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Come si schiererà la Chiesa Cattolica sulla questione Lgbtqia+? Ecco il bivio che presto imporrà una scelta

Non era mai era successo che un tema inerente i diritti civili fosse così in cima all’agenda del Vaticano: i credenti Lgbtiq+ non possono più aspettare.

Chiesa Italiana e questione LGBTI - Cristo Queer Gay.it
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Chiuso il mese del Pride, per la chiesa cattolica si apre la sfida sulla questione Lgbtqia+. Non era mai era successo che un tema inerente i diritti civili fosse così in cima all’agenda del Vaticano. Eppure, come disse padre Martin Lintner, docente di teologia morale a Bressanone, la chiesa cattolica è davanti a una rivoluzione copernicana. Quando l’8 luglio di vent’anni fa, in occasione del World Pride che si tenne a Roma nello stesso anno del Giubileo, il giornalista Orazio Petrosillo provocò dalle colonne del Messaggero gli “omosessuali cattolici” chiedendo loro come vi schiererete?, la questione dei credenti arcobaleno era vista dalla prospettiva di chi attende il proprio turno in fila a uno sportello amministrativo. Oggi, invece, anche in Italia le persone credenti Lgbtqia+ stanno facendo la loro strada, cert3 che saranno loro ad aspettare la chiesa cattolica al bivio, chiedendole più coerenza.

È finito il tempo dell’ambiguità. Quando alla vigila del mese del Pride papa Francesco, in un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani, ha criticato la «troppa frociaggine» di alcuni seminari, come se quella omosessuale fosse una mal’aria da cambiare aprendo le finestre, molti cattolici sono rimasti delusi. Certo, per la gioia dei conservatori, lo stupore della comunità arcobaleno avrebbe rappresentato la fine di una illusione. Ma non è così. Il papa che nel 2013 ha infranto un tabù dicendo «Chi sono io per giudicare un gay che cerca il Signore?», si è messo all’ascolto delle famiglie arcobaleno, ha chiesto tutela per i figli nati da unioni civili, esprimeva bene il sogno di una società più fraterna ed inclusiva. Ma poi, in undici anni, papa Francesco ha fatto poco per superare l’idea che essere parte della comunità Lgbtqia+ sia una condizione, non un peccato. I recenti documenti vaticani e l’attaccamento viscerale al Catechismo, dove non si scappa all’equazione omosessualità = peccato, riducono la chiesa a un ufficio burocratico che concede benefit a determinate condizioni. Però oggi a essere cambiati sono gli stessi credenti.

L’aria nuova si respirava già negli anni Settanta, quando i movimenti di liberazione hanno permesso alla teologia di mettere in discussione il ruolo della religione nel sostegno di un sistema oppressivo fondato su categorie binarie, come il genere o la razza. Marcella Althaus-Reid, mother della teologia queer, per esempio, ha elaborato la rappresentazione di un Dio che fa coming out, queer perché «inconcluso, in progress, ambiguo, dalle molteplici identità» e quindi «indecente» rispetto alla visione istituzionale, espressione del potere. Non è un caso che Althaus-Reid fosse argentina, come papa Francesco. Entrambi hanno vissuto un cattolicesimo legato al potere coloniale e al capitalismo, che andava liberato e, implicitamente, anche Francesco ha avviato questo processo non più procrastinabile. È ciò che ha elaborato la chiesa tedesca in questi ultimi anni quando, dopo un coming out di massa di religiose, religiosi, preti e laici cattolici, i vescovi tedeschi hanno chiesto al Vaticano – e continuano a farlo – di rivedere il divieto di ordinare sacerdoti gay, perché è un atteggiamento omofobo e discriminante, quindi per nulla cristiano.

Il seminario è stato anche il tema che ha acceso il dibattito in Italia a giugno. Il no reiterato del papa ai seminaristi gay è profondamente omofobo e non tiene conto della realtà. Nel 2022 una cinquantina di preti e religiosi con orientamento omosessuale e bisessuale inviarono ai vescovi italiani una lettera, Con tutto il cuore pubblicata in un fascicolo sul sito Gionata.org – per denunciare l’omofobia degli ambienti clericali e la castrazione sociale a cui sono sottoposte consacrate e consacrati Lgbtqia+ nella vita di tutti i giorni: «Del nostro orientamento omosessuale non possiamo parlare apertamente con i nostri familiari, gli amici e le amiche; tantomeno con altri preti o laici impegnati. La Chiesa non è un contesto dove trovare immediatamente accoglienza, soprattutto per noi. Ma grazie a Dio ci sono spesso eccezioni». Esiste un inferno più nero di questo? La lettera continua: «Pesa davvero tanto l’omofobia di certi preti e purtroppo anche di vescovi. Alla fine il silenzio appare come l’unica via di sopravvivenza. Si vive nella paura di dare scandalo anche solo per essere omosessuali. Per capire quanto pesi l’ambiente ecclesiale sul cammino spirituale e pastorale di un presbitero bastano le parole di un confratello: «Nel mio cammino spirituale sono caduto in una prostrazione profonda, che mi ha fatto sentire rinnegato da Dio».

