Sanremo 2025, analisi dei testi, il più bello è quello di…

Abbiamo letto e analizzato i testi di Sanremo 2025: cosa ci convince e cosa no.

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Sanremo 2025, sono usciti i testi delle canzoni pubblicate da Sorrisi, ecco la nostra analisi.
Sanremo 2025, sono usciti i testi delle canzoni pubblicate da Sorrisi, ecco la nostra analisi.
15 min. di lettura

Carlo Conti lo aveva detto. Le canzoni in gara a Sanremo 2025 parlano tutte di mondi interiori, di sentimenti che nascono dietro l’ombelico, di sogni e di paure, di vite immaginate, di futuri da vivere e passati da lasciare andare. C’è poco mondo, a Sanremo. Forse perché il mondo, là fuori, inciampa sull’orlo del precipizio e allora tuttə corriamo a casa prima dell’Apocalisse a fingere che l’amore ci salverà, a illuderci che la fine possa essere posticipata.

Sarà, anche, che è tutto così complesso là fuori, tutto così in evoluzione, tutto così veloce, che è impossibile fermarlo su carta, trovare le parole per descriverlo o anche solo i mezzi per capirlo. Potrebbe essere anche che la RAI sovranista non accetti prese di posizioni nette, ma anzi favorisca il non-pensiero, il disimpegno. Eppure spiace, a prescindere da quale sia la motivazione effettiva, perché questo non è in alcun modo il tempo del disimpegno, anzi. È il tempo dell’intrattenimento che deve incontrare la riflessione.

È un peccato che il palco più importante d’Italia non abbia trovato il modo di ospitare qualche canzone più seria, che non significa seriosa, ma attenta, anche ironica, se vogliamo, anzi soprattutto ironica. Qualche canzone in più capace di spostare l’asticella, di far vedere, anche solo di sguincio, qualcosa di nuovo, di diverso. È vero che l’Ariston è il tempio della ballad d’amore, lo è sempre stato, ai tempi delle ballad e ai tempi, come questi, della cassa dritta, però è anche vero, da sempre, che quel palco si è fatto, volente o nolente, cassa di risonanza di istanze sociali, spesso anche urgenti.

Quest’anno l’impressione è, almeno dopo aver letto e analizzato i testi in gara, che la situazione sia un pochetto sfuggita di mano: si parla d’amore sempre, ovunque, spesso male, con parole sciatte e con pensieri disordinati, preoccupantemente lontani da questo tempo. Al netto di qualche canzone che racconta la strada e il margine (Rocco Hunt e Shablo); di un paio di riflessioni intimiste sul senso del vivere e del diventare adulti (Corsi, Bresh, Rkomi, Gabbani); e di due brani scritti per raccontare gli abissi della malattia (Fedez e Cristicchi: il primo pessimo, il secondo eccellente), tutte le altre canzoni sono frammenti di un discorso amoroso trito e ritrito. L’amore è declinato in ogni sua possibile accezione: è filiale, paterno o sororale, è amore passionale e febbricitante oppure dolcissimo e inaccessibile, spaventoso e mortifero oppure arrabbiato e sudatissimo, è un sentimento introverso oppure gridato al mondo intero.

Soprattutto, però, è un amore sofferto. Da Achille Lauro («Amore mio veramente se non mi ami muoio giovane») a Clara («Un sentimento che si rompe e taglia»), dai Coma_Cose («poi mi uccidi / poi mi uccidi») a Elodie («Dove vai amore? Non mi fai morire») e Noemi («Se ti innamori muori»), passando per Gaia («Amo anche farmi del male, che stupida») e Irama («Se in amore non soffri non sogni»), l’amore è ancora qualcosa che deve lasciare per forza i segni per essere cantato, celebrato, amato a sua volta. Piangono tuttə per amore al Festivàl, oppure come Rose Villain si disperano nel letto. Siamo ancora tuttə così masochistə?

Abbiamo letto e analizzato tutti i testi.

Qui le pagelle al nostro primo ascolto >

Sanremo 2025: l’analisi dei testi

Incoscienti giovani, Achille Lauro

«L’amore è come una pioggia su Villa Borghese»: Achille Lauro è romanticissimo e canta, di nuovo, un amore disperato, nato nelle periferie e nella distruzione. Un sentimento adolescente («Per sempre noi incoscienti giovani / maledetti giovani a fumare in quel bar»), che salva e che condanna, che si nutre di immagini evocative («Noi due ladri di fiori») e di voglia di per sempre. Un filo enfatico («stiamo annegando, naufragando / sto strisciando verso il letto e non ci sei»), ma comunque misurato. Achille Lauro che fa Achille Lauro.

