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La tragedia di Paolo Mendico e la complicità morale delle istituzioni: Italia ostaggio dell’omobitransfobia

Cosa ci dicono i fatti degli ultimi sette giorni nelle cronache di Gay.it

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Paolo Mendico avrebbe compiuto 15 anni il prossimo novembre, ma alla vigilia del primo giorno del nuovo anno scolastico ha preferito togliersi la vita: la scuola era diventata per Paolo un incubo di bullismo e discriminazione basati su stereotipi di genere, come ampiamente raccontato dalla sua famiglia. Paolo Mendico era soltanto un ragazzino – come tanti altri – non conformato all’idea di maschio dell’Italia provincialotta dio-patria-famiglia. Chi è il mandante morale di questo omicidio di Stato? E chi ha imbrattato i suoi necrologi?

Poche ore dopo la notizia della tragedia nella quale Paolo decideva di porre fine alla propria esistenza impiccandosi nella sua cameretta, il deputato leghista Rossano Sasso, testa d’ariete della destra italiana nella guerra all’inserimento dell’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, incontrava le associazioni ultra-cattoliche che conducono le note battaglie contro l’inesistente teoria gender. Soltanto due giorni più tardi anche la Chiesa di Roma tuonava per bocca dell’influente cardinal Muller che ha ricordato che gli atti omosessuali costituiscono peccato mortale. L’indomani sui temi LGBTIAQ+ si è pronunciato finalmente Papa Leone XIV che ha mostrato la propria anima reazionaria contraddicendo qualsiasi apertura fatta da Papa Francesco.

Nelle stesse ore a Cesena un infermiere dell’ospedale Bufalini denunciava il violento e omofobico insulto apparsa sul proprio armadietto di lavoro. Pochi giorni dopo a Roma un ragazzo è stato pestato dal branco perché gay. Il Gay Center denuncia ben 4 aggressioni a sfondo omobitransfobico nella Capitale negli ultimi dieci giorni. Due giorni fa l’omobitransfobia si è palesata su una piattaforma immobiliare online che, nell’annuncio di una camera in affitto a Rho (Milano) recava l’aberrante dicitura “NO LGBT”. Per una curiosa legge del contrappasso a Montesilvano (Pescara) un altro annuncio, questa volta di lavoro, promuoveva la ricerca di un “parrucchiere uomo gay con partita Iva.

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Nella settimana che ha visto numerosi episodi di omobitransfobia riempire le cronache italiane, è giunta anche una sentenza della Cassazione che stabilisce che l’assegno di mantenimento potrà essere riconosciuto anche dopo lo scioglimento di un’unione civile. Uno dei due partner può avere dunque diritto a un assegno mensile, applicando gli stessi parametri previsti per il divorzio tra coniugi. Un passo di avvicinamento a una parificazione dei diritti ancora lontana per le coppie LGBTIAQ+ italiane che, a differenza di gran parte dei paesi UE, non hanno accesso al matrimonio.

Il clima nel nostro paese intorno alle persone LGBTIAQ+ riflette i toni divisivi e rancorosi delle istituzioni governate dalla destra. Si veda l’inusuale e scomposta reazione di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, al barbaro omicidio dell’attivista di estrema destra americano Charlie Kirk, sodale di propaganda di Donald Trump, e odiatore seriale di persone LGBTI+, ad opera del “cane sciolto” Tyler Robinson che sembrerebbe, a quanto emerge dalle opache indagini USA, un esaltato e fanatico pro-LGBT. La premier in questi giorni ha seminato divisione e rancore, allineandosi ai toni da guerra civile del presidente americano.

Intanto nella Russia che addestra i suoi bambini alle guerra contro l’Occidente, nelle scuole militari l’omobitransfobia riflette le leggi anti-LGBTIAQ+ volute da Putin: il magazine indipendente queer russo Parniplus ha raccolto la testimonianza anonima di un istruttore gay che, pressato dalla persecuzione, ha finito per abbandonare il proprio lavoro.

In Ungheria la polizia ha vietato il Pécs Pride del 4 ottobre, richiamando la 15ª modifica costituzionale. Gli organizzatori marceranno comunque e ricorreranno fino alla Corte europea. Dopo il divieto al Budapest Pride, che aveva mobilitato 200mila persone, Orbán usa la retorica anti-LGBTQIA+ per ricompattare consensi in calo, nell’assordante silenzio di Von der Leyen e dell’Unione Europea.

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