Romeo, 21enne trans, e la sfida di essere sé stessi in un paese che non ascolta – VIDEO

Il lungo e tortuoso cammino verso la felicità raccontato in una videotestimonianza dalla campagna "Chiedimi se sono felice" di Arcigay.

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È il 2024, ed una persona trans è ancora costretta a dichiarare il proprio nome davanti a un giudice come se avesse commesso un reato. Nel nostro paese, i percorsi affermativi sono talmente complessi e lunghi che molti, scoraggiati fin dall’inizio, scelgono di rinunciare. Per coloro che riescono a superare questo primo ostacolo fatto di stigma, patologizzazione e medicalizzazione, se ne profila immediatamente un secondo, altrettanto doloroso: quello giuridico.

La normativa italiana, rimasta immutata da oltre 40 anni, continua infatti a non considerare il riconoscimento dell’identità di genere come un diritto inalienabile, ma come una concessione, un qualcosa che ci si deve meritare.

Approccio obsoleto che trasforma ogni fase del percorso in una logorante battaglia personale: ciò che dovrebbe essere un cammino intimo e privato si trasforma in una lotta contro le istituzioni.

Processo ulteriormente aggravato dalla pervasiva violenza istituzionale e sistemica che colpisce le identità non conformi in questo delicato periodo storico, dove le persone trans diventano oggetto, anziché soggetto, di un dibattito sulla legittimità della propria stessa esistenza, fomentato dagli esponenti dell’attuale governo nell’utilizzare l’astio verso la comunità LGBTQIA+ come strumento di consenso. 

Nell’alimentare il clima di ostilità, la politica dell’esecutivo ha infatti gettato le basi per un pericoloso irrigidimento normativo. A partire da quelli rivolti ai minori, il governo sta infatti subdolamente tentando di rendere sempre più difficile l’accesso ai percorsi affermativi, creando ostacoli che complicano ulteriormente un iter già di per sé lungo e faticoso.

In risposta a questo attacco indiscriminato, Arcigay ha scelto di imboccare la strada della speranza, promuovendo la campagna educativa e di sensibilizzazione “Chiedimi se sono felice”. Brevi clip ricondivise sui vari canali social in cui bambin*, adolescenti e ragazz* trans si raccontano con disarmante spontaneità per dare un volto a chi finora è stato trattato come una mera statistica.

Ma anche per mettere in luce un aspetto spesso trascurato, oltre la narrativa del dolore che tende a relegare le persone trans al ruolo di vittime: l’euforia del nascere due volte e di essere ben consci di aver preso la strada giusta verso la felicità.  


“Prima di iniziare il mio percorso di affermazione di genere, mi sentivo a disagio la maggior parte del tempo. Non riuscivo a immaginare un futuro positivo e a credere di poter stare bene un giorno. Tutto mi sembrava negativo e senza una via d’uscita – racconta Romeo, ragazzo trans 21enne –

So che non per tutte le persone la transizione medica è fondamentale, ma per me lo è stata. È stata indispensabile per affermare la mia identità e per sentirmi a mio agio nel mio corpo e nel mondo.

Se penso al futuro, ciò che mi spaventa adesso è il cambiamento dei dati anagrafici, e anche le chirurgie che sono legate a questo processo. Mi preoccupa il fatto che si debba passare per un’udienza in tribunale, soprattutto perché mi è già stata rimandata una volta e temo che succeda di nuovo. Mi sembra che raggiungere questo obiettivo sia difficile, non chiaro e lontano, come se invece di avvicinarsi si allontanasse sempre di più.

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Per quanto riguarda il mio rapporto con la famiglia, devo dire che è stato positivo: sono stato fortunato. Sono stato accettato quasi subito, nel giro di due settimane. Dopo di che, mia madre mi ha aiutato a trovare specialisti che potessero supportarmi nel mio percorso, e questo ha fatto una differenza enorme. Ha reso tutto molto più facile, e non credo che ce l’avrei fatta da solo, era un peso troppo grande da portare da solo.

Non penso di essere ancora a un punto in cui posso dire di sapere cosa sia la felicità, però sento che ci sto arrivando. Per ora mi accontento di una certa stabilità. Forse, in futuro, dopo il cambiamento anagrafico e le chirurgie, sarò in grado di dare una definizione più chiara di cosa significhi essere felice”.

I percorsi di affermativi rivolti ai minori transgender si rivelano essenziali per salvaguardare la loro salute mentale, poiché intervengono sui principali trigger di depressione, ansia e ideazione suicidaria.

Diversi studi hanno infatti dimostrato come i giovani trans* siano esposti a livelli di disagio psicologico molto più elevati rispetto ai loro coetanei cisgender a causa dello stigma e della pressione a conformarsi con le aspettative sociali del genere assegnato alla nascita. Una ricerca del Trevor Project ha rivelato che il 54% di loro ha preso seriamente in considerazione il suicidio, e il 29% ha tentato di togliersi la vita.

I percorsi affermativi, che comprendono interventi sia sociali, come l’adozione di nuovi nomi e pronomi, sia medici, come i bloccanti della pubertà o le terapie ormonali, hanno però dimostrato di migliorare in maniera sostanziale il benessere psicologico della stragrande maggioranza dei giovani che vi fanno ricorso.

Uno studio condotto dal Seattle Children’s Hospital ha dimostrato che l’uso di ormoni affermativi o bloccanti della pubertà ha portato a una riduzione del 60% dei tassi di depressione e del 73% dei pensieri suicidari entro 12 mesi dall’inizio del trattamento. Benessere psicologico che dipende però anche dal modo in cui la società reagisce a una transizione di genere anche a livello sistemico.

“Il primo passo per proteggere legalmente un’identità è riconoscerla ufficialmente, accettarne l’esistenza. Attualmente, le persone trans non sono adeguatamente rappresentate nelle leggi italiane, che tendono a considerarle più come ‘problemi da risolvere’ che come cittadini con diritti – spiega Roberta Parigiani in un’intervista a Gay.it

Questo mancato riconoscimento ha conseguenze dirette anche nel campo della medicina. Le pratiche sanitarie spesso riflettono le carenze delle infrastrutture giuridiche, lasciando le persone trans senza il sostegno necessario. La legge 164 è un esempio di come le richieste dei tribunali possano rimbalzare senza trovare risposta nelle pratiche effettive, creando un ciclo vizioso di inadeguatezza burocratica e normativa.

[…] è chiaro che il non riconoscimento legale delle identità trans ha ripercussioni profonde non solo a livello individuale, ma anche collettivo. Se non esistiamo nel quadro legale, diventiamo invisibili anche nei sistemi di assistenza sanitaria e nelle politiche pubbliche, perpetuando un circolo vizioso di esclusione e marginalizzazione”.

La campagna

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