La tana del granchio, Bresh

Bresh è uno che sa scrivere bene, un rapper dalla penna fresca, altamente simbolica. Lo conferma anche in questo brano, che non è, però, almeno dal punto di vista del testo, il migliore della sua carriera. Con questa canzone parla a sé stesso, al suo nucleo più intimo, a quella tana del granchio che è il nostro centro morbido, il luogo oscuro in cui risiede la nostra vulnerabilità. Il brano ha il pregio di essere introspettivo senza essere ombelicale, ma ha il difetto di essere opaco e indeciso, forse troppo. Non si capisce quale sia la strada che vuole percorrere, se voglia aprirsi alla ballata d’amore o se rimanere intro-verso. Sfocato, peccato.

L’albero delle noci, Brunori SAS

Il brano di Brunori SAS è uno di quelli – pochissimi all’Ariston e nella nostra musica – in cui il testo fa succedere qualcosa, in cui il testo è (davvero!) un testo e non un’accozzaglia di immagini slegate, poi rimescolate a piacimento. L’albero delle noci racconta le scoperte e le inquietudini della paternità, e soprattutto descrive il senso di spaesamento di fronte a una felicità inedita: la desideriamo per tutta una vita, poi quando arriva, se arriva, non sappiamo dove metterla. Guardando a sua figlia Fiammetta, tre anni, Brunori scrive: «Che tutto questo amore io non lo posso sostenere / perché conosco benissimo le dimensioni del mio cuore». Poi, però, le cose cambiano e alla fine canta: «Ora ti vedo camminare con la manina in quella di tua madre / E tutta questa felicità forse la posso sostenere / Perché hai cambiato l’architettura del mio cuore». Irresistibilmente degregoriano, bravissimo.

Febbre, Clara

Il brano di Clara si apre con un verso che sembra quasi una dichiarazione d’intenti: «Anche deludere è un’abitudine». In generale, quello di Febbre è un testo che t’aspetti quando sai che sarà Clara a cantarlo. È coerente con quanto fatto finora, perfettamente in linea con quello che Clara dimostra di volere essere nella nostra discografia. Febbre mischia la cantilena tipica del pop più mainstream di oggi a francesismi inutili e irritanti: «Tu prendi me / come un enfant per strada». È un brano in preda a un’annalisite acuta – leggi il testo e pensi davvero che potrebbe cantarlo anche l’interpete di Sinceramente – e ahinoi, checché se ne dica, questo non è un bene.

Cuoricini, Coma_Cose

Le coppie ai tempi della dipendenza dai social: dopo aver cantanto l’innamoramento e la fine di una relazione, i Coma_Cose tornano all’Ariston per raccontare cosa succede ai legami quando sono minacciati dalla noia e dalle facili distrazioni: «Un divano e due telefonini / È la tomba dell’amore». I cuoricini del titolo sono quelli dei like di Instagram, da cui tuttə dipendiamo, a cui tuttə diamo più importanza di quella che dovremmo. Francesca e Fausto confezionano un testo facile facile, furbetto e accattivante, che fa leva sul loro immaginario più classico per costruire una riflessione più generale: «Cuoricini cuoricini sotto alla notizia / Crolla il mondo». È pressoché impercettibile, lo so, ma è qualcosa. Tocca accontentarsi.

Sanremo 2023, da Elodie ad Ultimo la prima serata la vincono i romani
Elodie, già in gara a Sanremo 2023, tornerà anche quest’anno con il brano «Dimenticarsi alle 7».

Dimenticarsi alle 7, Elodie

Elodie punta a farci ballare nei club e Dimenticarsi alle 7 parla proprio di quello che succede all’alba, quando vuoi (o non vuoi?) dimenticarti della persona con cui hai trascorso la notte. Nella bolgia di una discoteca, lei incontra lui («Ci sei solo tu nella città degli occhi miei») poi lo perde di vista, ma lo re-incontra («Poi rivedersi ancora / travolti da un’idea che non vuoi che passi»), infine si lascia andare e lo dimentica. Il testo è un po’ confuso, ma è erotico senza gigioneggiare.

