L’aggressione omofoba avvenuta a Cuneo nel febbraio 2023 a scapito di un trentenne di Sondrio, ha ricevuto una nuova conferma giudiziaria. La Corte d’Appello ha infatti ribadito la responsabilità dell’imputato, riconoscendo anche in secondo grado la matrice discriminatoria dell’episodio. La vicenda, che aveva avuto ampia risonanza già al momento della sentenza di primo grado, torna quindi al centro dell’attenzione per il suo valore giuridico e per le implicazioni più ampie legate ai crimini d’odio in Italia, nonostante la mancanza di una legge nazionale contro l’omobitransfobia.

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Cuneo, l’aggressione omofoba del 2023

I fatti risalgono alla notte tra il 4 e il 5 febbraio 2023. La vittima, un trentenne originario della provincia di Sondrio, si trovava a Cuneo per festeggiare il compleanno di un’amica. Dopo una serata trascorsa in un locale di via Saluzzo, all’uscita sarebbe stato preso di mira da Soufian Bouaki, 29 anni, di origini nordafricane.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e confermato dal tribunale – racconta Cuneodice.it -, l’imputato avrebbe rivolto al giovane una serie di insulti omofobi. Tra le frasi riportate nel fascicolo compaiono: “Non sei un uomo”, “Ricch*one”, “Ti chiami Cenerentola?”. Offese che, come riconosciuto nei due gradi di giudizio, non sono state considerate un’alterazione estemporanea del clima della serata, ma espressione di un intento discriminatorio chiaro e diretto.

Dopo gli insulti, Bouaki avrebbe colpito il trentenne con calci e pugni. La vittima, ancora dolorante il giorno successivo, si era recata al Pronto soccorso: le contusioni riportate erano state giudicate guaribili in cinque giorni. Il referto sanitario è poi confluito nel fascicolo processuale come elemento probatorio.

Secondo l’accusa, l’aggressore aveva già mostrato atteggiamenti provocatori anche nei confronti di un amico della vittima durante la serata. Queste circostanze sono state valutate nel quadro dell’aggravante prevista per le finalità di discriminazione.

La sentenza: sette mesi in appello e conferma dell’aggravante discriminatoria

Nel dicembre 2023 il tribunale di Cuneo, in rito abbreviato, aveva condannato Soufian Bouaki a dieci mesi per lesioni personali aggravate dalla finalità discriminatoria. La motivazione sottolineava la gravità del comportamento, definito come “una grave violenza esercitata senza motivo e con finalità discriminatorie”. Una formulazione che aveva attirato l’attenzione perché riconosceva in modo esplicito l’omofobia come elemento qualificante dell’aggressione, esattamente come avvenuto di recente per un altro caso verificatosi a Lecce e finito anch’esso in tribunale. 

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La difesa aveva impugnato la sentenza, chiedendo una rivalutazione sia della dinamica dei fatti sia della sussistenza dell’aggravante. L’appello, però, ha confermato la responsabilità dell’imputato, riducendo la pena da dieci a sette mesi ma lasciando intatta la struttura accusatoria.

La Corte ha infatti ribadito che gli insulti rivolti alla vittima e il successivo ricorso alla violenza fisica configurano un atto motivato dall’orientamento sessuale del giovane, e che tale elemento giustifica l’applicazione dell’aggravante prevista dal nostro ordinamento. La riduzione della pena è stata disposta solo per ragioni tecniche, legate alla valutazione della condotta processuale e di alcuni aspetti secondari, senza intaccare la qualificazione complessiva del reato.

L’imputato, inoltre, non era nuovo a episodi violenti: nel 2014 era stato arrestato a Torino dopo aver picchiato un uomo di 73 anni per sottrargli una catenina d’oro. Un precedente che, pur non incidendo sulla qualificazione dell’aggravante omofoba, è stato valutato nel quadro della sua pericolosità sociale.

Un caso rilevante per il dibattito sui crimini d’odio in Italia

Cuneo, aggressione omofoba: “Ricch*one, ti chiami Cenerentola?”, aggravante discriminatoria confermata in Appello - omofobia approfondimento 960x640 1 - Gay.it

La conferma in appello assume un valore che va oltre il singolo episodio. In assenza di una legislazione organica sui crimini d’odio legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere, l’applicazione dell’aggravante della discriminazione resta uno dei pochi strumenti giuridici disponibili ad oggi.

La sentenza di primo grado, e ora quella d’appello, rappresentano dunque un precedente significativo per la giurisprudenza italiana: confermano che insulti omofobi espliciti, seguiti da un’aggressione fisica, sono riconducibili alle finalità discriminatorie previste dalla legge.

La vicenda è anche un indicatore del clima che molte persone LGBTQIA+ continuano a vivere nella quotidianità, tra offese, episodi di violenza e scarsa tutela legislativa. Casi come quello di Cuneo mostrano come la giustizia, quando interviene con decisione, possa contribuire a rendere più visibili e riconosciute le aggressioni motivate dall’odio.

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