Suicidio Paolo Mendico, la relazione degli ispettori: “La scuola ha mentito. Sapeva e non ha agito”

Dalla relazione del Ministero dopo il suicidio del 14enne Paolo Mendico, emergono omissioni, protocolli antibullismo mai attivati e responsabilità nella gestione di una classe segnalata come problematica.

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Paolo Mendico
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Per Paolo Mendico “si poteva e si doveva fare di più”. Una frase che pesa come un atto d’accusa e che emerge dalla relazione degli ispettori del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), inviata al ministro Giuseppe Valditara dopo gli accertamenti nell’istituto tecnico Pacinotti. Paolo, 14 anni, si è tolto la vita l’11 settembre scorso, primo giorno di scuola, nella sua casa di Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina. Da allora, il suo nome è diventato simbolo di una ferita che riguarda l’intero sistema scolastico italiano: quella del bullismo, delle omissioni e delle responsabilità negate.

Giuseppe Mendico e Simonetta La Marra: genitori di Paolo morto suicida a 15 anni perché bullizzato, lo schernivano come "femminuccia". Foto di Repubblica
Giuseppe Mendico e Simonetta La Marra: genitori di Paolo morto suicida a 15 anni perché bullizzato, lo schernivano come “femminuccia”. Foto di Repubblica

Paolo Mendico: classe problematica e protocolli mai attivati

La relazione ispettiva – 28 pagine consultate da La Repubblica che ne riporta oggi i principali punti – restituisce un quadro netto e inquietante: una classe definita “turbolenta”, con “comportamenti non conformi al regolamento d’istituto”, segnali di disagio noti da mesi e una catena di mancate attivazioni dei protocolli previsti. Non una fatalità, ma una serie di scelte (o non scelte) che, secondo gli ispettori, hanno contribuito a creare un contesto non protettivo per Paolo e per i suoi compagni.

Secondo quanto riportato nella relazione, già dal 18 dicembre 2024 nei verbali dei consigli di classe emergono problemi disciplinari significativi, che “si acuiscono alla fine dell’anno”. Gli ispettori parlano di comportamenti “quasi aggressivi” e sottolineano un elemento centrale: “non vi è traccia di una valutazione approfondita indipendentemente dalla qualificazione giuridica degli episodi”.

In altre parole, al di là del dibattito se si potesse parlare formalmente di bullismo – definizione che richiede anche la ripetitività nel tempo – la scuola aveva comunque il dovere di intervenire. Il protocollo antibullismo non è una formula da attivare solo a tragedia avvenuta, ma uno strumento di prevenzione. Eppure, spiegano gli ispettori, in quella classe non è mai stata avviata una vera “fase 2” della procedura prevista, quella che prevede una presa in carico strutturata, condivisa e continuativa.

La dirigente scolastica, secondo la relazione, si sarebbe limitata a “esortare i docenti a punire determinati comportamenti”, senza però promuovere “l’individuazione condivisa di interventi più incisivi”. Un approccio giudicato insufficiente: “non può affermare di non aver avuto contezza delle problematiche comportamentali nella classe”, si legge.

Le due versioni a confronto: cosa non torna

Uno dei passaggi più duri della relazione riguarda la discrepanza tra le dichiarazioni fornite durante l’ispezione e quanto emerge dai documenti ufficiali. Gli ispettori scrivono: “Si è innescato un meccanismo difensivo, tanto che questo collegio ritiene più verosimile la descrizione delle dinamiche della classe che si legge nei verbali dei consigli di classe anziché quella offerta dai docenti durante l’accertamento”.

In particolare, la vicepreside – componente del team antibullismo – ha dichiarato: “Posso escludere categoricamente che a scuola Paolo avesse subito atti di bullismo. Non ne sono venuta mai a conoscenza. Né la famiglia, né i colleghi, né Paolo hanno mai segnalato o fatto percepire che si siano consumati atti di bullismo”.