Battito, Fedez

Un brano presidio medico-chirurgico, che si finge ballata d’amore per poi rivelare quello che è davvero: una ballata sì, bruttarella almeno dal punto di vista delle parole, rivolta non a una donna bensì alla depressione. Un brano senza speranza («vorrei morire ma non credo») o particolari guizzi, che probabilmente emozionerà anche ma che, invece, è una grande occasione mancata. Quando leggi il testo subito ti ricordi quale sia il più grande talento di Fedez: parlare a sé stesso, per sé stesso, di sé stesso. Ombelicale persino nell’abisso del dolore. Che angoscia, e quanta retorica.

Fango in paradiso, Francesca Michielin

Un brano di accettazione del dolore e delle fragilità. Francesca Michielin torna all’Ariston per raccontare – come quasi tuttə, quest’anno – la fine di un amore. Lo fa con un testo che sembra funzionare bene, non eccezionale ma contemporaneo, in equilibrio tra metafore poetiche e riferimenti prosaici (un supermercato, un cartello giallo con su scritto: il pavimento è bagnato). Fango in paradiso è pieno di interrogativi, i soliti che martellano testa e cuore all’indomani di una chiusura. Michielin è una cantautrice onesta: non è poco, non è scontato.

Viva la vita, Francesco Gabbani

La canzone di Francesco Gabbani ha un testo che tu lo leggi e ti immagini subito ə trenta cantanti in gara, tuttə insieme nella stessa stanza. Sai che tuttə raccontano il dolore dell’amore, le malinconie della fine, le paure e i drammi esistenziali. E li immagini lì, tuttə imbronciatə, chi per necessità e chi per posa. Tuttə, tranne Gabbani, che invece sorride e ride, addirittura, per cantarti in faccia che la vita è bellissima così com’è. Allora l’effetto che ti fa non è esattamente quello sperato. Verrebbe da chiedergli: Francesco, ma cosa ti ridi? Cosa c’è da ridere? Questa però – a pensarci bene – non è colpa sua. Anzi, Francesco: grazie. Sei l’unico che ci fa ghignare, tutto sommato. Il pezzo è così e così, più centrato nelle strofe (c’’è lo zampino di Pacifico, sempre eccellente) che nel ritornello, ma almeno prova ad andare in un’altra direzione.

Chiamo io chiami tu, Gaia

Il titolo del brano è ripetuto circa trenta volte in un ritornello che anche solo leggendolo lascia intendere di non voler avere alcuna pietà e di martellare all’infinito. Chiamo io chiami tu è un brano sulle incertezza di un amore che ancora deve sbocciare e che forse – perdonate il pessimismo – non sboccerà. Gaia si immagina a Rio, nuda sulla spiaggia, con l’iPhone che non prende a chiedersi quando riceverà quel messaggio, quando quella persona tornerà a farsi sentire, tra la paura di un ennesimo ghosting e l’eccitazione dell’inizio. Un testo da Festivalbar per un’artista molto più brava di quello che dimostra di essere. Vedremo.

La cura per me" di Giorgia - Il testo e il significato della canzone di Sanremo 2025 | TV Sorrisi e Canzoni
Giorgia sarà in gara a Sanremo 2025 con il brano «La cura per me».

La cura per me, Giorgia

È curioso, e interessante, immaginare Giorgia cantare un testo scritto da Blanco. Anche perché quello de La cura per me è un testo che fa emergere in modo estremamente evidente la penna del cantautore bresciano. Versi come «Più ti avvicini, più io mi allontano», «Per quegli occhi, quegli occhi che fanno da luna» potrebbero benissimo essere cantati da lui. È sua la metrica grintosa, suo l’immaginario desolato. Giorgia colpirà nel segno – non vincerà, credo, ma arriverà in alto ed emozionerà – ma non lo farà certo per questo testo esile, che racconta bene, ma senza idee particolarmente innovative, l’affetto che ci lega alle persone che amiamo.

Lentamente, Irama

Ancora una volta è Blanco a firmare questo brano dal testo tutto concitato e disperatissimo, pieno di corpi nudi e fradici, di sentimenti «fottuti», di sorrisi che masticano, incendi e strattoni. Lui prova a tenere la sua lei con sé, ma lei vuole andare via («Cerco il tuo sguardo ma ti giri dall’altra parte») e della loro relazione «non restano che appuntamenti nascosti in ristoranti costosi». Entrambi sono consapevoli che tutto si stia spegnendo, che quello che è stato ormai non c’è più. Consapevolezza e accettazione, però, sono due cose diverse. Il sentimento evapora, la voglia rimane. Ne avevamo bisogno? No.

