In un tempo non troppo lontano – diciamo ieri – l’America era ancora convinta di poter giocare alla rivoluzione economica indossando mocassini Gucci e stringendo la bandiera come un rosario. Poi sono arrivati i dazi di Trump, e all’improvviso pure i pinguini delle isole australiane Heard e McDonald hanno protestato. Tra le vittime eccellenti: Scott Bessent, segretario al Tesoro, gay dichiarato, ex golden boy di Wall Street, marito di un ex procuratore e padre tramite GPA. L’unica cosa più queer del suo curriculum? Il fatto che abbia mai accettato di lavorare per Donald Trump. Scott Bessent è il classico gay maschio cisgender servo del regime. Ora cosa vuole? Cosa si aspettava? Andiamo con calma.
Se Musk prende le distanze da Trump soltanto per furberia (e intanto interviene alle conferenze degli Italiani leghisti, unico popolo al mondo disposto ancora ad ascoltarlo), il superministro Bessent pare allontanarsi dalle mattanze dell’amministrazione plutocratica americana per questioni – diciamo – di reale merito e sostanza.
Secondo The New Republic, Bessent starebbe cercando un’uscita di scena elegante, magari verso la Federal Reserve, dove si può ancora parlare di economia senza indossare l’elmetto. Le sue quotazioni a Wall Street sono in picchiata: non per colpa dei mercati, ma per l’imbarazzo. Trovarsi nella squadra che impone dazi generalizzati in modalità ChatGPT e poi sussurrare ai partner globali “state calmi” è come bannare Minnie e Topolino (o come postare un triangolo rosa).
L’appello diplomatico di Bessent – “niente reazioni avventate” – è caduto nel vuoto come un tweet di Elon Musk alle tre di notte. L’unilateralismo trumpiano è stato definito da Pechino un sabotaggio del commercio globale, e si capisce: se Trump voleva distruggere il sistema multilaterale, ha almeno avuto il buongusto di farlo indossando il suo cappellino “Make America Great Again”.
Nel frattempo, il senatore Ted Cruz prevede “un bagno di sangue” alle prossime Midterm, che suona un po’ come una minaccia e un po’ come il trailer di un horror politico. Trump? Gioca a golf in Florida, lo stato che gioca a fare la canaglia con le persone trans anche solo per la patente di guida. Ha appena vinto il secondo turno del Senior Club Championship. La rivoluzione può aspettare: prima c’è il Championship Round.
Proteste in tutti gli Stati Uniti
❗️Thousands of people in the US have taken to the streets to protest against Trump’s policies and the introduction of import tariffs. pic.twitter.com/frBwvSxUWE
— NEXTA (@nexta_tv) April 5, 2025
Eppure ieri, sabato, mentre il tycoon affondava putt con flemma imperiale, mezzo milione di persone – donne, bambini, professori di filosofia in giacca e cravatta – occupavano le strade d’America urlando “Hands Off”. C’erano cartelli contro i tagli alla scuola, contro Musk, contro Trump, contro tutto. “Donald Trump must go” intonavano a Bryant Park, sotto la pioggia e i leoni della Public Library. “La complicità è contagiosa, ma anche il coraggio”, diceva una studentessa egiziana con la mascherina. In fondo, neanche l’università è più un luogo sicuro. Nemmeno la democrazia.
Chi è Scott Bessent, l’anomalia (?) omosessuale

Vi avevamo già introdotto Scott Bessent, uomo gay, profilo a suo modo opposto e speculare ad Alice Weidel. Ex enfant prodige della finanza globale, Scott Bessent entra nell’amministrazione Trump come una cravatta di seta in mezzo a giacche slabbrate. Gay dichiarato, ex stratega di George Soros, marito di un ex procuratore, padre tramite GPA: tutto in lui stride con l’universo trumpiano, e proprio per questo affascina. Ha difeso i mercati, il Made in Italy, l’illusione del buon senso.
Bessent, tra una conference call e una crisi di coscienza, osserva e prova a dispiegare tutta la sua arcinota capacità diplomatica, quel soft-power che ha reso grande l’America e che Trump sta rosolando sul suo barbecue di narcisismo patologico. Bessent, l’uomo pescato da Trumo per ingentilire la barbarie finanziaria, si scopre troppo raffinato per la guerra commerciale. Oh, poverino! E cosa si aspettava? Quanto può durare un matrimonio politico in cui uno dei due ha il culto della deregulation e l’altro il culto delle cravatte ben annodate?
Ora, assediato dai dazi, dalle piazze in rivolta e da un presidente che gioca a golf mentre l’economia brucia, anche l’omosessuale maschio cis servo del regime sembra pronto a slacciarsi la cravatta e uscire di scena. In silenzio. Con eleganza. Come chi sa quando è ora di lasciare. Come fa un serpente, a voler ben vedere. E forse se ne andrà davvero. Lo farà in silenzio, come chi conosce il prezzo dell’eleganza in tempi di barbarie. E forse, con un po’ di (s)fortuna, lo ritroveremo alla Fed. In un mondo dove almeno la matematica ha ancora senso. O almeno il buon gusto.
Ci aggiorniamo alla prossima dazzata.
