Domani, 27 maggio, scadrà il termine ultimo per registrare il Budapest Pride. Un atto formale, burocratico all’apparenza, che quest’anno assume però il peso simbolico e politico di una sfida alla censura, al controllo statale, a una visione autoritaria della società che da anni ha nel governo di Viktor Orbán il suo principale artefice e promotore. Il tempo stringe, eppure gli organizzatori non arretrano. Intendono tenere l’evento a ogni costo, anche se le condizioni sono tra le più dure che la comunità LGBTQIA+ ungherese abbia mai conosciuto dal 1997 – anno in cui il primo Pride attraversò le strade di Budapest.
La nuova legge e relativo emendamento costituzionale approvati dal Parlamento ungherese poche settimane fa – e subito definita “legge bavaglio” dalle associazioni – vieta esplicitamente tutte le manifestazioni pubbliche che potrebbero essere considerate “contrarie alla protezione dei minori”. Una formula ambigua, volutamente aperta, dietro la quale si cela il tentativo sistematico di cancellare dalla sfera pubblica ogni forma di visibilità queer. Secondo la nuova normativa, un evento come il Pride – per sua natura visibile, politico, eclettico, affermativo – rientrerebbe in pieno tra quelli da proibire.
A questa offensiva legislativa si accompagna un’atmosfera sempre più cupa. Gli organizzatori rischiano pene detentive fino a un anno. I partecipanti, una multa da centinaia di euro. E come se non bastasse, è prevista l’attivazione di sistemi di riconoscimento facciale per identificare i presenti – uno strumento da regime, già ripetutamente condannato dall’UE. Ma proprio mentre le autorità cercano di spegnere il Pride ungherese, da tutta Europa arriva un’ondata di solidarietà.
Una legge per cancellare il Pride
Quella a cui assistiamo è dunque una chiamata collettiva. Il 2025 ha del resto segnato un nuovo punto di non ritorno nella progressiva demolizione dello spazio civile in Ungheria. A inizio maggio, il Parlamento di Budapest ha approvato una modifica al codice legislativo e poi alla stessa Costituzione ungherese che rende, di fatto, impossibile l’autorizzazione di eventi pubblici che siano in contrasto con la “protezione dei minori”. Una formula già nota, già usata nel 2021 per censurare libri, spettacoli, campagne educative e programmi scolastici che affrontassero temi legati all’omosessualità o all’identità di genere. Ma questa volta l’attacco è frontale: la norma viene esplicitamente usata per impedire l’esistenza stessa del Pride.
Secondo quanto emerso dalle comunicazioni interne del governo – e confermato da giuristi vicini alla società civile – qualsiasi evento che mostri “contenuti non conformi alla morale pubblica familiare” potrebbe essere vietato dalle autorità locali. Un’accezione volutamente vaga per reprimere cortei, incontri pubblici, momenti di aggregazione e persino semplici espressioni simboliche di appartenenza, come bandiere o slogan.
Per gli organizzatori dell’eventuale corteo, le sanzioni prevedono fino a un anno di detenzione. Per i partecipanti, multe fino a 200.000 fiorini – l’equivalente di circa 500 euro – da comminare anche retroattivamente sulla base di riprese video e fotografie. Proprio per questo, l’utilizzo della sorveglianza biometrica e del riconoscimento facciale è stato formalizzato nel piano di ordine pubblico che accompagna l’applicazione della legge. Un Pride sorvegliato, schedato, e quindi dissuaso. È questo il messaggio che il governo Orbán intende mandare.
Ma è un messaggio che la comunità LGBTQIA+ ungherese rifiuta. Nonostante il silenzio istituzionale e il pericolo concreto, il team del Budapest Pride continua a lavorare per garantire lo svolgimento della marcia, il prossimo 28 giugno. L’evento avrebbe un valore altamente simbolico: si tratterebbe del trentesimo anniversario del primo Pride mai organizzato in Ungheria, e anche della prima edizione dopo l’entrata in vigore della nuova legge. Una sfida aperta, dunque, che si gioca anche sul piano internazionale.
Contattato da Gay.it, Máté Hegedűs, uno dei portavoce del Pride, conferma la determinazione del team: “Non ci stiamo preparando ad affrontare detenzioni, arresti o altre forme di violenza da parte della polizia. Crediamo che l’unica conseguenza per chi partecipa alla nostra marcia del Pride sarà una multa. Ma potrebbe anche non valere per i partecipanti stranieri”.