Una versione che cozza frontalmente con quanto raccontato dai genitori di Paolo in audizione: “Abbiamo avuto almeno cinque o sei incontri con lei, segnalavamo di matite spezzate, di calci allo zaino, di derisioni”. A rafforzare questa ricostruzione c’è anche la testimonianza del rappresentante degli studenti: “Un giorno è venuta anche la vicepreside per riprenderci e poi in generale ha richiamato come fondamentale il rispetto verso la sensibilità del compagno”.

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I procedimenti disciplinari e le indagini giudiziarie

Alla luce di quanto emerso, gli ispettori del MIM hanno chiesto l’avvio di tre procedimenti disciplinari: uno a carico della dirigente scolastica “per le responsabilità che interessano la funzione dirigenziale”, uno per la vicedirigente e uno per la responsabile della succursale dell’istituto, per “condotte omissive”. L’Ufficio scolastico regionale del Lazio ha confermato che “la procedura è ancora in corso”.

Parallelamente, la vicenda è al centro di due inchieste giudiziarie. La Procura dei minori ha iscritto nel registro degli indagati quattro compagni di classe di Paolo Mendico con l’ipotesi di istigazione al suicidio. La Procura di Cassino, invece, procede contro ignoti. “Aspettiamo l’esito sullo studio delle chat, utili per verificare l’eventuale commissione di reati”, ha spiegato il procuratore capo Carlo Fucci al quotidiano.

Nomignoli, derisioni e “assenza di ripetitività”

Paolo Mendico Gay.it
Paolo Mendico – Gay.it

Un altro punto chiave riguarda i racconti dei genitori sui nomignoli affibbiati a Paolo: “Paoletta”, “femminuccia”, “Nino D’Angelo”. La responsabile della succursale, appreso quanto accadeva, avrebbe fatto un intervento generale in classe, “non ritenendo di dover dare seguito alla procedura prevista in caso di presunto episodio di bullismo”.

Gli ispettori precisano che, sulla base degli elementi raccolti, “manca la ripetitività nel tempo, uno degli elementi necessari per configurare il bullismo”. Ma aggiungono un passaggio fondamentale: i “comportamenti aggressivi” non dovevano comunque “esimere il personale scolastico dalla dovuta presa in carico”. È qui che emerge con forza il tema della vigilanza: non basta un richiamo una tantum, né un generico incontro sul bullismo. Serve continuità, monitoraggio, responsabilità.

Educare al rispetto: il nodo irrisolto della scuola italiana

Il caso di Paolo Mendico chiama in causa il ruolo delle istituzioni scolastiche, la formazione del personale educativo e, più in profondità, la capacità della scuola italiana di riconoscere e affrontare il disagio adolescenziale quando non si manifesta in forme eclatanti, ma attraverso segnali quotidiani, normalizzati, spesso liquidati come “ragazzate”.

Gli ispettori parlano di un “rigoroso dovere di vigilanza” non rispettato. E lasciano sospesa, senza risposte definitive, la domanda più dolorosa: una presa in carico più attenta e continuativa della classe avrebbe potuto salvare Paolo?

I nomignoli, le derisioni, le offese legate all’espressione di genere o alla percezione di una presunta “diversità” non sono episodi isolati, ma dinamiche strutturali che attraversano molte scuole italiane. Dinamiche spesso minimizzate, quando non invisibilizzate, in un sistema che fatica a riconoscere il peso reale delle parole, degli sguardi, dell’esclusione quotidiana.

In questo quadro pesa anche l’assenza – o la costante messa in discussione – dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. In Italia, ogni tentativo di introdurre percorsi strutturati su affettività, rispetto delle differenze, identità ed espressione di genere continua a essere ostacolato da resistenze politiche e ideologiche. Il risultato è una scuola lasciata sola, spesso impreparata, nel gestire conflitti, fragilità e violenze simboliche che colpiscono soprattutto chi esce, anche solo involontariamente, dai modelli dominanti.

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