Nuova Zelanda, presentata una proposta di legge anti-trans ispirata al modello USA

Spinta dal populismo reazionario, anche la Nuova Zelanda rischia di abbracciare definizioni escludenti modellate sulla legislazione statunitense. Ma il pluralismo delle identità indigene smaschera la natura suprematista, coloniale e rigida di un’ideologia che pretende di normalizzare l’esclusione.

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Già nel 2023, gli attivisti pro-trans in Nuova Zelanda si mobilitavano contro l'ascesa dei movimenti conservatori, come dimostrato dalle massicce proteste che portarono alla cancellazione degli eventi dell'attivista anti-trans britannica Posie Parker.
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Che anche la Nuova Zelanda – celebrata ovunque come un modello di democrazia progressista, inclusione e rispetto delle minoranze e il primo paese ad avere una parlamentare trans – si ritrovi oggi a fare i conti con una proposta di legge che ridefinisce legalmente la parola “donna” come “femmina biologica adulta, è più di un paradosso: è un avvertimento. L’ennesimo, in un’epoca in cui la retorica anti-trans si fa sistema, contaminando governi, corti supreme e dibattiti pubblici per scardinare le fondamenta stesse del diritto come strumento di uguaglianza.

Quella presentata lo scorso 22 aprile dal partito conservatore New Zealand First e sostenuta dal vice primo ministro Winston Peters è infatti l’ennesima proposta di legge che si inserisce perfettamente nel solco delle derive autoritarie contemporanee. Chiede, nero su bianco, che venga stabilita una definizione giuridica di “donna” che escluda esplicitamente le donne trans: una “femmina biologica umana adulta”, recita il testo. Un linguaggio che arriva da lontano, identico nei toni e nelle intenzioni alle risoluzioni approvate nel Regno Unito, alle politiche di Donald Trump, agli slogan delle destre che, dai parlamenti europei alle piattaforme digitali, hanno imparato a mascherare la discriminazione verso le identità non conformi dietro la presunta tutela delle donne cisgender. Già nel 2023, gli attivisti pro-trans in Nuova Zelanda si mobilitavano contro l’ascesa dei movimenti conservatori, come dimostrato dalle massicce proteste che portarono alla cancellazione degli eventi dell’attivista anti-trans britannica Posie Parker.

Non è casuale che a denunciare la gravità della proposta a Context sia Louisa Wall, prominente attivista Māori e attuale presidentessa femminile di ILGA Oceania: in Aotearoa, terra dei Māori, definire legalmente il genere attraverso categorie binarie occidentali significa ignorare la lunga storia di riconoscimento, rispetto e valorizzazione delle identità non conformi al binarismo uomo-donna e cancellare, deliberatamente, ciò che in queste isole esiste da sempre.Non si tratta di proteggere le donne, ma di escludere le persone trans dal riconoscimento legale e dai diritti“.

È infatti difficile pensare a una misura più violenta, più dissonante, più colonialista. Perché se Aotearoa – che ha saputo introdurre uno dei trattati di pace più avanzati al mondo tra popolazione indigena e Stato, che ha legalizzato il matrimonio egualitario nel 2013, che ha avuto una premier lesbica dichiarata come Georgina Beyer già negli anni Novanta – arriva a proporre una definizione biologica e restrittiva di “donna”, allora è chiaro che nessun paese, per quanto avanzato, è immune alla regressione dei diritti.

Nuova Zelanda, cosa prevede la nuova proposta di legge anti-trans

La proposta di legge avanzata da New Zealand First non è, come i promotori vorrebbero far credere, un’iniziativa volta a chiarire un presunto vuoto giuridico, ma piuttosto un’operazione squisitamente politica, e come tale va letta, analizzata e smascherata nel suo contesto, nelle sue implicazioni e – soprattutto – nelle sue conseguenze. Dietro la patina apparentemente neutra della definizione di “femmina biologica umana adulta” si cela infatti un disegno ideologico preciso, affine per intenti e linguaggio a quello portato avanti dal movimento MAGA negli Stati Uniti, da Fratelli d’Italia in Italia, da Fidesz in Ungheria e da altre formazioni reazionarie in Europa e nel mondo. Un disegno che punta a restringere il campo del riconoscimento e dei diritti, negando dignità e cittadinanza a chi non si conforma a una visione binaria, essenzialista e biologicamente determinista del genere. Con un obiettivo nemmeno troppo celato: riaffermare il controllo istituzionale sui corpi, sulle identità, sull’autodeterminazione.

Lo ha detto con chiarezza Wall: “Questa non è una definizione neutra. È l’importazione diretta di una narrativa di esclusione già vista altrove, un attacco frontale alla diversità”. Ed è proprio nel suo essere un attacco politico che risiede la sua pericolosità.

Perché ridefinire legalmente cosa si intende per “donna” esclusivamente in termini biologici non è un palese atto di esclusione sistemica. E le sue conseguenze sono già visibili altrove: negli Stati Uniti, dove le donne trans vengono escluse dai rifugi per vittime di violenza domestica; nel Regno Unito, dove la Corte Suprema ha recentemente sancito che il termine “sesso”, ai fini dell’Equality Act, si riferisce unicamente al sesso biologico; in Ungheria, dove il governo ha cancellato il riconoscimento legale delle persone trans. A ogni passo, si è trattato di un arretramento concreto nei diritti, nell’accesso ai servizi, nella rappresentanza. Di una legittimazione culturale della discriminazione, travestita da “protezione”.