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Mentre preti e suore omo e bisessuali diventano invisibili e pochissimi si schierano pubblicamente a loro supporto, i cristiani Lgbtqia+ non ci stanno. Li abbiamo visti sfilare nei principali pride questo mese, muniti di cartelli che non solo ribaltavano con gaia ironia la parola omofoba di papa Francesco con espressioni come «frocessione» e «frociate», ma anche con precise rivendicazioni di credenti figli3 di un Dio non binario, come scriveva Michela Murgia in God save the queer «sia maschio o femmina, o padre o made, che non ha bisogno di ruoli né di generi per fare spazio intorno a sé». La scrittrice sarda, morta lo scorso anno, è stata celebrata al Sardegna Pride di Cagliari, proprio nella sua veste di femminista e cristiana queer. La ferma presa di posizione dei credenti Lgbtqia+ mostra l’intenzione di rivendicare uno spazio, che non può più tornare a essere quello delle catacombe, come è stato per decenni. È lo stesso istinto ad aver spinto uno studente della Loyola University, dichiaratamente bisessuale, a rimproverare in diretta Zoom papa Francesco: «Per favore, smetta di usare un linguaggio offensivo nei confronti della comunità Lgbt. Questo porta a un dolore immenso. A causa di ciò, ho sviluppato un disturbo bipolare e sono stigmatizzato».

Certo non sono mancati (e non mancano) esempi di religiose e sacerdoti coraggiosi. Don Vitaliano della Sala, per esempio, nel Duemila era parroco a Sant’Angelo a Scala, in provincia d’Avellino, quando partecipò pubblicamente al World Pride, dimostrando che nella chiesa c’era possibilità di dire la propria: «C’erano tanti preti al Gay Pride, ma nessuno salì sul palco: io ho pensato che la partecipazione anonima non sarebbe servita a niente, mentre bisognava schierarsi in qualche modo. Io avevo fatto un discorso molto semplice: perché voi non siete benvenuti al Giubileo, se si accoglie chiunque?» dichiara oggi. Ma a quale prezzo Don Vitaliano pagò la sua libertà? «Mi costò che la domenica mattina Giovanni Paolo II, dalla finestra del Palazzo Apostolico, indicò i preti che avevano partecipato al Gay Pride e che avevano rovinato quella giornata giubilare a Roma. Questi preti, insomma, andavano messi da parte. Da Roma arrivarono alla mia diocesi, che era la diocesi di Montevergine, e l’abate – che non era abituato a gestire le pressioni vaticane -, ha ceduto su tutti i fronti e, quindi, è cominciato un iter disumano, di accuse, ricorsi, ammonizioni verbali, ammonizioni scritte, finché poi si è arrivati alla rimozione da parroco» dice con la voce rotta, ma serena. Quanti, come don Vitaliano, sono ancora emarginati dall’istituzione cattolica?

Eppure oggi ai cristiani Lgbtqia+ tutto questo non importa più perché, fuori dalla chiesa, lontano dal latinorum e dalle direttive della burocrazia vaticana, le persone credenti stanno vivendo il tempo del cambiamento: le veglie contro l’omobitransfobia, organizzate talvolta con difficoltà e resistenze nelle parrocchie italiane, ne sono un esempio. I tempi sono cambiati anche nella chiesa in Italia, che quest’anno fino al Giubileo del 2025 sta compiendo il suo cammino sinodale per delineare la chiesa del futuro. Un’occasione, per le persone credenti, per ribadire la loro presenza senza negoziazioni né compromessi: «Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”» ha scritto la Conferenza episcopale italiana nella lettera d’esordio del sinodo italiano. Oggi non basta sognare. Nel nome del Dio queer, i credenti arcobaleno chiedono che la chiesa apra gli occhi su una realtà che le persone Lgbtqia+, credenti o meno, stanno costruendo già da svegli, per uscire dall’incubo.

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