“Boots” è pura propaganda di guerra: il Pentagono, la trappola dell’idiota fascista, e i gays tra egualitarismo e omonazionalismo

Vaste platee di gays nutriti dal mito proteico e virilista in salsa violenta americana osannano lo spirito anti-Trump della serie Netflix.

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Boots - Max Parker e Miles Heizer
Boots - Max Parker e Miles Heizer
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Con Boots l’arsenale del soft power americano si è superato, grazie alla complicità dell’imbecille fascista di turno. Vittime della macchinazione: i gay cis che non vedono l’ora di sublimare il proprio senso di inadeguatezza con la gloria delle armi e con l’accettazione del mondo che li ha da sempre messi alla gogna. Servi indefessi del regime binario, oceani di omosessuali in visibilio incensano la serie, e pompano l’hype della presunta boccata d’ossigeno anti-Trump.

La fiction prodotta da Sony per Netflix, corporation decisiva per la propaganda occidentale, è contestualizzata in quel tempo in cui i gay desiderosi di essere arruolati nell’esercito, dovevano tacere sulla propria omosessualità, vietata tra i soldati USA. Fu poi approvata da Clinton la politica del Don’t Ask, Don’t Tell, successivamente abolita da Obama: ora i gays possono essere gays anche mentre imparano ad essere veri marines. Vuoi mettere.

Si tratta di una vecchia lagna legittima, che personalmente, da vecchia checca liberal, ho sempre difeso, sia chiaro. E che oggi vede protagoniste le persone trans, escluse dal Dipartimento della Guerra (ora si chiama così). Povere anime LGBTIAQ+: non poter partecipare a stermini, genocidi, manipolazioni geopolitiche in prima persona. Non poter partecipare alla difesa della Patria. Dello Stato Nazione. Povere persone LGBTIAQ+: non poter apprendere le sofisticate tecniche per ammazzare bambini inermi.

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BOOTS. Miles Heizer as Cameron Cope behind the scenes of Episode 102 of Boots. Cr. Alfonso “Pompo” Bresciani/Netflix © 2025

Il marchingegno utilizzato questa volta dalla retorica della mai doma violenza fondativa degli States è semplice: Boots racconta la storia vera di Cameron Cope – interpretato dal meraviglioso Miles Heizer – timido gay cis provincialotto, a corto di emancipazione, che supera le proprie debolezze da femminuccia in un campo marines nel quale il mantra che scandisce le giornate è “KILL KILL KILL”, la mascolinità tossica è pane quotidiano nelle interazioni gerarchiche e relazionali, e l’omosessualità spiana qualsiasi sfumatura di genere che non sia la convenzione binaria. Cope imparerà a fare a pezzi il suo migliore amico in nome dello stato nazione. E già questo articolo potrebbe chiudersi qui.

Agli occhi soprattutto delle nuove generazioni analfabetizzate dal tracollo dello spirito critico imposto dai narcisismi social, Boots assume i contorni del prodotto culturale liberatorio. Esaltata da decine di media queer (?) e queer friendly (??) occidentali come serie-manifesto di resistenza davanti all’assalto discriminatorio dell’amministrazione Trump verso chiunque non sia bianco-cis-etero, la serie obnubila i cervelli dei gay cis. I quali, accecati dal testosterone sobillato da pettorali, pacchi, glutei, uccelli e baby-face di un cast tirato su con i criteri di uno shooting di mutande Calvin Klein, si lasciano adescare dalla narrazione dell’egualitarismo ad ogni costo (giustissimo), per aderire al coming of age della femminuccia in cerca di redenzione verso l’ascesa alla status di vero maschiaccio, pur di difendere la Patria.

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A supporto di questa sciagurata propaganda che sta contagiando vaste platee di omosex nutriti dal mito proteico e virilista in salsa violenta americana, ecco stagliarsi all’orizzonte l’intoppo dell’idiota fascista: il capo del Dipartimento della Guerra, Pete Hegseth. Un burattino già qui definito il Vannacci di Trump. Una personcina che vorrebbe togliere il voto alle donne, vietare il sesso gay, e che già poche settimane fa aveva chiosato contro i grassi nell’esercito. Sul Guardian Hegseth è stato bollato come una riedizione pecoreccia delle schiere di ottusi seguaci hitleriani del 1935.

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BOOTS. (L to R) Angus O’Brien as Hicks and Miles Heizer as Cameron Cope in Episode 101 of BOOTS. Cr. Courtesy of Netflix © 2025

Con una mossa di rara perfidia, in perfetta continuità con le derive omonazionaliste che alimentano la violenza imperialista USA, il Pentagono ha simulato una presunta avversione alla serie, scatenando l’orgoglio guerrafondaio dei gays in assetto egualitario: “Anche noi vogliamo partecipare allo sterminio dei bambini e lo vogliamo fare nella libertà egualitaria di scopare sotto le docce con altri marine!“, è il sottinteso della protesta in difesa di Netflix, allorquando il portavoce della Guerra – che porterà al Nobel per la Pace a Trump -, Kingsley Wilson, ha accusato Boots di “promuovere ideologie dannose per la cultura del guerriero“, e l’ha definita “spazzatura woke“, come una Meloni qualsiasi.