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Questa proposta non nasce nel vuoto. Si inserisce in un vuoto normativo ben preciso e strategico: la Human Rights Act neozelandese del 1993, che vieta la discriminazione basata sul sesso ma non nomina esplicitamente né l’identità di genere, né l’espressione di genere, né le caratteristiche sessuali. Una lacuna apparentemente tecnica, che oggi – a più di trent’anni dalla sua entrata in vigore – si rivela un punto di vulnerabilità strutturale. Ed è proprio in questa zona grigia che si inseriscono oggi le retoriche escludenti, approfittando dell’ambiguità per minare diritti che dovrebbero essere inalienabili.

Ma Aotearoa, la terra dei Māori non è un luogo qualsiasi. E nella sua cultura esiste un principio che contraddice radicalmente la logica binaria e normativa che questa legge vorrebbe imporre: manaakitanga. Un concetto complesso e profondo che unisce accoglienza, cura, rispetto, responsabilità collettiva. È un’etica della relazione, una pratica di coesistenza fondata sulla dignità condivisa. Ridefinire “donna” in modo esclusivo diventa così una negazione culturale, un atto di colonizzazione normativa che cancella secoli di pluralismo indigeno nella comprensione dell’identità umana. In pieno stile USA. 

Per questo – come ha ribadito Wall – serve una riforma strutturale della Human Rights Act, affinché espliciti e tuteli, senza ambiguità, tutte le identità di genere, tutte le espressioni di genere, tutte le caratteristiche sessuali.  Perché farlo significa anche proteggere il retaggio culturale indigeno in cui persone trans e non binarie, così come le comunità MVPFAFF+ – acronimo utilizzato per descrivere le identità non conformi nel pacifico – sono, per usare le parole stesse della cultura Māori, taonga: tesori viventi. Portatrici e portatori di conoscenza, di resistenza, di una sapienza ancestrale che sfida le gerarchie imposte e le categorie rigide.

MVPFAFF+: genealogie indigene della pluralità di genere

Per comprendere appieno quanto la proposta di ridefinizione della parola “donna” sia dunque non solo dannosa, ma profondamente disonesta, occorre fare un passo indietro. Anzi, molti. Occorre decentrarsi, liberarsi dalle categorie imposte dalla modernità occidentale e ricordare che, ben prima dell’arrivo delle missioni cristiane e del diritto coloniale, le società del Pacifico riconoscevano e onoravano identità di genere che sfidavano la dicotomia maschio-femmina.

Ciascuna di queste identità nasce da un contesto specifico, da una lingua, da un modo di pensare il corpo e la relazione con gli altri che nulla ha a che fare con la dicotomia imposta dall’Occidente. Non sono “categorie” alternative, ma mondi, ruoli, responsabilità. Nei villaggi samoani, per esempio, i Fa’afafine – persone assegnate maschi alla nascita che esprimono un’identità femminile – non sono né marginali né invisibili: coordinano cori parrocchiali, si prendono cura degli anziani, sono interlocutrici dello Stato.

Nelle Hawaii e a Tahiti, i Māhū sono considerati esseri “tra” – non in senso deficitario, ma come custodi di un sapere liminale, spirituale, equilibratore. La loro storia è anche storia di rimozione: basti pensare che solo nel 2023 è stata finalmente ricollocata a Waikīkī una targa per ricordare i guaritori Māhū di Kapaemahu, rimossa decenni prima perché considerata “imbarazzante” per il turismo coloniale.

E ancora: nelle Fiji, i Vakasalewalewa occupano spazi di mediazione sociale e di bellezza – organizzano danze, cerimonie, trasmettono oralità. Alle Tonga, le Fakaleitī (spesso abbreviate in leiti) offrono rifugi, formano leadership, organizzano festival come Miss Galaxy, dove l’orgoglio queer si afferma in forma indigena, non derivata, non occidentale. Perfino sulle più piccole isole, come Niue, la presenza delle Fakafifine ricorda che le culture del Pacifico non hanno mai accettato davvero la violenza binaria del colonizzatore. La parola fakafifine, che significa “alla maniera delle donne”, indica una femminilità incarnata da corpi nati maschili ma riconosciuti nella loro complessità relazionale e affettiva.

Tutto questo non è folklore. È resistenza. È organizzazione politica. È produzione di cultura e di cura. Sono voci che, oggi, si tengono insieme in reti regionali come il Pacific Sexual and Gender Diversity Network, o in associazioni comunitarie che operano nell’ombra delle leggi punitive ma alla luce dei bisogni reali: accesso alla salute, protezione dalla violenza, educazione, riconoscimento. In questo scenario, la proposta di News Zealand First sarebbe atto di violenza epistemica, prima ancora che giuridica. Imporre l’accezione biologica significa infatti, ancora una volta, applicare una griglia coloniale su culture che hanno sempre pensato la persona – te tangata – come un essere in relazione, mai definito da una sola dimensione.

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