Premessa lirica-pop
Corre, sotto la pioggia d’inverno e il fumo acido dei lacrimogeni, con passi impacciati, il corpo imprigionato in un costume da Pikachu: giallo acceso, buffo, quasi infantile, assurdo. Eppure, è reale. È tutto vero. Una creatura che appartiene all’infanzia, alle fantasie digitali di mondi che promettevano fuga e protezione, oggi corre tra le strade di Antalya come simbolo d’una ribellione che non ha più voce, né volto. Fugge dalla polizia, dalla furia del regime. Fugge come fuggono in tanti. Come fuggono le persone queer, perseguitate, umiliate, colpite nei loro affetti, nei loro corpi, nelle loro identità. Il regime di Recep Tayyip Erdogan – tiranno dai modi eleganti e dalla crudeltà puntigliosa – da anni reprime con violenza ogni traccia di dissenso, ogni arcobaleno, ogni amore fuori dalla norma imposta.
L’arresto del sindaco Imamoglu, voce limpida dell’opposizione, ha incendiato le piazze. Erdogan risponde come sa: manganello, censure, deportazioni. Quasi duemila arresti, un giornalista della BBC espulso, un’intera nazione sotto assedio. E in mezzo a questo dolore collettivo – allucinato, feroce – appare lui: Pikachu. Coraggioso, tenero, tragico. La protesta assume il volto assurdo di un eroe pop. Ed è proprio nella sua corsa goffa che pulsa, inattesa, la verità della rivolta: anche ciò che nasce per farci sorridere può diventare simbolo, bandiera, rivincita.
Nella Turchia che incarcera chi ama e chi canta, chi scrive e chi spera, un Pikachu che corre non è solo follia: è profezia.
C’è un video che negli ultimi giorni ha fatto il giro dei social a velocità supersonica – degna, per restare in tema, di un attacco elettrico ben assestato. Mostra un manifestante vestito da Pikachu che corre a perdifiato per sfuggire a una carica della polizia ad Antalya, nel sud della Turchia. Il costume ondeggia, i passi sono incerti, i getti d’acqua lo inseguono come fossero un esercito di Blastoise infuriati. Sembra una scena uscita da un universo parallelo, e invece è tutto vero. E ovviamente, è diventato virale in poche ore.
Sì, fa sorridere. Ma a guardar bene, fa anche riflettere. Perché è proprio quell’assurdità – un’icona dell’infanzia che fugge da una carica della polizia – a raccontare meglio di qualsiasi slogan il cortocircuito in cui ci troviamo: un’epoca in cui la protesta e la cultura digitale si fondono, e il dissenso assume forme imprevedibili, anche gialle e con la coda a zig zag.
Il tutto è accaduto durante una delle tante manifestazioni esplose in Turchia dopo l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, il 19 marzo. Una vicenda che ha riacceso tensioni politiche mai sopite e riportato migliaia di persone in piazza contro l’ennesima prova di forza del governo dopo l’ultima proposta di legge anti-LGBTQIA+ di stampo totalitario, volta a cancellare le persone queer dallo spazio pubblico. E così, in mezzo a striscioni, lacrimogeni e slogan, ecco che arriva lui: Pikachu. In fuga, sì – ma non da una PokéBall. Dalla polizia. Che già di per sé dice tutto.
Turchia, Pikachu riaccende i riflettori sulle proteste anti-Erdogan
Antalya, 27 marzo. La manifestazione è iniziata come molte altre negli ultimi giorni: slogan, striscioni, rabbia. Nella folla, qualcuno indossa un costume da Pikachu. Non è chiaro se lo abbia fatto per alleggerire la tensione o per proteggere la propria identità. Ciò che è certo è che, quando la polizia ha iniziato a disperdere i manifestanti con idranti e manganelli, quel costume giallo ha attirato tutti gli sguardi. La scena è stata ripresa da più angolazioni, da più telefoni. E in poche ore ha fatto il giro del mondo.
