Non che essere gay sia un insulto, ma il tema è sempre spinoso. L’episodio dei due cronisti che hanno sbeffeggiato con delicata ferocia Jannik Sinner sulla tv russa rivela due questioni doppiamente incresciose: da un lato l’utilizzo ironico dell’orientamento omosessuale, come se fosse un’anomalia imperdonabile. Dall’altro le allusioni, tramutate nel tono in insinuazioni, sulla condotta – eventualmente – privata di un individuo libero.
Il tennis mondiale ridotto a un piattino di gossip scondito, servito freddo da due monumenti del passato che, evidentemente, hanno più tempo libero che idee. Ma cos’è successo?
Siamo a Torino, dove Jannik Sinner prepara le ATP Finals, il torneo dei più forti al mondo, il salotto della creme del tennis mondiale. Dall’altra parte del continente, nella Russia di Putin, Yevgeny Kafelnikov e Svetlana Kuznetsova, glorie ex sovietiche, muscolari e senza ironia dovrebbero discettare sul servizio da duecento e passa chilometri orari di Jannik, parlare della sua smorzata pennellata come una carezza. E invece il piatto degli stereotipi normalizzanti, come un venticello che accompagna certi lungolinea di rovescio, è quello sulle troppe fidanzate. Così troppe che, dileggiano i due, potrebbero sembrare una mossa pubblicitaria. Per nascondere cosa? E se Sinner fosse semplicemente un ventenne in preda a una voglia matta di godersela? E cosa direbbe mai di tutto ciò Igor Semënovič Kon, illustre sessuologo della Russia sovietica che parlò negli anni ’60 (vedi Documentario) di omosessualità e identità di genere, dunque di ciò che oggi la propaganda russa anti-LGBTIAQ+ nega fino a diluire puerili dileggi verso un ventenne occidentale che gioca a tennis (meglio di chiunque altro al mondo)?
Sinner, dicono i due in una trasmissione tv russa in un surreale dialogo riportato da AdnKronos e FanPage, “cambia ragazze come i guanti”. Testuale. A domandare è Kafelnikov, 51 anni, ex numero uno ma oggi più opinionista da salotto russo che memoria vivente del tennis. “Come fai a dire che è tranquillo e armonioso se cambia ragazze come i guanti?”, spara. Come se la pace mondiale dipendesse dal conteggio delle storie del ragazzo di San Candido. Ma proprio a Torino – guarda un po’! – gli animi si accendono davanti all’ennesima incursione di propaganda russa. Il Polo del ’900 ha infatti annullato un convegno su “russofilia e russofobia” organizzato dall’Anppia dopo polemiche per la presenza del giornalista filoputin Vincenzo Lorusso. E chi ha protestato in difesa dei russi: ma il Movimento Cinque Stelle e Fratelli d’Italia, che domande (vedi report de La Stampa)!
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È quella mascolinità quieta, non millantata, senza pose viriliste da reality geopolitico che inquieta i russi putiniani. Sinner non sbraita, non ostenta, non urla patria e muscoli: vince, si allena, ama in silenzio che vuole lui e quanto vuole lui e quante ne vuole lui. Per certi russi putiniani abituati al testosterone performativo e alla virilità da parata, è irritante: un uomo che non deve dimostrarlo. E quindi sospetto, quasi indecifrabile.
Ma torniamo al dialogo tra mascalzoni pettegoli. A quel punto Kuznetsova, facendo forse appello alla propria sensibilità, tenta la mediazione, con la ponderatezza di chi ha capito che la civiltà si misura da quanto si sa parlare senza dire sciocchezze: “Lui cambia, ma silenziosamente. Sono i media che amplificano”. Tradotto: Sinner si fidanza, si lascia, vive come milioni di ventenni. Solo che il numero uno del tennis mondiale lo fa sotto gli occhi di tutti, e soprattutto sotto quelli di due ex campioni russi che decidono di farne un caso morale. E forse qualcosa di più.
Ed è a questo punto che Kafelnikov depone con l’insolenza del maschio padrone la frase ad alto tasso di tossicità:
“Io spero davvero che abbia un interesse per le ragazze e non sia soltanto una trovata pubblicitaria”.
Lì sì che si avverte un fremito, una scivolata che porta dal pettegolezzo da brunch alla sospetta insolenza geopolitica. Il moralismo, del resto, non è mai innocente. Come si fa a non malignare? In un contesto mediatico dove tutto, dalla smorfia a bordo campo ai pantaloncini color pesca, diventa geopolitica, l’idea che Sinner debba dimostrare la propria eterosessualità – e farlo, possibilmente, con compostezza, con decorosa sobrietà, senza mai una discoteca, senza una vodka sbagliata, senza la tentazione dell’abisso – sembra uscita da un manuale di “virtù atletica” tessuto nelle redazioni televisive di Mosca. È il magnifico sogno sovietico di Putin che va man mano riprendendo quota, anche – e soprattutto – in queste sfumate e randomiche storielle di costume. Un’insinuazione di qua, una risatina di là. Orrore puro.
Jannik Sinner: il numero 2 al mondo avrebbe rifiutato di indossare la arcobaleno LGBT in occasione di un presunto allenamento dedicato alla comunità queer.A fine Ottobre, ma la notizia è emersa nella sua chiarezza nelle ultime ore, il Presidente Mattarella ha riunito il Consiglio Supremo di Difesa, come previsto dal suo ruolo, per discutere sicurezza nazionale, minacce ibride e disinformazione, anche russa.
Ora, chiariamo una cosa. Sulla tv russa non hanno mai detto apertamente che Sinner non sia etero. Ma il gioco è un altro, più sottile e antico del pettegolezzo: seminare il dubbio, lasciarlo sospeso nell’aria come una briciola velenosa. Utilizzare l’eventuale orientamento omosessuale di un campione dello sport occidentale come dis-valore, specchio del tracollo a ponente, ritratto della decadenza dei costumi liberal-democratici e del capitalismo viziato e vizioso.
“Spero davvero che abbia un interesse per le ragazze e non sia solo una trovata pubblicitaria”
Così ha detto Kafelnikov. È lo spettacolo moralista che da sempre accompagna i peggiori totalitarismi a destra e a manca. E così Jannik Sinner, riservato fino all’autocensura, diventa oggetto di un moralismo laterale, dove la sua relazione non è una storia privata ma una prova da superare. Non basta vincere: bisogna performare la normalità, e convincere persino chi finge di non insinuare nulla.
I due cronisti hanno poi messo nel mirino altri vezzi del campione, con l’ironia di chi vuole smontare un idolo a colpi di prese per i fondelli. “Non vuole spendere più di undici euro per un piatto di pasta“, “si lava da solo la Ferrari”. Il racconto di un personaggio con le sue peculiarità protette dall’individualismo occidentale diventa esposizione di una stranezza sospetta. È pura propaganda, e non c’è nulla di male: qui da noi, nell’Occidente liberale democratico, ognuno faccia la sua propaganda come crede. Ma una cosa è importante: dobbiamo essere in grado di riconoscerla come tale. Come propaganda. Perché, purtroppo, siamo in guerra.

