La notte del 13 settembre scorso, Roma divenne ancora una volta teatro di un violento episodio di omofobia. Alessandro Ansaldo, 25 anni, attivista del Partito Gay LGBT+, fu aggredito da un gruppo di giovanissimi nel pieno centro della Capitale. Oggi, dopo settimane di indagini serrate, tre ragazzi di 17 anni sono stati identificati e denunciati dai Carabinieri. Un risultato importante, che riaccende però il dibattito su una lacuna legislativa ancora irrisolta: l’assenza in Italia di una legge specifica contro i crimini d’odio verso le persone LGBT+.

In questo articolo
Roma, aggressione omofoba: la ricostruzione
L’indagine, condotta dai Carabinieri della Stazione di Roma Piazza Farnese, è stata complessa e capillare. Grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza, all’analisi dei pagamenti con carta effettuati dal gruppo durante la serata, ai tracciamenti social e alle verifiche anagrafiche, gli investigatori sono riusciti a ricostruire gli spostamenti del branco tra corso Vittorio Emanuele II, piazza Navona, corso Rinascimento, piazza Campo de’ Fiori e via del Paradiso.
La vittima, come rammenta Corriere della Sera, aveva denunciato l’accaduto la mattina successiva, raccontando una dinamica spaventosa. Arrivato in corso Vittorio Emanuele II, all’altezza del civico 156, Alessandro aveva incrociato un gruppo di ragazzi poco più giovani.
Uno di loro si era avvicinato senza dire nulla, strappandogli il ventaglio che portava con sé: da lì l’escalation improvvisa. Il giovane prima lo aveva spintonato, poi gli aveva sputato in viso, quindi lo colpito con violenza, sferrandogli 7-8 pugni in pieno volto. Subito dopo erano sopraggiunti altri due membri del branco, che lo avevano colpito facendolo cadere a terra, mentre volavano insulti di chiaro stampo omofobo.
Soccorso da alcuni passanti, il 25enne era stato trasportato all’ospedale Santo Spirito, dove gli erano state diagnosticate lesioni facciali con una prognosi di 20 giorni. Nonostante la paura, aveva scelto di esporsi pubblicamente: “Per non restare in silenzio ed evitare che qualcun altro potesse subire la stessa sorte”, aveva dichiarato.
Le indagini confermano oggi la natura dell’aggressione: i tre minorenni sono stati denunciati per lesioni personali aggravate dalla finalità della discriminazione omofoba.
Tre aggressori identificati: “La denuncia include la matrice omofoba”
A distanza di mesi, la conferma è arrivata: tre dei giovani 17enni ritenuti i principali indiziati dell’aggressione a scapito di Alessandro Ansaldo, sono stati identificati e denunciati. Lo rende noto anche il Partito Gay LGBT+, attraverso una nota a firma del portavoce Fabrizio Marrazzo.
“Oggi, grazie al lavoro delle forze dell’ordine, tre dei dieci responsabili – tutti 17enni – sono stati identificati e denunciati. La denuncia include la matrice omofoba dell’aggressione”, dichiara Marrazzo.
Secondo quanto riportato, il gruppo era composto da circa dieci giovani, ma al momento solo tre sono stati individuati. La violenza del pestaggio e la giovane età degli aggressori riaccendono interrogativi profondi sul ruolo dell’educazione e della prevenzione nelle scuole, proprio in un momento cruciale scandito dall’approvazione alla Camera del Ddl Valditara.
Il Partito Gay LGBT+ ribadisce la propria vicinanza ad Ansaldo: “Rinnoviamo la nostra solidarietà e vicinanza ad Alessandro, che con grande coraggio ha affrontato quanto accaduto e denunciato alle autorità”.
Ma la nota entra subito nel nodo politico della vicenda. Il punto più critico della dichiarazione riguarda la legislazione vigente. In Italia, diversamente da quanto accade per i crimini d’odio razziali o religiosi, non esiste un’aggravante specifica per i reati motivati dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
Marrazzo lo sottolinea chiaramente:
“Questo episodio dimostra, ancora una volta, un problema grave e irrisolto: in Italia, pur potendo contestare l’odio omofobico, non esiste alcuna aggravante specifica per i crimini contro le persone LGBT+, diversamente da quanto previsto per le discriminazioni razziali e religiose”.