Potrebbe sembrare solo una curiosità, l’ennesimo frammento virale destinato a essere dimenticato. Ma è diventata invece un simbolo. Perché l’arresto di İmamoğlu, avvenuto dieci giorni prima, ha rappresentato per molti l’ennesima soglia oltrepassata. Il sindaco di Istanbul era il principale volto dell’opposizione, figura popolare, progressista, capace di parlare a un elettorato giovane e urbano. Le accuse a suo carico – corruzione e presunti legami con il PKK – sono state lette da più parti come un tentativo di estromettere con mezzi giudiziari un avversario politico in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, è un’organizzazione armata che da decenni combatte per l’autonomia curda nel sud-est della Turchia. Considerato un gruppo terroristico da Ankara, ma anche da Stati Uniti e Unione Europea, è però spesso utilizzato come etichetta per delegittimare oppositori politici e movimenti sociali che nulla hanno a che fare con l’insurrezione armata.
La reazione della piazza è stata immediata. Cortei in tutto il Paese, arresti di massa – anche tra i giornalisti che si limitavano a documentare. Quasi duemila persone fermate in una settimana. In questo clima, la presenza di un costume da Pikachu non è solo un elemento di straniamento. È l’immagine di un dissenso che si esprime anche attraverso i codici della cultura contemporanea, in un mondo dove la realtà e il linguaggio dei social si sovrappongono ogni giorno di più. L’informazione passa da lì tradotta con i suoi formati, le sue icone, la cadenza rapida di un algoritmo infinito e aggiornato ogni pochi secondi.
Ma c’è di più. Perché la repressione del dissenso, in Turchia, non si limita alla politica. Da anni, il governo di Erdoğan colpisce sistematicamente anche le minoranze più esposte. E la comunità LGBTQIA+ è in cima a questa lista. In momenti di crisi, tornano sempre buoni i capri espiatori. E anche questa volta, dietro la stretta sul dissenso, si muove la macchina ben oliata dell’omofobia di Stato.
Anno della famiglia, repressione dei corpi: cosa significa essere LGBTQIA+ nella Turchia di Erdoğan
Nel gennaio del 2025, Erdoğan ha aperto l’anno politico con un annuncio inquietante: il 2025 sarebbe stato proclamato “l’anno della famiglia”. In apparenza, un’iniziativa volta a rafforzare l’unità sociale e i tanto sbandierati “valori tradizionali”. Nei fatti, l’inizio di un’altra stagione di attacchi sistematici ai diritti delle persone LGBTQIA+ – e non solo.
Turchia, Erdoğan lancia l’Anno della Famiglia e torna ad attaccare la “perversa” comunità LGBT
Dietro quell’etichetta – famiglia – si cela una visione precisa, esclusiva, normativa. Una famiglia che corrisponde a un solo modello possibile: eterosessuale, cisgender, patriarcale. Il resto non esiste, o meglio: dev’essere cancellato. In Turchia, questo processo non è nuovo, ma negli ultimi mesi ha assunto contorni sempre più espliciti. Lo dimostrano le dichiarazioni pubbliche del presidente e di membri del suo governo, che parlano apertamente dell’identità LGBTQIA+ come di un’“infiltrazione occidentale”, una “deviazione morale” da estirpare.
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È in corso la preparazione di un disegno di legge che, se approvato, vieterebbe ogni forma di rappresentazione pubblica delle persone LGBTQIA+: bandiere, manifestazioni, contenuti online, perfino simboli o discorsi considerati “promozionali”. Una censura di Stato che ha un solo obiettivo: rendere invisibile chi non rientra nel canone imposto. E quindi, renderlo vulnerabile, aggredibile, sacrificabile.
Non è un’esagerazione. Le manifestazioni del Pride sono bandite dal 2015. Gli eventi culturali queer vengono vietati “per motivi di sicurezza pubblica”. Collettivi universitari sono stati chiusi, festival cancellati, attivisti perseguiti. I crimini d’odio – come l’assassinio di Hande Kader, attivista transgender, bruciata viva nel 2016 – continuano a rimanere impuniti. La comunità LGBTQIA+ vive in un clima in cui la visibilità può costare la vita, o almeno la libertà.
Nel discorso politico, la retorica della purezza si salda a quella della sovranità: proteggere la famiglia diventa sinonimo di proteggere la nazione. Ed è qui che l’oppressione delle soggettività queer non è più solo un riflesso della conservazione del potere, ma uno strumento attivo di governo. Una società che ha bisogno di un nemico interno per rafforzare sé stessa finisce per eleggere la diversità a bersaglio costante.
Eppure, qualcosa si muove. Le immagini che arrivano dalle piazze raccontano anche questo. Tra i volti in fuga, le tremende dicotomie pop, tra gli slogan urlati e le sagome che si disperdono nel fumo, ci sono anche corpi queer che non rinunciano a esistere.
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