Eco, Joan Thiele

Uno dei testi più interessanti del Festival, una dedica al fratello ma anche una riflessione intorno alla nostra tendenza all’autosabotaggio e all’insicurezza. Eco è attraversata da paure e ha un cuore sincero, fragile ma corazzato. Alcuni passaggi del testo commuovono e fanno tirare un sospiro di sollievo: c’è ancora qualcuno, in musica, che pensa alle parole da cantare. Non che ce ne fossero dubbi, a dirla tutta: Joan Thiele è una musicista e una cantautrice serissima, che guarda a Joan Baez e a Joni Mitchell. Uno dei volti più belli della nostra musica d’autore oggi. Il verso che commuove è questo: «Contano sempre più le idee / rimangono negli occhi della gente / hanno più potere della rabbia / tu difendile / e quando ti senti più fragile / cambia la pelle». Per restare liberi, cambiare. Brava Joan.

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Volevo essere un duro, Lucio Corsi

Nelle interviste continua a ribadire quanto sia bella la lingua italiana e quanto sia importante che la musica non venga mai forzata. «Le canzoni non vanno pensate, vanno amate a prescindere dalla strada che prendono». Lucio Corsi è un cantautore che la musica la ama sul serio, e insieme ama la nostra lingua, le parole, l’arte e la letteratura. Volevo essere un duro non fa eccezione. Anche il brano con cui Corsi debutta all’Ariston è pieno di quella delicatezza a cui ci ha abituatə, pieno di poesia, di parole, di arte, di letteratura. Pieno di fiori e di alberi – se fosse una cosa questa canzone sarebbe un albero – e pieno di animali, galline e gazze ladre. Un testo che fa fede alle aspettative pur raccontando il contrario: il movimento di chi non è riuscito a rispettare le previsioni e rimane indietro rispetto al mondo e al genere che abita. Fanciullesco come Pascoli, lucido come Vasco, lirico come Dalla. «Non sono nient’altro che Lucio» dice, e menomale. Dieci e lode.

Pelle diamante, Marcella Bella

Marcella Bella torna a Sanremo in quota «Io sono pazza di me, di me, e voglio gridarlo ancora», ma con meno credibilità di Loredana Bertè.  Non in assoluto, sia chiaro, Marcella è un’arista dignitosissima con un repertorio che ha dell’incredibile. Ma Pelle diamante, il brano in gara, sembra, almeno a giudicare dal testo, un po’ posticcio. Vuole essere un inno femminista, ma di quel femminismo che non vuol dire niente, che vive di proclami e di comodità. Non un femminismo anni Settanta, ma un femminismo da TikTok, lontano da ciò che ci si aspetta da una donna di settant’anni. Sarà bello, però, vederla sicura, come sa essere solo lei, su quel palco, a rivendicare la donna «forte, tosta, indipendente» che è. «Star quality volitiva», dice, ma chissà cosa vuol dire. Per questo attesissimo ritorno, Marcella, potevi fare di più.

Tra le mani un cuore, Massimo Ranieri

Con un testo da reverendo, che piacerà moltissimo agli arcivescovi di tutta Italia, Massimo Ranieri fa il suo ritorno all’Ariston dopo tre anni dall’ultima partecipazione. Lo zampino di Nek, naftalinico e retorico com’è, si sente tutto e Tra le mani un cuore più che una canzone pare un’omelia («Se hai tra le mani un cuore / tu tienilo in alto e amalo in ginocchio su un altare»). Ranieri farà Ranieri, almeno questa è una garanzia. Piacerà a chi deve piacere (ciao nonna).

Non ti dimentico, Modà

I Modà fanno i Modà, ma intorno non è più il 2009 da un pezzo. Il titolo del brano dice già tutto: Kekko fa fatica a dimenticare la donna che ama e allora, disperato, cerca risposte sull’asfalto e nell’oroscopo (daje Kekko che dice bene per l’Aquario quest’anno), ma l’amore è come un quadro di Kandinsky: astratto, non lo puoi spiegare. Il verso «Non te l’ho mai detto che mentre ti baciavo tenevo aperti gli occhi e di nascosto ti osservavo» vince, a mani basse, il Premio Cringe 2025.

Diamo a Cesare ciò che è di Cesare, intanto. Il titolo di questa canzone mi ha riportato alla mente il brano di Antonella Ruggiero, Non ti dimentico (se non ci fossero le nuvole), secondo posto a Sanremo 1999: un gioiello. Corro ad ascoltarla.

Noemi/ Dal singolo hip hop al duetto dance con Mara Sattei a Sanremo 2023
Noemi torna a Sanremo con «Se t’innamori muori», un brano scritto per lei da Mahmood e Blanco.

