Paolo Mendico è stato ucciso dalla politica

Il caso di Paolo non è soltanto una tragedia individuale. Cosa c'è di politico in questa vicenda è evidente.

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Paolo Mendico, le dure parole della madre: "Lo hanno ammazzato"
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Sembra la cosa più scontata da dire. Può sembrare un processo da avvoltoi della strumentalizzazione. Ma il rischio del silenzio brucia troppo davanti all’evidenza di una responsabilità collettiva che non può essere taciuta.

Settembre, primo giorno di scuola. Paolo Mendico ha quattordici anni e si toglie la vita nella sua casa di Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina. Da allora il suo nome resta sospeso come una domanda senza risposta. Oggi, a mesi di distanza, quella domanda pesa di più. La relazione degli ispettori del Ministero dell’Istruzione e del Merito parla chiaro: segnali noti, classe definitaproblematica”, protocolli antibullismo mai davvero attivati, una catena di omissioni. “Si poteva e si doveva fare di più”, scrivono. Non una fatalità, ma un contesto non protettivo. Nomignoli, derisioni, offese genderizzate. Tutto visto, tutto ridotto a rumore di fondo. Tutto normalizzato.

Il caso di Paolo non è soltanto una tragedia individuale. Cosa c’è di politico in questa vicenda.

Una scuola che minimizza, che interviene a colpi di richiamo generico, che non prende in carico davvero una classe “turbolenta”, non nasce nel vuoto. È il prodotto di un sistema che ha imparato a considerare l’educazione affettiva come un fastidio ideologico, un terreno scivoloso da evitare, una concessione pericolosa. In Italia parlare di rispetto delle differenze, di espressione di genere, di parole che feriscono, è ancora percepito come un atto militante, non come un dovere educativo. Nella cultura cattolica la pecorella non conforme viene patologizzata come “smarrita” e ricondotta nel gregge costi quel che costi. È il mantra “Dio Patria e Famiglia è il nostro credo” proferito dal parlamentare della Repubblica Sasso nell’aula della Camera dei Deputati durante l’approvazione del Ddl Valditara con il quale la destra vieta educazione sessuo-affettiva nelle scuole materna ed elementari, e le sottopone all’obbligo del consenso genitoriale alle scuole medie e superiori.

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La politica che da anni ostacola, ridicolizza o svuota l’educazione alle differenze nelle scuole manda un messaggio chiarissimo: arrangiatevi. Ai docenti, lasciati soli. Agli studenti, lasciati a educarsi tra loro, dentro gerarchie di forza, conformismo e derisione. Alla famiglia, abbandonata alla propria eventuale inadeguatezza. Non è un’istigazione diretta alla violenza, certo. È qualcosa di più subdolo: è il silenzio come pedagogia. Praterie per la legge del più forte. È l’idea che certe ferite siano “ragazzate”, che certe parole non contino, che finché non c’è la “ripetitività” certificata si possa guardare altrove.

I nomignoli rivolti a Paolo non sono incidenti casuali: sono il linguaggio di una cultura che non è mai stata decostruita. Una cultura in cui il maschile e il femminile vengono schiacciati nella pochezza degli stereotipi binari e mutati in affilate armi di repressione. È questa una cultura in cui la diversità è un bersaglio, in cui l’umiliazione quotidiana viene scambiata per socialità adolescenziale.

È doveroso oggi riconoscere una responsabilità e gridarla contro il vento incessante della propaganda obnubilante. Quando un ragazzo muore, dopo mesi di segnali ignorati, il problema non è mai solo suo. E il vero scandalo non è parlare di politica davanti al gesto di Paolo Mendico. Il vero scandalo è continuare a fingere che la politica non c’entri.

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