E ancora: “L’esercito americano sta ripristinando l’etica del combattente” starnazza il Pentagono in preda alla messinscena di una nevrotica suscettibilità a cui possono abboccare soltanto i gays in overdose da testosterone da palestra “I nostri standard sono d’élite, uniformi e neutri rispetto al sesso: il peso di uno zaino non cambia se a portarlo è un uomo, una donna o una persona gay. Non scenderemo a compromessi per soddisfare un’agenda ideologica“.

Il risultato è un successo clamoroso, miliardi di stream, primo posto in classifica Netflix in tutto il mondo, la seconda stagione già in partenza: vedremo il gay-femminuccia divenuto maschiacchio-marine uccidere bambini iracheni nella prima guerra del Golfo?

Il comunicato del Pentagono si è rivelato un’azione di marketing perfetta non solo per Netflix. Ma anche per l’obiettivo omonazionalista della Casa Bianca. Un boost a Boots che neanche a Washington immaginavano così performante: una manna dal cielo per la separazione dei gays dalle politiche di genere. Proprio quando il Pentagono ha simulato la sua pelosa avversione a Boots, la serie è schizzata sui device di gays e famiglie. Tutti pronti ad abbeverarsi alla sacrosanta e legittima invocazione dell’egualitarismo. Tutti pronti ad intossicarsi della retorica della mascolinità binaria che prende in mano la forza devastante della violenza per asservirla alla Nazione e all’Impero.

Not in my name, darling.

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Giuliano Federico 27.10.25 - 8:33

Ciao > giuseppe serra grazie per la riflessione. Arruolamento? Non mi pare di aver mai scritto di voler imporre un'identità pura e identitaria (semmai il contrario, ho invitato a uscire dai cliché delle identità a stampino propinate da trentanni ai gayssss), né di aver mai negato la libertà di desiderare. Ho criticato, ironizzato e si vede che qualcuno si è sentito punto. Ho cercato di porre l'attenzione sul travestimento dell'ambizione all'egualitarismo (giustissima, ho scritto nell'articolo) che viene mutuato però in atteggiamento bellico e violento. Se un gay vuole indossare la divisa, è bene che lo faccia sapendo per cosa sta combattendo: una forma di imperialismo senza infingimenti. Basta saperlo, e non lasciare che passi sotto traccia in una storia di liberazione e parificazione e vibrazioni romantiche (ed omoerotiche calvinklein anni '90, sinceramente reazionarie ma questa è una mia opinione legata al gusto personale). Ora, si può anche obiettare che questo Occidente in qualche modo bisognerà difenderlo (se questo è il tuo punto, ma non mi pare) con la guerra (e tanto per intenderci non sono certo tra i pacifisti che starnazzano contro il riarmo e se occorrerà sparare per difendere le democrazie liberali lo farò), ma bisogna essere coscienti della propaganda di assalto aggressivo (KILL KILL KILL) che ci infilano nelle vene e nei cervelli attraverso la narrazione del LOVE IS LOVE eccetera, ecco. La serie confonde emancipazione con assimilazione acritica dei codici più tossici del potere. Essere liberi di fare qualcosa non esclude la responsabilità di capire cosa si legittima nel farla. Essere gay e patrioti non è il problema (certo, ho ironizzato): esserlo senza spirito critico, sì. Non ho attaccato i gays che si sentano maschiacci pronti a combattere, ma certo ho ironizzato su di essi, così come sulle persone trans che gridano contro l'esclusione dall'esercito. Si tratta di sfumature, altro che arruolamenti identitari. Riguardo alle questioni di genere poi c'è una totale assenza di sensibilità: le uniche due donne biologiche sono bidimensionali (gentili-carine-laterali, a parte la furbata anti-storica di mettere una donna in un ruolo di potere). Da ultimo mi pare che il tuo commento sia, perdonami, un'osanna all'identità dura e pura, qualunque essa sia. Io preferisco il processo di deidentificazione e dopo molti anni in cui il dibattito queer era avanzato, ora due muscoli e una bella faccetta sotto la doccia rispostano indietro l'orologio, ma forse - e qui siamo nell'ambito delle simpatie politiche - a te sta bene così. Poi c'è la pagliacciata del Pentagono: che muove critiche e finisce per far vedere la serie a più persone. Davvero si pensa che sia casuale da parte di un organo che dispone della più grande potenza di calcolo strategico mai esistita? Nessuna censura reale come fatto per mille altre cose? Mi sento di dire, francamente: sveglia.

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italo portesani 26.10.25 - 21:40

Ho lasciato un commento ma non lo vedo. È stato censurato?

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    Giuliano Federico 27.10.25 - 8:34

    ciao italo portesani nessuna censura ci mancherebbe, a meno che tu non abbia insultato qualcuno e utilizzato parole bannate automaticamente, in quel caso non ho possibilità di verificare. pubblica pure daccapo il tuo commento senza timore di censura, qualcosa potrebbe essere andato storto (ieri il sito era imballatissimo di traffico e i server faticavano un po'), ciao!