Da anni la Chiesa cattolica è impegnata in un difficile processo di confronto con uno dei capitoli più dolorosi della propria storia recente: pedofilia e abusi sessuali commessi da sacerdoti, religiosi e figure di autorità ecclesiastica.
Nel suo secondo rapporto annuale, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, organismo voluto da papa Francesco per coordinare le politiche di prevenzione contro la pedofilia nella Chiesa, dedica un’ampia sezione all’Italia e riconosce “progressi significativi” nel coordinamento di un sistema di tutela multilivello. Tuttavia, denuncia anche una “notevole resistenza culturale nell’affrontare gli abusi”, un’espressione che richiama l’inerzia di parte del mondo ecclesiastico e della società italiana nel fare piena luce su casi di pedofilia e abusi di potere.
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Pedofilia e abusi nella Chiesa: il rapporto sull’Italia
Nel rapporto, composto da 103 pagine, la Commissione – guidata dal vescovo francese Thibault Verny – traccia un quadro complesso dell’Italia, mettendo in luce gravi criticità strutturali e una scarsa collaborazione con le autorità civili. La constatazione sulla “resistenza” tutta italiana, riflette più che mai una difficoltà radicata, non solo a livello istituzionale ma anche sociale, nel riconoscere e affrontare apertamente la piaga degli abusi sessuali all’interno della Chiesa.
“I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime/sopravvissuti-e e per le loro famiglie parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità”, aggiunge il rapporto, sottolineando che il silenzio resta ancora un ostacolo rilevante al riconoscimento e alla riparazione del danno.
I numeri della tutela e le criticità
La Commissione riconosce che la Chiesa italiana ha sviluppato negli ultimi anni un sistema articolato di prevenzione. Oggi, si legge nel documento, esistono “16 Servizi per la Tutela regionali, 226 Servizi per la Tutela diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto”. La pubblicazione in un’unica pagina dell’elenco dei Servizi di tutela viene citata come un passo avanti in termini di trasparenza.
Tuttavia, il rapporto sottolinea che “solo 81 diocesi delle 226 appartenenti alla Conferenza Episcopale Italiana hanno risposto al questionario quinquennale inviato dalla Commissione”. Una percentuale che, per l’organismo vaticano, evidenzia una scarsa omogeneità e una “significativa disparità nel personale e nelle risorse assegnate a molti di questi uffici”.
“Servono coordinamento e trasparenza”
Secondo la Commissione vaticana, l’attuale assetto della Cei mostra ancora lacune sistemiche. “La Conferenza Episcopale Italiana non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni”, si legge. Un limite, questo, che impedisce di verificare se le procedure adottate siano realmente efficaci e uniformi.
Per la Commissione, la priorità è “ampliare la collaborazione formale con le autorità civili nella risposta alle denunce”, così da “garantire un esame più efficace delle accuse e una maggiore trasparenza”.
Viene inoltre incoraggiato un dialogo più diretto e costante “con le vittime/sopravvissuti-e, le loro famiglie e le associazioni che le rappresentano”, anche per discutere temi come la riparazione e la responsabilità istituzionale da parte della Chiesa.
Abuso di potere e nuove linee guida

Il rapporto suggerisce alla Chiesa italiana di aggiornare le proprie linee guida “includendo disposizioni sulle dinamiche di potere e sull’abuso di potere”. Un aspetto cruciale, che riconosce come le violenze e le molestie non siano sempre riconducibili solo all’abuso sessuale in senso stretto, ma anche a relazioni di potere asimmetriche all’interno delle strutture ecclesiastiche.
Il documento dedica attenzione anche ai religiosi e alle religiose provenienti da altri Paesi che studiano o svolgono il proprio ministero in Italia, spesso senza un’adeguata supervisione.
“L’attrazione esercitata da Roma all’interno della Chiesa universale spinge molte persone ad intraprendere i propri studi e i propri primi lavori in Italia”, si legge. La Commissione invita a “prestare particolare attenzione ai rischi associati a potenziali abusi subiti durante questo periodo di esposizione a dinamiche di potere e contesti culturali nuovi e spesso sconosciuti”. Un riferimento che riguarda soprattutto le suore provenienti da Paesi in via di sviluppo, più vulnerabili per condizioni economiche e status ecclesiastico e spesso vittime di abusi.
La replica della Cei: “Dati parziali e non aggiornati”
Come riporta La Repubblica, la Conferenza Episcopale Italiana ha diffuso una lunga nota in risposta al rapporto, contestando la metodologia e i numeri forniti.
Pur ringraziando la Commissione per “l’ampio spazio dedicato all’Italia”, la Cei definisce i dati “del tutto parziali” e precisa che si riferiscono a incontri “facoltativi” legati alla visita ad limina del 2024, e quindi “non affatto esaustivi”.
Secondo la Cei, la III Rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili (2023-2024) dimostrerebbe invece un impegno capillare: “Tutte le regioni e tutte le Diocesi italiane si sono dotate di un Servizio diocesano o interdiocesano per la tutela”, si legge nel comunicato.
Il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, ha sottolineato che la formazione resta un impegno costante. “Nel 2024 sono stati realizzati 781 incontri, con 22.755 partecipanti tra operatori pastorali, sacerdoti, religiosi, educatori e membri di associazioni. Sommando i partecipanti del 2023, si arriva a un totale di 42.486 persone formate in due anni”, ha dichiarato.
La Cei rivendica inoltre la collaborazione con la società civile, “in crescita anche a livello locale, passando dal 13,1% nel 2023 al 18,3% nel 2024”, grazie a iniziative condivise con associazioni laiche e tavoli istituzionali. Tra i progetti citati figura anche l’adesione all’Osservatorio contro la pedofilia e la pedopornografia, con la partecipazione alla redazione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso.
Nel comunicato, la Cei ricorda l’accordo siglato con la Pontificia Commissione nel 2022, denominato “Memorare”, volto a promuovere “un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa”. Il progetto prevede aggiornamenti regolari, scambi di buone pratiche e la creazione di una rete globale di centri di ascolto e accoglienza secondo standard internazionali.
A chiudere la nota è il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, che sottolinea la volontà di proseguire con determinazione il percorso di riforma. “Con tutte queste azioni stiamo operando per promuovere una cultura della tutela a più livelli, anche sociale, e contrastare ogni forma di abuso. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino inarrestabile”, ha affermato il porporato.
Il confronto tra la Pontificia Commissione e la Cei mostra un punto cruciale: sebbene la Chiesa italiana sia oggi più attrezzata rispetto al passato, il divario tra le dichiarazioni e la pratica concreta resta oggetto di tensione.
La richiesta del Vaticano di maggiore trasparenza e collaborazione con le autorità civili segna una direzione chiara: l’epoca del silenzio e dell’autoregolamentazione deve finire.
Ma la “resistenza culturale” evocata nel rapporto dimostra che la trasformazione, anche nel cuore della Chiesa, è ancora lontana dal compiersi.

