La drag queen Pattie Gonia pronta a denunciare Trump per sfruttamento non autorizzato della sua immagine

L'ennesima artista costretta a dissociarsi dai contenuti della spietata campagna elettorale repubblicana: "Il team non aveva il permesso di usare il mio nome o la mia immagine".

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Donald Trump ci ricasca, ancora una volta. Il numero di procedimenti legali intentati da artisti e celebrità statunitensi contro la sua campagna elettorale è ormai incalcolabile, con accuse che spaziano dall’uso non autorizzato di brani musicali all’appropriazione indebita dell’immagine. Esiste addirittura una pagina su Wikipedia dedicata a queste controversie.

L’ultimo caso aveva coinvolto artisti del calibro di Celine Dion e Woodkid, che avevano subito preso le distanze dall’utilizzo non consensuale delle loro opere in contesti di propaganda repubblicana. Oggi, però, la situazione è diversa.

A protestare contro Trump non è una celebrità mainstream, ma Pattie Gonia, drag queen e attivista per l’ambiente e per la Palestina, la cui immagine è stata inserita senza autorizzazione in una spietata campagna anti-trans. Anche in questo caso, potrebbe profilarsi all’orizzonte una nuova azione legale.

Chi è Pattie Gonia, la drag queen ambientalista

Il video incriminato, circolato per giorni sui social, mostrava Pattie accanto alla vicepresidente Kamala Harris, accompagnato dalla frase: “Kamala è per i they/them. Il presidente Trump è per te”. Un attacco feroce e gratuito alla comunità LGBTQIA+, che non è passato inosservato.

Pattie non ha tardato a reagire, dichiarando apertamente: “Trump continua a sfruttare le persone queer per attaccare Kamala Harris, dividere la nazione e perpetuare la sua guerra contro i percorsi affermativi, che – come sappiamo – salvano vite. È davvero questo il meglio che possono fare? Il team non aveva il permesso di usare il mio nome o la mia immagine. Sto valutando le mie opzioni legali”.

 

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Il personaggio di Pattie Gonia nasce su Instagram, dove in un sapiente mix di performance e attivismo Wyn Wiley – questo il vero nome dell’effervescente drag queen – fa divulgazione a modo suo aumentare la consapevolezza principalmente sui temi della sostenibilità ambientale, ma anche della tutela delle minoranze e contro le violenze sul popolo palestinese.

 

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Al momento non è ancora chiaro quali misure legali verranno intraprese, ma la strada più probabile sembra essere quella di un’azione per violazione e sfruttamento non autorizzato della proprietà intellettuale.

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Anche Sarah Kate Ellis, presidente di GLAAD, è intervenuta, definendo la pubblicità una mossa disperata della campagna di Trump.

Tuttavia, Pattie ha saputo trasformare la situazione a suo favore, sfruttando la visibilità ottenuta per sostenere due organizzazioni chiave: Point of Pride e Trans Lifeline, entrambe impegnate nell’assistenza sanitaria e psicologica per le persone transgender. In pochi giorni, la raccolta fondi lanciata sulla sua pagina Instagram ha raggiunto i 15.000 dollari.

Donald Trump, l’ennesimo attacco alla comunità trans durante il comizio a Butler

Nel frattempo, Donald Trump ha recentemente tenuto un comizio a Butler, Pennsylvania, lo stesso luogo dove, lo scorso luglio, fu vittima di un attentato. Al suo fianco, Elon Musk, magnate di Tesla e X (ex Twitter) e secondo uomo più ricco del mondo, ormai diventato la mascotte della campagna elettorale repubblicana. Musk, che in passato ha avuto una controversa diatriba con la figlia trans, Vivianne, ha infatti progressivamente intensificato la sua presenza negli ambienti della destra conservatrice statunitense.

Dopo i deliri del dibattito presidenziale, il tycoon è tornato all’attacco contro la comunità transgender, affermando che la loro partecipazione allo sport e agli spazi pubblici “minaccia la normalità e le “tradizioni americane“.

Ha definito le leggi a tutela dei diritti transgender un “disastro” e ha ribadito la sua intenzione di “proteggere i bambini e le famiglie americane” da quelle che considera “influenze pericolose”. E, nonostante la vicenda sia ormai stata chiarita da tempo, ha deciso di impastare nel calderone anche Imane Khelif, che nel suo immaginario rimane una donna trans. 

Un chiaro tentativo, a poche settimane dalle elezioni presidenziali e dopo mesi di campagna elettorale basata più che altro sulla xenofobia e l’omofobia, di mobilitare la sua base elettorale più conservatrice su temi legati alla cosiddetta “culture war”.

Uno specchietto per le allodole utile a nascondere le vere intenzioni della destra conservatrice americana, contenute nel Project 2025 – documento programmatico sviluppato dal think tank conservatore Heritage Foundation: accentramento dei poteri al presidente, una politica economica autarchica e ipercapitalista e la privatizzazione dei servizi essenziali.

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