Le proteste che stanno infiammando Budapest non convincono l’Italia di Giorgia Meloni, avvitata nella sua spirale illiberale di matrice trumpiana. Mentre 23 ambasciate internazionali – tra cui quelle di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – hanno firmato una dichiarazione congiunta contro la nuova legge ungherese che limita il diritto di riunione pacifica, inclusi i Pride e in particolare il Budapest Pride del 28 Giugno, l’Italia di Giorgia Meloni resta in silenzio. Un’assenza che non può essere considerata neutra, ma che evidenzia una manifesta complicità politica con il governo filo-Putin di Viktor Orbàn, e – come altri tavoli europei evidenziano – una sempre meno velata alleanza con l’amministrazione Trump degli USA.
“Non è una svista ma una scelta politica netta – scrive l’eurodeputato PD/S&D Alessandro Zan sui social – già a novembre, mentre 16 Stati UE sostenevano la Commissione UE contro la legge ungherese anti-LGBTQI+, il Governo si defilava. Quando si tratta di difendere i diritti fondamentali e le libertà, Meloni si dà alla macchia, quando c’è da difendere Orbàn è in prima fila”
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La legge ungherese: un attacco diretto ai diritti fondamentali
Il provvedimento approvato il 18 marzo 2025 in Ungheria impone nuove restrizioni alle manifestazioni pubbliche e limita in modo significativo la libertà di espressione. Colpisce in particolare le voci dissidenti, le persone LGBTQIA+, avanzando una fantomatica “protezione per i minori”.
La dichiarazione internazionale delle ambasciate denuncia apertamente queste derive, richiamando gli articoli 19 e 20 della Dichiarazione universale dei diritti umani e gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Valori che sottolineano come ogni persona abbia diritto alla libertà di espressione, opinione, riunione e associazione pacifica. Libertà fondamentali che non possono essere limitate se non in casi eccezionali previsti dalla legge e necessari a tutelare una società democratica. (in fondo all’articolo i testi degli articoli ndr).
L’Italia fuori dal coro: una scelta politica

La mancata adesione dell’Italia a questo documento appare tutt’altro che casuale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha più volte espresso stima per Viktor Orban. I due si sono sempre ospitati reciprocamente nelle feste dei rispettivi partiti, Fidesz, quasi un partito-nazione in Ungheria, e Fratelli d’Italia, che la premier, grazie alla riforma del premierato, cercherà di trasformare nel partito della presidente. Giorgia Meloni non ha mai nascosto l’intenzione di costruire un’Europa sovranista. Le sue parole più iconiche e troppo spesso dimenticate restano “Io sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana” restano scolpite come pro-memoria immutabile, alla resa dei fatti, delle aspirazioni identitarie, sovraniste e illiberali della leader della destra italiana. Il mancato sostegno alla condanna del divieto dei Pride in Ungheria non è dunque una dimenticanza diplomatica. È un segnale politico coerente con la linea di un governo che dal suo insediamento (due anni e mezzo) attua una sistematica cancellazione delle persone LGBTIAQ+ dallo spazio pubblico:
- persecuzione famiglie omogenitoriali
- persecuzione delle identità di genere non cisgender
- pressione esecutiva del governo per eliminare farmaci salva vita per le giovani minori con varianza di genere
- criminalizzazione universale della gestazione per altri
- risoluzione che vieta corsi di cultura queer negli atenei universitari e negli istituti scolastici
- atti esecutivi ostili contro una presunta teoria gender
Meloni e Orban: due facce dello stesso progetto

Dalle campagne contro i diritti LGBTQIA+ ai tentativi di riscrittura identitaria della scuola e della cultura, l’Italia di Meloni condivide con l’Ungheria di Orban una visione reazionaria della società. Una visione che mette sotto attacco le libertà civili in nome della cosiddetta “difesa dei valori tradizionali”. Italia e Ungheria costituiscono due anelli importanti nella costruzione dell’internazionale di destra progettata già dal 2017 da Steve Bannon, teorico della deriva suprematista illiberale USA attuata da Donald Trump.
Non sorprende, quindi, che il governo italiano si tenga a distanza da iniziative anche solo simboliche che difendano diritti umani e libertà fondamentali. La distanza dalle democrazie europee si fa ogni giorno più evidente, e il silenzio sull’Ungheria è solo l’ultimo segnale di una deriva ormai sotto gli occhi di tutti. Che l’Italia sta manifestando anche sul tavolo degli accordi che riguardano l’Ucraina, invasa dalla Russia di Putin.
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Il testo della Dichiarazione che condanna il divieto di Pride dell’Ungheria
27 marzo 2025
Dichiarazione congiunta sulla legislazione ungherese che limita il diritto di riunione pacifica e la libertà di espressione
Noi, le sottoscritte Ambasciate, siamo profondamente preoccupate per la legislazione approvata il 18.03.2025 in Ungheria che comporta restrizioni al diritto di riunione pacifica e alla libertà di espressione.
Questi diritti umani sono sanciti negli articoli 19 e 20 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e negli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ci impegniamo a rispettare, proteggere e realizzare i diritti umani e le libertà fondamentali di tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dall’identità di genere e dalle caratteristiche sessuali, e a combattere la discriminazione basata su tali motivi.Firmato dalle seguenti Ambasciate:
Australia, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (ONU, 1948)
Articolo 19
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Articolo 20
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.
2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.
Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU, 1950)
Articolo 10 – Libertà di espressione
1. Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Questo diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto a formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni, previste dalla legge e che costituiscano misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, l’integrità territoriale o la pubblica sicurezza, la difesa dell’ordine e la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario.
Articolo 11 – Libertà di riunione e di associazione
1. Ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione, compreso il diritto di formare con altri dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.
2. L’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che, previste dalla legge, costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, la pubblica sicurezza, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, o la protezione dei diritti e delle libertà altrui.
Il presente articolo non impedisce l’assoggettamento di membri delle forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato a restrizioni legittime nell’esercizio di questi diritti.
