Attore, scrittore, provocatore. Rupert Everett, 66 anni, è una figura che ha attraversato il cinema internazionale con stile inconfondibile e una schiettezza rara.
Lanciato alla fama nel 1984 con Another Country – La scelta, film cult che racconta un amore omosessuale in un collegio britannico, Everett ha incarnato fin dall’inizio un’identità queer fuori dagli schemi.
Il suo volto delicato e la sua presenza magnetica lo hanno reso un sex symbol degli anni Ottanta, ma dietro l’eleganza c’era un’anima inquieta, segnata dal clima di paura e stigma legato all’emergere dell’epidemia di Aids.
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Rupert Everett e il coming out: nessuna scelta, solo libertà
Everett non ha mai considerato il coming out come un atto di coraggio, ma come una necessità esistenziale: “Non avevo alternative. Mi piaceva uscire, andare in discoteca, lo stile di vita dell’essere gay. Non volevo stare in casa e fingere di essere altro”, ha dichiarato a La Repubblica.
La sua è stata una dichiarazione d’amore verso se stesso, non una resa. Negli anni Ottanta, in un’epoca in cui Hollywood puniva apertamente gli attori dichiaratamente gay, Everett ha pagato un prezzo alto: ruoli cancellati, porte chiuse, carriera frenata.
Lui stesso ha raccontato di aver perso ruoli perché “troppo gay”, relegato ai soliti stereotipi dell’amico divertente, ma marginale.
Gli anni dell’Aids e la paura di morire giovane
L’ascesa di Rupert Everett coincide con uno dei periodi più bui della comunità LGBTQIA+: l’arrivo dell’Aids. “All’inizio non sapevi se lo avevi. Non potevi dirlo… eri lì in bilico, come un personaggio dei cartoni animati sul bordo di un dirupo”, ha raccontato nel podcast Mad, Sad and Bad.
La paura di essere sieropositivo lo ha ossessionato, soprattutto durante le riprese dei suoi primi film. Il pensiero di una lesione visibile sul volto – come il sarcoma di Kaposi – che potesse tradirlo davanti alla telecamera lo angosciava. Ha perso molti amici, e quella perdita collettiva ha lasciato un segno profondo, trasformandosi in rabbia, arroganza, distacco.
“Ero insicuro. Ero una regina cattiva. Amavo spettegolare in modo crudele”, ha ammesso, mostrando una rara capacità di autocritica.
Il rapporto con la famiglia: silenzi e distanze
Il coming out non è stato accompagnato da un confronto con la famiglia: “Non gliel’ho chiesto, non li ho visti per molti anni, non mi importava”, ha detto con distacco.
Fin da bambino, Everett si sentiva diverso: odiava i weekend in barca con gli uomini della sua famiglia, preferiva stare con sua madre, sua nonna e sua zia: “Volevo essere donna. Amavo le collane, i reggiseni. Mi piaceva accoccolarmi a loro”.
Un’infanzia vissuta fuori dagli stereotipi di genere, che ha gettato le basi per una vita senza maschere.
Il cinema italiano e l’amore per il bello
Nonostante le difficoltà a Hollywood, Everett ha trovato in Italia un terreno fertile per la sua arte. Ha un legame profondo con il cinema italiano: da Cronaca di una morte annunciata di Francesco Rosi a Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, passando per La versione di Giuda: “Amo la parte italiana della mia carriera perché è stata il mio lato estetico”, ha confessato.
Per lui, Dellamorte Dellamore è “la miglior trasposizione di un fumetto nella storia del cinema”. E a 66 anni, guarda con affetto a quei ruoli che hanno segnato generazioni di fan, compresi i lettori di Dylan Dog, personaggio a cui Tiziano Sclavi pensò proprio per lui.
Il matrimonio con Henrique: amore in segreto
Dopo anni di relazione, nel 2024 Rupert Everett ha sposato Henrique, contabile brasiliano, in gran segreto.
Le nozze si sono svolte alla Camden Town Hall di Londra, seguite da una cena intima al Ciao Bella, ristorante preferito dell’attore a Bloomsbury.
Everett, che ha sempre dichiarato di odiare i matrimoni – “preferisco i funerali” – ha spiegato il passo avanti con pragmatismo:
“Quando raggiungi una certa età… ho visto tante coppie gay far fronte a diversi problemi. Si tratta più di pensare al futuro”.
Rupert Everett ospite a Belve
Oggi Everett è un uomo più pacificato, anche se la sua vena dissacrante resta intatta. Ha diretto e interpretato The Happy Prince (2018), film sugli ultimi giorni di Oscar Wilde, figura a lui cara per la sua genialità e la sua solitudine.
Nel 2023 ha sostenuto la possibilità che attori etero interpretino personaggi gay, scatenando polemiche:
“Non credo che l’omosessualità sia un’identità che si possa recitare solo se la si è vissuta”.
Nel 2025 è stato omaggiato al Lovers Film Festival con la Stella della Mole, riconoscimento che celebra chi ha lasciato un segno nel cinema e nella cultura LGBTQIA+.
Secondo le indiscrezioni di Affaritaliani, Rupert Everett sarebbe pronto a tornare in Italia per farsi intervistare da Francesca Fagnani.
La nuova edizione di Belve prenderà il via dal prossimo 28 ottobre su Rai2. Ci sarà da aspettarsi un ritratto di un uomo che ha vissuto ogni fase della sua vita con eccesso, dolore e bellezza.
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