Ungheria, Musk e il riconoscimento facciale contro i Pride: ma per l’Unione Europea è vietato
Dal 2021 a oggi, il percorso del governo ungherese contro la visibilità LGBTQIA+ è stato lento ma costante: si è passati dal blocco dei contenuti nei libri per bambini alla censura delle campagne pubblicitarie, fino alla chiusura delle ONG che lavorano con la comunità queer. Le persone trans non possono più modificare legalmente il proprio genere. I contenuti scolastici sono sorvegliati da ispettori ministeriali. Il dibattito pubblico è sistematicamente orientato da campagne televisive in cui si accostano famiglie omogenitoriali e abusi sui minori. Una strategia di cancellazione politica, culturale ed esistenziale. E il Pride, in tutto questo, è il simbolo più forte da abbattere.
Milano chiama Bruxelles, e l’Italia resta in silenzio
Nel silenzio assordante delle istituzioni italiane, la risposta più netta alla repressione ungherese arriva però, ancora una volta, dalla società civile. Giovedì 29 maggio, in Piazza Missori a Milano, Europa Radicale e l’associazione Certi Diritti scenderanno in piazza per manifestare il proprio sostegno al Budapest Pride e per denunciare pubblicamente le responsabilità del governo Orbán. La manifestazione ha un obiettivo preciso: esercitare pressione politica, spingere la Commissione Europea ad agire concretamente e chiedere all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni di interrompere ogni forma di collaborazione bilaterale con l’Ungheria finché continuerà a violare apertamente i diritti civili e i trattati dell’Unione.
“Vogliamo spingere la Commissione a infliggere sanzioni a Orbán“, spiega Federica Valcauda di Europa Radicale “e chiedere a Giorgia Meloni di interrompere i rapporti bilaterali con un governo che impedisce il Pride, che viola i diritti civili, che calpesta i principi fondanti dell’Unione Europea“. È una presa di posizione chiara, netta, che non si appella alla diplomazia ma al coraggio politico. E che arriva proprio mentre la scadenza per la registrazione dell’evento – 27 maggio – rischia di segnare l’ennesimo passaggio a vuoto delle istituzioni europee.
Ma in queste settimane, decine di associazioni, reti LGBTQIA+ e persino 26 europarlamentari stanno chiedendo con insistenza una risposta più forte da parte dell’UE ed annunciando la propria partecipazione a quello che si prospetta, in tutto e per tutto, un evento costituzionalmente illegale in Ungheria. Perché se è vero che la Commissione ha già aperto una procedura d’infrazione contro l’Ungheria proprio per le sue leggi discriminatorie – ed intende aprirne una anche per il divieto ai Pride, totalmente contrario ai valori comunitari – è altrettanto vero che l’iter si è poi arenato, bloccato da calcoli politici e dalla reticenza dei governi più vicini a Orbán.
Il silenzio dell’Italia è assordante: l’esecutivo Meloni non solo ha evitato ogni dichiarazione pubblica sul tema e rifiutato di firmare la condanna al divieto di Pride in Ungheria redatta da 23 ambasciate europee, ma mantiene invariate le solide relazioni diplomatiche e politiche con Budapest, anche in sede europea. La difesa della “famiglia tradizionale”, la retorica sulla “lotta all’ideologia gender” e la promozione di una supposta “sovranità educativa” sono del resto punti di contatto evidenti tra le due destre parte di un movimento sempre più forte e compatto dagli Stati Uniti, alla Russia, ai paesi africani fino alle democrazie europee in decadenza, che si legittimano vicendevolmente.
Il Budapest Pride non è dunque solo una questione ungherese. È diventato – e lo sarà ancora di più nelle prossime settimane – un banco di prova per l’Europa dei diritti. Una cartina di tornasole che misura non solo la forza della comunità queer, ma anche la capacità delle democrazie di proteggere il dissenso, la libertà di espressione, la visibilità delle minoranze. Se la Commissione Europea sceglierà ancora una volta di non intervenire, non sarà solo il Pride a essere vietato: sarà la stessa idea di Europa a risultare mutilata.
