Un insegnante di scuola media della provincia di Padova ha presentato un esposto ai Carabinieri dopo aver subito ripetuti insulti omofobi da parte di uno studente di 12 anni, davanti ai compagni di classe. Il caso ha riacceso i riflettori sul tema dell’omofobia nelle scuole, del ruolo educativo delle istituzioni e della mancanza di un’educazione sessuo-affettiva strutturata e obbligatoria nel sistema scolastico italiano.
I fatti si riferiscono allo scorso 23 settembre, mentre l’esposto è stato consegnato ai Carabinieri il 19 novembre, come si legge nel verbale che abbiamo avuto modo di visionare. Gli episodi, tuttavia, non sarebbero isolati. Secondo quanto riferito dal docente, gli insulti si sarebbero ripetuti più volte nel tempo, creando un clima di forte disagio personale e professionale, tanto da spingerlo a rivolgersi alle forze dell’ordine.
In questo articolo
- 1 Padova, insulti omofobi al professore: il clima di intimidazione
- 2 Il commento di Fabrizio Marrazzo (Partito Gay LGBT+)
- 3 Educazione sessuo-affettiva: una mancanza strutturale
- 4 L’omofobia come problema educativo, non solo disciplinare
- 5 Discriminazioni e consenso dei genitori: un nodo politico
- 6 L’appello alla Regione Veneto
Padova, insulti omofobi al professore: il clima di intimidazione
Come riporta il quotidiano Prima Padova, l’insegnante ha raccontato di essere stato più volte inseguito dallo studente, sia all’interno dell’istituto scolastico sia all’esterno, e di essere stato insultato verbalmente davanti ai compagni di classe. Tra le offese rivolte, l’appellativo “gay”, utilizzato come insulto, in un contesto chiaramente denigratorio.
Non si tratterebbe dunque di un singolo episodio di maleducazione o di una bravata isolata, ma di comportamenti reiterati, tali da configurare una situazione di molestia e intimidazione. Proprio per la continuità degli episodi e per l’impatto sulla propria serenità, il docente ha deciso di formalizzare un esposto ai Carabinieri della Legione Veneto.
In un video, il giovane insegnante ha spiegato il motivo che lo ha spinto a presentare, dopo i reiterati insulti omofobi del dodicenne, un esposto: “Mi sono stufato e ho avvertito sia la preside che i carabinieri, ed ho proceduto a fare un esposto. L’ho fatto perché credo sia un episodio gravissimo se a dodici anni dici ‘gay’ al tuo professore, in piazza, vicino alla gente seduta nei tavolini dei bar, vicino ai tuoi compagni, cosa farai a 14 o 18 anni? Non oso nemmeno immaginare”.
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Il commento di Fabrizio Marrazzo (Partito Gay LGBT+)

A rendere pubblica la vicenda è stato Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay LGBT+, che ha commentato l’episodio sottolineandone la gravità e il valore simbolico.
Secondo Marrazzo, quanto accaduto non può essere liquidato come un fatto marginale o circoscritto a un singolo contesto scolastico, ma rappresenta il sintomo di un problema più profondo che attraversa il sistema educativo e culturale del Paese.
“Non si tratta di un singolo episodio di maleducazione, ma del riflesso di un problema strutturale nel modo in cui stiamo crescendo le persone giovani”.
Una dichiarazione che sposta il focus dall’atto individuale alla responsabilità collettiva, chiamando in causa scuola, famiglie e istituzioni.
Educazione sessuo-affettiva: una mancanza strutturale
Nel suo intervento, Marrazzo ha posto l’accento sull’assenza, in Italia, di un percorso di educazione sessuo-affettiva obbligatoria nelle scuole. Una lacuna che, secondo il Partito Gay LGBT+, lascia spazio alla diffusione di stereotipi, linguaggi violenti e modelli relazionali basati sulla sopraffazione.
“Quando questi temi non vengono affrontati a scuola, vengono sostituiti da modelli tossici”, ha dichiarato Marrazzo.
Emozioni, relazioni, rispetto delle differenze, identità e consenso sono ambiti che, se non trovano spazio in un contesto educativo strutturato, finiscono per essere appresi attraverso social network, contenuti non mediati o narrazioni distorte, spesso permeate da sessismo e omotransfobia.
L’omofobia come problema educativo, non solo disciplinare
Il caso di Padova pone anche una questione delicata: come affrontare comportamenti discriminatori messi in atto da minorenni. La denuncia ai Carabinieri, in questo senso, non viene letta come un atto punitivo fine a sé stesso, ma come una richiesta di tutela e di riconoscimento della gravità dell’accaduto.
Secondo Marrazzo, la prevenzione dovrebbe essere il primo strumento di intervento: “La scuola deve prevenire, non intervenire quando i danni sono già avvenuti”.
Un’affermazione che evidenzia come il contrasto all’omofobia non possa essere demandato esclusivamente a sanzioni disciplinari o giudiziarie, ma debba passare da un investimento educativo continuativo.
Discriminazioni e consenso dei genitori: un nodo politico
Un altro punto sollevato dal portavoce del Partito Gay LGBT+ riguarda il dibattito, spesso ricorrente, sul consenso dei genitori rispetto ai programmi di educazione sessuo-affettiva. Secondo Marrazzo, subordinare questi percorsi all’approvazione delle famiglie rischia di legittimare l’idea che la lotta alle discriminazioni sia opzionale.
“Nessuno chiederebbe il consenso dei genitori per parlare di razzismo o legalità. Trattare la discriminazione come una scelta legittima è un messaggio pericoloso”.
Un parallelo che richiama l’idea dei diritti come fondamento della convivenza civile e non come tema negoziabile.
L’appello alla Regione Veneto
Nel commentare il caso, Marrazzo ha rivolto un appello diretto alla Regione Veneto e al suo presidente, Alberto Stefani, chiedendo un impegno concreto sul piano normativo e politico.
“Chiediamo un segnale chiaro contro l’omobitransfobia e i femminicidi, promuovendo una legge regionale che sostenga le scuole nell’educazione sessuoaffettiva e nella prevenzione delle discriminazioni”.
Secondo il Partito Gay LGBT+, una legge regionale potrebbe fornire strumenti, risorse e linee guida alle scuole, evitando che singoli istituti o docenti restino isolati nell’affrontare situazioni complesse come quella emersa in provincia di Padova.
L’episodio degli insulti omofobi al docente non riguarda solo il rapporto tra un insegnante e uno studente, ma interroga il sistema scolastico nel suo insieme. Quali strumenti hanno oggi le scuole per prevenire e affrontare il linguaggio d’odio? Quale formazione ricevono docenti e studenti su identità, rispetto e differenze?
La vicenda solleva inoltre il tema della responsabilità educativa collettiva e della necessità di politiche pubbliche capaci di incidere sul lungo periodo. Come sottolineato da Marrazzo, il mancato investimento educativo rischia di tradursi, nel quotidiano, in insulti, discriminazioni e violenze.
Un segnale d’allarme che, secondo il Partito Gay LGBT+, dovrebbe essere affrontato con urgenza, partendo proprio dai luoghi in cui si formano le nuove generazioni.

