestarli, ostenta una resistenza che ben poco ha a che fare con la libertà di pensiero e molto con la voglia di mettersi al centro dell’attenzione.
A quel punto, l’insegnante lo richiama e gli chiede semplicemente di salire le scale come tutti gli altri, senza sceneggiate – in quello che il padre del ragazzo definisce “quasi un rito”. E, quando il ragazzino insiste nel suo atteggiamento di sfida, viene portato davanti al preside, dove invece di cogliere l’opportunità di un dialogo, sceglie una risposta secca: è “contrario alla comunità LGBT”.
Il preside richiama così il ragazzo sia per il suo atteggiamento ostentatamente e ingiustificatamente ostile alla comunità LGBTQIA+ – già manifestato in passato – sia per aver ignorato le indicazioni degli insegnanti, mettendo a rischio la propria sicurezza. Si potrebbe chiudere qui: un episodio di ordinaria indisciplina, un ragazzo che ha deciso di fare un po’ di scena e ha ricevuto la giusta ammonizione. Ma la faccenda degenera quando entrano in gioco i genitori.
Dall’aula alla politica: quando l’educazione diventa una questione ideologica
“Durante l’incontro a scuola il preside ha tacciato mio figlio di omofobia. Di fronte a questa dichiarazione siamo rimasti senza parole. Nonostante tutto, ho scritto una lettera molto ponderata al dirigente chiedendo di cancellare la nota disciplinare. Se un ragazzino di 13 anni non condivide un’idea avrà pur diritto di esprimersi e per questo non credo debba essere sanzionato“. Così parla il padre del ragazzo.
Invece di accettare che il figlio abbia infranto una regola scolastica e abbia ricevuto una nota disciplinare, la famiglia – indignata da una presunta “violazione dei diritti dell’infanzia” – si rivolge dunque direttamente all’Ufficio Scolastico del Veneto. E, non contenta, anche al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, il quale dovrà ora esprimersi sul caso.
“Rivendico, senza tema di essere smentito il fatto che la nostra scuola che vanta una grande tradizione di democrazia, inclusione e rispetto di ogni pensiero e diversità, non abbia alcun bisogno di ricevere richiami ai principi costituzionali il cui rispetto viene esercitato e insegnato quotidianamente in ogni momento dell’attività che viene svolta con passione e abnegazione – ha scritto il preside – auspico che i genitori dell’alunno comprendano la gravità dell’azione commessa dal figlio che si è posto in una situazione di grave pericolo per la sua incolumità fisica e contestualmente assumano consapevolezza che l’Istituto opera nel più grande rispetto di tutti e delle opinioni di tutti (con la precisazione che le manifestazioni di dissenso non possono sconfinare in azioni che mettano in pericolo l’incolumità propria e la sicurezza dell’Istituto stesso)“.
Noi di Gay.it abbiamo contattato proprio l’Ufficio Scolastico per il Veneto per comprendere meglio i contorni dell’accaduto. La risposta? Nessun commento. La vicenda è ora coperta da segreto istruttorio. Ma questo non ha impedito al deputato leghista Francesco Sasso – fautore della risoluzione omonima contro “l’ideologia gender” nelle scuole – di esprimersi in merito:
“Non possiamo voler inculcare nei giovani, a forza, la cultura gender. E bene hanno fatto i genitori del ragazzo a chiedere l’intervento di Valditara. Siamo certi che il ministro andrà fino in fondo in questa vicenda che, però, temiamo non sia un unicum all’interno dei nostri istituti. Per queste ragioni è stata approvata a settembre una risoluzione in commissione Cultura che vieta l’ideologia gender nelle scuole e per queste ragioni dopodomani, 6 marzo, la Lega presenterà una nuova proposta di legge”.
Se l’accaduto è in sé è banale, il modo in cui è stata strumentalizzata rivela però qualcosa di più profondo. Siamo arrivati al punto in cui qualunque misura educativa, qualunque sforzo per trasmettere ai ragazzi concetti di rispetto e convivenza, può essere attaccato come propaganda ideologica. Un provvedimento disciplinare diventa una persecuzione. Un preside che richiama uno studente viene dipinto come un aguzzino.
E così si indebolisce, giorno dopo giorno, l’autorità degli insegnanti in una scuola dove la vera emergenza dovrebbe essere la carenza di risorse, di docenti e di strumenti per garantire una didattica inclusiva e di qualità.
Perché il punto non è se un tredicenne possa esprimere un’opinione, ma che la scuola – diversamente da come la destra populista vorrebbe dipingerla – non è il palcoscenico per crociate ideologiche, né in un senso né nell’altro. E no, il diritto alla dignità e all’esistenza delle persone LGBTQIA+ non è un capriccio ideologico. Se un ragazzino può permettersi di sfidare apertamente gli insegnanti, sapendo di avere alle spalle una certa politica e una certa stampa pronte a trasformarlo in un martire, allora il vero problema non è chi educa, ma chi fa di tutto per impedirlo.

Che merda sta diventando questo paese
Io sono veneto, abito a una cinquantina di chilometri da Verona e sapere che c'è un tredicenne che si dichiara apertamente contrario alla comunità LGBT+ e che ha il pieno appoggio della propria famiglia mi spaventa e mi inquieta terribilmente. Non è per il singolo individuo in sé ma per l'evidente dimostrazione che questo sentimento d'odio è sempre più diffuso e che viene promulgato di famiglia in famiglia a menti sempre più giovani. Stupisce che si rifiuti di salire una scala arcobaleno invocando il diritto d'opinione come se salire questa scala comportasse chissà quale pericolo da evitare a tutti i costi; una volta salito la scala resterà la stessa identica persona che era prima di salirla, di cosa ha paura? Stupisce ancora di più che il giovane si dichiari contrario (proprio così) alla comunità LGBT+ e che rifiuti di essere etichettato come omofobo. Cosa significa essere contrario a qualcosa che non ti appartiene e che non conosci? E quale sentimento spinge le persone ad essere contrarie a qualcosa se non l'odio per quel qualcosa? Io mi sento sempre più in pericolo e odiato per il solo fatto di esistere, se potessi lasciare per sempre questa Italia che mai avrei immaginato potesse ridursi ad un livello così basso e spaventoso di inciviltà, lo farei subito.
adesso anche un tredicenne ha diritto di impuntarsi, fare scenate, denigrando le altre persone, e i genitori lo assecondano contro i professori… meritate l’estinzione cazzo