Ciò significa, in termini giuridici, che anche aggressioni violente come quella subita da Alessandro non possono ricevere una pena proporzionata alla loro matrice discriminatoria. Una mancanza normativa che incide sia sulla giustizia delle vittime sia sul riconoscimento sociale del problema.
“Non è più accettabile che chi viene picchiato per essere LGBT+ abbia meno tutele”, prosegue Marrazzo.
La nota evidenzia inoltre come la giovane età degli aggressori renda evidente la necessità di percorsi scolastici strutturati contro le discriminazioni e l’odio omotransfobico.
Marrazzo: “Serve subito una legge nazionale contro l’omobitransfobia”
Il comunicato si conclude con un appello forte e diretto al mondo politico:
“Rivolgiamo un appello urgente a tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, affinché finalmente venga approvata una legge nazionale contro l’omotransfobia, che riconosca e punisca i crimini d’odio allo stesso livello degli altri reati discriminatori già tutelati. Serve una legge subito”.
Un appello che torna ciclicamente dopo ogni episodio di violenza, ma che resta a oggi inesausto, soprattutto dopo l’affossamento del ddl Zan nel 2021.
Nel frattempo, il caso Ansaldo continua a rappresentare l’ennesimo campanello d’allarme. Un’aggressione avvenuta nel pieno centro di Roma, compiuta da ragazzi di 17 anni, con una brutalità e una sicurezza che raccontano un clima sociale preoccupante.
La giustizia sta facendo il suo corso, ma il dibattito politico resta aperto: senza una legge nazionale di tutela, episodi come questo continueranno a ripetersi.
La testimonianza di Alessandro Ansaldo: “Denunciate, non siete soli”

All’indomani dell’identificazione dei suoi aggressori, Alessandro Ansaldo ha voluto lanciare un messaggio pubblico di incoraggiamento rivolto a chi subisce violenze a sfondo omofobo. Il 25enne, che aveva denunciato subito l’accaduto e scelto di esporsi anche sui media, ribadisce l’importanza di non rimanere in silenzio: “Voglio mandare un messaggio di incoraggiamento a chi è vittima di aggressioni omofobe, voglio dirgli che non devono aver paura a denunciare. A volte si pensa di non essere compresi, che ci siano pregiudizi. Carabinieri, medici, avvocati, ho ricevuto tanta solidarietà dalla società. E questo ti fa sentire meno solo”, ha dichiarato all’edizione romana del CorSera.
Ansaldo ha voluto ringraziare apertamente l’Arma per il lavoro svolto: “I carabinieri di piazza Farnese sono stati eccezionali, efficienti, gentilissimi. Si capiva che disprezzano questi casi di discriminazione. Non è stato facile trovare quei tre, hanno lavorato benissimo. Questo credo sia un messaggio importante, di incoraggiamento per le persone che vengono discriminate: la società civile ti sostiene, dagli infermieri alle forze dell’ordine, tutti ti assistono e ti fanno sentire la loro vicinanza”.
Parole dure anche verso i suoi aggressori, accompagnate però da una riflessione più ampia sul contesto sociale: “Anche loro devono sapere che se colpiscono la comunità LGBTQ+ non la passano liscia. Oggi è più difficile che azioni di tale odio restino impunite e sono condannate pubblicamente. Siamo nel 2025, non siamo più dove eravamo 5 o 10 anni fa. Il mondo è cambiato, l’ho visto da come il mio caso è stato gestito”. E aggiunge: “Penso che si debba ripartire dall’educazione al rispetto, fin dalla scuola media. Dovremmo mettere in contatto i ragazzi con la comunità LGBT ma anche con altre etnie: se interagisci con queste persone le vedi come esseri umani”.
Infine, il giovane attivista spiega perché ha deciso di raccontare tutto pubblicamente: “Per me era ovvio. Sapevo che parlare sarebbe stato utile per identificare i miei aggressori, e ci tenevo che arrivasse un messaggio a chi è stato vittima come me. Non devono vergognarsi di nulla e saranno aiutati in ogni modo. Ci sono tante persone pronte a sostenerti, anche se nel tuo mondo non ne hai. Mi hanno fatto sentire meno solo e li ringrazio”.
