Repubblica della federazione russa, la Cecenia è da decenni in mano ai Kadyrov. Prima con Akhmad Kadyrov, leader separatista che tradì la propria popolazione schierandosi con Mosca con l’elezione a presidente nel 2003. Assassinato nel maggio del 2004, ad Akhmad è succeduto suo figlio Ramzan, dal 2007 sanguinario presidente accusato da più parti di omicidi e torture ai danni soprattutto degli omosessuali e degli oppositori politici.
Kadyrov, Ramzan e suo figlio Adam in fin di vita?

Soprannominato dai media occidentali “Il macellaio di Groznyj“, Ramzan Kadyrov, 49enne, sta da tempo lavorando alla sua successione politica perché profondamente malato, come scrive Tonia Mastrobuoni su LaRepubblica, con il figlio 18enne Adam, già nominato ministro dell’Interno, annunciato futuro presidente. Ma il giovane sarebbe in terapia intensiva, trasportato d’urgenza a Mosca dopo un incidente d’auto. Prediletto dei suoi almeno 14 figli, Adam è stato cresciuto a pane e violenza. Ad appena 9 anni suo padre Ramzan lo costrinse a combattere una gara di arti marziali miste, senza casco. All’età di 15 anni venne obbligato a picchiare brutalmente un prigioniero inerme, in carcere. Papà Ramsan l’ha sempre visto come suo successore in quello che è di fatto un regime totalitario, ma i piani potrebbero essere definitivamente saltati dopo il terribile incidente che l’ha coinvolto, con l’attuale presidente Kadyrov che sarebbe in egual misura in condizioni disperate, soffrendo da tempo di insufficienza renale. Il regime ceceno dei Kadyrov potrebbe quindi presto cadere, con Putin chiamato a trovare un sostituto che silente segua le sue violente e repressive orme.
10 anni di Omocausto ceceno

Quasi 10 anni fa, come dimenticarlo, la testata indipendente russa Novaja Gazeta denunciò la nascita in Cecenia di veri e propri campi di concentramento nel quale venivano torturati uomini omosessuali. Kadyrov negò, mentre il suo portavoce affermò che «non si possono perseguitare coloro che, semplicemente, in Cecenia non ci sono». Ma i rastrellamenti, casa per casa, divennero prassi quotidiana in tutto il Paese. Si cominciò a parlare di nuovo Omocausto. Centinaia di ragazzi ceceni sono stati arrestati, torturati e in alcuni casi uccisi. In due anni la Russia di Putin non ha mosso un dito, mentre nel 2018 sedici Paesi dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), tra cui il Regno Unito e gli Stati Uniti ma non l’Italia, firmarono una lettera che chiedeva risposte adeguate da parte di Putin nei confronti delle purghe cecene.
Nel 2019 il regime Kadyrov ha ricominciato con i rastrellamenti, iniziando a cacciare anche le donne lesbiche. Nel mirino del regime sono finiti tutti quei giornalisti che hanno osato denunciare l’Omocausto e le associazioni che hanno provato ad aiutare i ceceni LGBTQIA+ a fuggire dal Paese. Come ad esempio Rizvan Dadaev, nel 2022 arrestato e torturato per il solo fatto di esistere, finalmente riuscito a scappare dalla Russia nel 2024, come riferito dal gruppo di difesa per i diritti LGBTQ+ del Caucaso settentrionale SK SOS.

Nel 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia pubblicamente e fisicamente sostenuta da Ramzan Kadyrov, la North Caucasus SOS Crisis Group ha raddoppiato i propri sforzi per permettere alle persone LGBTQIA+ di fuggire in sicurezza dal paese.
Da noi intervistata Aleksandra Miroshnikova, portavoce del NC SOS Crisis Group, precisò come vivere apertamente nel Caucaso settentrionale fosse “impensabile. Anche chi cerca di nascondere la propria identità rischia di essere scoperto e perseguitato. Le autorità non solo ignorano queste violenze, ma spesso incitano apertamente all’omofobia con dichiarazioni che demonizzano la comunità LGBTQIA+. La persecuzione parte dalle autorità locali, che non solo arrestano e torturano, ma spesso costringono le famiglie delle vittime a commettere i cosiddetti “delitti d’onore” per “lavare la vergogna” di avere un parente gay. La complicità delle forze di polizia si estende ben oltre il Caucaso settentrionale: anche fuori dalla regione, le forze dell’ordine collaborano con le autorità locali, pur essendo pienamente consapevoli delle loro azioni illegali“.
Nel 2023 la Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha emesso una sentenza a proposito del caso di Maxim Lapunov, unico sopravvissuto alla feroce purga che provò a cercare giustizia per le torture subite per mano delle forze dell’ordine cecene. Nel 2017 vi avevano raccontato come Maxim si fosse esposto, denunciando il pericolo che le torture venissero ulteriormente estese. Un clima di terrore, quello messo in piedi da Ramzan Kadyrov, ampiamente sostenuto da Vladimir Putin, che ha concesso lui più autonomia per mantenere stabilità tanto in Cecenia quanto nel Nord Caucaso, regione strategica per la Russia sia dal punto di vista geopolitico che per le sue risorse naturali.
Lo scorso anno il popolo ceceno ha votato la rielezione di Vladimir Putin con il 98,99% dei voti, in quelle che sono state a tutti gli effetti le solite elezioni farsa.
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