Se t’innamori muori, Noemi

Da Noemi ci si aspetta sempre che canti un bel brano di Fossati o di Vasco, almeno, e quasi sempre si rimane delusi. Se t’innamori muori è firmata dalla Premiata Ditta Blanco-Mahmood-Michelangelo e racconta il momento in cui decidi di abbandonarti, di lasciarti andare, di lasciare andare il controllo, lasciare andare tutto, al cospetto dell’amore. Una sensazione liberatoria e terrificante, che coincide molto spesso con il sentore della fine. L’abbiamo provata tuttə, certo. Il testo, però, è senza infamia e senza lode. Dipenderà tutto dall’esibizione, con cui Noemi promette di graffiare. Almeno un graffietto, Noemi, anche piccolino. Please.

Balorda nostalgia, Olly

Vittoria annunciatissima per Olly con una canzone malinconica, che strapperà qualche lacrima a chi si è appena lasciatə: «Ti cerco ancora in casa quando mi prude la schiena / e metto ancora un piatto in più quando apparecchio a cena». Un testo facile facile,  che scavallerà il podio e arriverà ovunque. Un po’ Pinguini Tattici Nucleari e un po’ Vasco Rossi («Ma come te lo devo dire»). Lui una personalità ce l’ha, speriamo emerga. Così e così.

Il ritmo delle cose, Rkomi

Rkomi prova ad alzare l’asticella con un brano elettronico (dicono) fitto di parole e di ombre. Il testo è, infatti, un lungo flusso di coscienza che chiama in causa Rorschach e Piero Manzoni per denunciare come il ritmo delle cose, oggi, ci alieni e minacci non solo le nostre relazioni, ma anche il nostro modo di dedicarci all’arte, alla musica: «Non mi è più chiaro se sia musica o burocrazia». In questo labirinto, allora, Mirko è piuttosto convinto: «Esco dalla festa, esco dall’algoritmo». Speriamo, dai. Il brano non è centratissimo, ma ha un’idea, un pensiero, uno stile.

Mille vote ancora, Rocco Hunt

A trent’anni – era ora – Rocco Hunt abbandona la poetica del gin tonic sulla spiaggia per fare i conti con i propri rimpianti. Con Mille vote ancora, il rapper campano si guarda alle spalle e ripensa al luogo, agli odori e agli affetti a cui appartiene: «Se mi vedi un po’ triste è perché cocche vota me manca assaje mamma mia, casa mia / dove ancora si muore per niente a vent’anni». Il poeta urbano – come gli piace essere definito (mah!) – racconta Napoli, città amatissima e lacrimosa, luogo indimenticabile eppure dimenticato, dove la guerra non è mai finita. Stucchevole, ma sincero. Piacerà assai.

Fuorilegge, Rose Villain

«Se pensarti fosse un crimine stanotte io sarei fuorilegge»: Rose Villain, al suo secondo Festival, racconta l’aspetto più interessante di ogni amore, ossia il desiderio. La donna di cui canta è a letto, di notte, e,mentre guarda la luna, pensa all’uomo che vorrebbe al suo fianco. Rose getta un occhio al Battisti di E penso a te: «Cosa fai mentre tutti dormono?» e cita Almeno tu nell’universo. Come Massimo Ranieri, anche qui, a un certo punto, la protagonista si inginocchia per pregare e per chiedere agli angeli di darle ciò che ha perso. L’amore è così, in questa canzone: rende pii e criminali. Un po’ Bonnie e Clyde e un po’ Suor Cristina. Un po’ questo e un po’ quello. Sempre così, confusa, mai al centro.

Amarcord, Sarah Toscano

Chissà se poi lo ha visto davvero, Sarah Toscano, il film di Fellini a cui pare essere ispirato il brano che porta in gara a Sanremo. Chissà. Di felliniano qui, però, non c’è granché e non c’è granche in assoluto, in questo testo che passa senza lasciare alcuna traccia. Lei è freschissima, nonostante la malinconia di cui canta, e il brano anche. Rinunciabilissimo. Se il verso migliore è «Ti scorderò come in un club il sabato / È tutto così amarcord / Comico e tragico» allora il resto…touché.

Chi è Serena Brancale, la cantante di Baccalà a Sanremo 2025
Serena Brancale a Sanremo 2015, nelle Nuove Proposte. Quest’anno torna in gara, nei Campioni, con «Anema e core».

