Transfemminismo: “il 25 novembre non serve se non ascolta chi il patriarcato lo subisce due volte”

Lə transfemminə mostrano il punto in cui misoginia e transfobia si intrecciano e rivelano il volto reale del patriarcato. La riflessione di Parigiani, presidente Movimento Identità Trans.

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Roberta Parigiani, presidente del Movimento Identità Trans, nel talk show "Carta Bianca" di Berlinguer (Rete 4)
Roberta Parigiani, presidente del Movimento Identità Trans, nel talk show "Carta Bianca" di Berlinguer (Rete 4)
3 min. di lettura

Nel 25 novembre, giornata dedicata alla lotta contro la violenza di genere, è fondamentale allargare lo sguardo e comprendere come il patriarcato agisca su più livelli, intrecciando oppressioni diverse. In questo quadro, la prospettiva transfemminista offre strumenti preziosi: permette di leggere come il potere si distribuisca e si protegga, e come alcune esperienze siano rese più vulnerabili proprio perché non riconosciute come pienamente legittime.

Lə persone transfemminili vivono sulla propria pelle una violenza che è al tempo stesso misoginia e transfobia; per questo la loro esperienza diventa una lente cruciale per comprendere le forme più profonde della violenza patriarcale.

Mettere al centro questa prospettiva non significa aggiungere un elemento in più, ma trasformare radicalmente il modo in cui pensiamo la giustizia di genere: riconoscere i privilegi, decostruirli e costruire alleanze nuove.

Nel testo che segue, Roberta Parigiani, presidente Movimento Identità Trans, propone una riflessione chiara e potente, apparsa sui social  su cosa significhi agire davvero il transfemminismo, oltre le dichiarazioni di principio, riportando al centro la pratica e la responsabilità politica.

 

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Sulla centralità dell’esperienza transfemminile nel transfemminismo

L’urgenza e la lettura transfemminile

di Roberta Parigiani, presidente Movimento Identità Trans

Transmisoginia s.f.
Sentimento di avversione ed odio per le persone transfemminili, spesso caratterizzato dal rifiuto di riconoscerne e rispettarne l’identità di genere e l’appartenenza stessa al genere femminile.

In una società che è sia maschilista sia transfobica, le persone transfemme sono oppresse da una specifica forma di discriminazione intersezionale, espressiva e caratteristica della gerarchia di potere patriarcale.
È per questo motivo che le persone transfemme devono necessariamente essere riconosciute come una colonna portante sia del movimento di liberazione trans, sia del movimento di liberazione femminista.

Questo proposito intersezionale di riconoscimento della centralità dell’esperienza transfemminile è la base della pratica transfemminista.

L’esigenza di una pratica transfemminista nasce dalla capacità di leggere i piani intersezionali di oppressione che schiacciano l’esperienza transfemminile, al fine di maturare strumenti di lettura critica che evidenzino, anche in forma autocritica, tutti i livelli di privilegio su cui si fonda la piramide di potere patriarcale.

La pratica transfemminista muove innanzitutto dall’assunzione di responsabilità rispetto ai privilegi ed alle oppressioni esercitate anche internamente ai movimenti di liberazione. In questi termini l’esperienza transfemminile è riportata al centro, facendo emergere, ai fini della decostruzione, sia la transfobia interna al femminismo, sia il maschilismo interno al movimento di liberazione trans.

Il transfemminismo non è quindi la somma del movimento femminista con quello di liberazione trans: ma è una pratica nuova che nasce anche per superare alcuni limiti di entrambe le esperienze.

Portare al centro della pratica transfemminista l’esperienza transfemminile ha il pregio di ampliare ed estendere la lotta del femminismo intersezionale.

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Così come la lotta femminista non ha prospettiva senza la consapevolezza della trama anche razzista, abilista e classista della società patriarcale, il femminismo intersezionale diventa miope se dimentica di estendere ed elaborare la prospettiva di genere o se considera il genere come il destino inevitabile di un dato biologico pseudo-naturale.

La liberazione transfemminista necessita di decostruire tutte le direttrici di oppressione politica e culturale: e tra queste direttrici non possono dimenticarsi quelle che operano attraverso il genere, inteso come costrutto culturale che dissimula una realtà che, di per sé non è né binaria, né inevitabile, né naturale, né biologica. Al pari delle altre ragioni di oppressione.

Il centro della riflessione transfemminista deve quindi leggersi come la coabitazione armonica di tutte le esperienze oppresse dal patriarcato.

Il centro coabitato, ad esempio, da donne oppresse dal razzismo sistemico, donne schiacciate da una società classista, oppure disabilizzate da una cultura che riconosce spazio ad alcuni corpi, ma non ad altri, o discriminate per orientamento sessuale o modello relazionale scelto: e, appunto, le persone transfemminili.

Tutte identità schiacciate da una matrice comune, che opera fingendo che le radici dell’oppressione siano naturali e biologiche e non invece politiche.

Chi non riconosce legittimità a questa coabitazione armonica, o non riconosce la matrice comune dell’oppressione oppure vuole mantenere gerarchie di potere. In entrambi i casi, non agisce tramite la lente transfemminista. Il transfemminismo rappresenta una pratica e, pertanto, deve essere misurato sulle azioni e sulle modalità agite in concreto.

Non ci si dichiara transfemminista, ma piuttosto si agisce la pratica transfemminista.

Con tale presupposto, atteso che la pratica transfemminista parte dall’esigenza di decostruire in senso anche autocritico la piramide dei privilegi prendendo l’esperienza transfemme come prospettiva emblematica, laddove si invisibilizzi oppure si sminuisca il portato della transfemminilità, non si sta agendo la pratica transfemminista.

Pertanto, la pratica che nega centralità politica all’esperienza transfemme non può definirsi come pratica transfemminista.
Analogamente, la pratica che nega le oppressioni specifiche e peculiari subite dalle persone transfemme, non può definirsi transfemminista.

L’esperienza transfemme ha una centralità politica proprio perché mette in discussione egemonie culturali e politiche anche interne ai movimenti di liberazione.

Porre l’esperienza transfemme al centro della riflessione, come lente emblematica, fa traballare alcune gerarchie di potere interne ai movimenti di liberazione femminista e di liberazione trans. È questo che rende dirompente il transfemminismo ed è questo che lo rende poco gradito a chi invece detiene ruoli di potere in quelle gerarchie.

Più le gerarchie sono solide, più la pratica transfemminista è ostacolata. Ed, in luogo della pratica concreta, si preferirà mantenere gli stessi stilemi limitandosi meramente a denominarli “transfemministi”, marginalizzando le persone transfemme o tokenizzandole.

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