Anema e core, Serena Brancale

Serena Brancale è una jazzista, e una musicista in genere, eccezionale. Mai banale, mai sazia. Nel 2015 era in gara, tra le Nuove Proposte, con un brano raffinatissimo dalle evidenti sonorità jazz, appunto, Galleggiare. Riparte da lì con Anema e core, da casa sua, dal jazz («L’eleganza viene dal basso, come il jazz») per costruire una canzone, che vuole raccontare l’importanza del dare il giusto peso alle cose. È uno dei pochissimi testi ironici tra quelli in gara, scatenato anche nelle parole, al netto della cassa dritta che verrà. Un brano à la Pane amore e fantasia, su cui Brancale napoletaneggia che è una meraviglia («Baby I love u, Nenné ti amo / non lo so se suonerà neo-melodico, ma stanotte ti dedico: anema e core»). Forse è un filo troppo, speriamo di no.

La mia parola, Shablo feat. Gué, Joshua, Tormento

È una meta-canzone, quella di Shablo. Una canzone che parla di sé stessa: «È una street song / per dare quello che ho […] Suona dal basso questo gospel / è la voce di chi raccoglie le forze / È rap, è blues e gin & blues». La mia parola racconta la strada, la storia di chi vive senza soldi e alternative. A questo proposito Shablo dice: «È l’unica cosa che so». Anche a giudicare dal testo, questa è un street song fatta e finita.

Quando sarai piccola, Simone Cristicchi

Non una canzone, ma il teatro-canzone all’Ariston. È la cifra di Cristicchi, sempre un po’ ecumenico nel suo eloquio, ma molto, molto meno retorico dei suoi ultimi passaggi. Benissimo. Con Quando sarai piccola, il cantautore parla a sua madre, affetta da Alzheimer, ormai dimentica persino del suo nome e lo fa con enorme delicatezza. Il testo è preciso e commovente: «Parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce / giocheremo a ricordare quanti figli hai / che sei nata il 20 marzo del ’46». Un artista fedele a sé stesso, capace, colto. Ce ne fossero.

Tu con chi fai l’amore, The Kolors

Tra gli autori del brano che i The Kolors portano a Sanremo quest’anno c’è anche Calcutta, ma della sua poetica – almeno nel testo – non v’è alcuna traccia. Tu con chi fai l’amore si candida a essere un tormentone: basta leggere il testo ad alta voce per capirlo. È un brano che vuole essere lieve e danzereccio, racconta (parolone) il lasciarsi andare al sentimento, abdicando alla testa e privilegiando il cuore o, almeno, il sangue. Dentro ci sono Mykonos e Portorico, ma è tutto valido anche per chi sculetterà a Riccione.

Damme ’na mano, Tony Effe

«Il classico uomo italiano» – si autodefinisce così – cerca di ripulire la sua immagine di bad boy con una serenata a Roma, che cita Franco Califano (povero), Gabriella Ferri (povera) e Rugantino. Da un paese civile ti aspetti che artisti di questo calibro vengano ricordati in ben altre circostanze e, invece no, tocca ringraziare Tony Effe, che, speriamo, almeno, impari qualcosa. Come Fedez con la depressione, qui Roma è impersonificata nel corpo di una donna («La domenica ti lascio sola / vuoi andare a cena ma c’è la partita / mi aspetti nel letto nervosa / parli poco fai la stranita») con cui il rapper litiga e si riappacifica. Lei gli pratica addirittura una fellatio, poi fanno l’amore e lui si accende una sigaretta. Come ha detto una volta Malika Ayane a X Factor davanti a una brutta esibizione di Space oddity di David Bowie: «Un po’ di senso del pudore a volte non guasta». Imbarazzante.

Grazie ma no grazie, Willie Peyote

L’ispirazione arriva dal Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, dal monologo dell’ottava scena del secondo atto. E da lì arriva anche l’ironia che attraversa il testo di Grazie ma no grazie, un titolo che è anche la risposta perfetta a tutte quelle frasi populiste e qualunquiste dalle quali vogliamo svincolarci. Tipo: «Dovresti andare a lavorare e non farti manganellare». O anche: «Questa gente non fa un cazzo, li mantengo tutti io con le mie tasse». Un atto di personalissima resistenza a tutte le cose che non capiamo e che non vogliamo capire, come le cene di classe, i baci in bocca ai figli, i baci in bocca ai cani. Willie Peyote è l’unico, in questo Festival, a guardare fuori dalla finestra, gliene va dato atto. Bravo.

Sanremo 2025, le pagelle delle canzoni dopo il primo ascolto

 

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