Wired parla di “gay mafia” nella Silicon Valley: omofobia travestita da giornalismo

Seimila parole anonime per dire che i gay fanno rete, vanno in palestra e hanno una vita sessuale. Wired lo chiama giornalismo d'inchiesta. Per Uncloseted Media è omofobia. E anche per noi.

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Seimila parole sui gays fuori dalla realtà, un racconto distorto impastato forse da editor AI, o forse semplicemente un rigurgito di omofobia interiorizzata. O forse, peggio ancora, l’evidenza che segue: anche la testata Wired, gloriosa bibbia di quella rivoluzione tecnologica nerd che negli anni ’90 cambiò per sempre la storia, è finita nel tritacarne delle semplificazioni trumpiane. Uno spettro familiare, antico, tenace. Il gay intrigante. Il gay predatore. Il gay che avanza per vie traverse, attraverso letti e favori e reti opache, piuttosto che attraverso il talento.

È esattamente questo che ha fatto Wired con “Inside the Gay Tech Mafia“: uno specchio deformante, confezionato con la patina del giornalismo d’inchiesta.
L’articolo di Zoë Bernard, seimila parole, copertina, distribuzione globale, descrive gli uomini gay di Silicon Valley come una rete oscura e tentacolare. Fonti anonime, decine di voci senza nome né volto né responsabilità, dipingono una comunità “famelica di potere, ossessionata dal network e, a tratti, molto arrapata” Letteralmente. Come se la libido fosse una notizia. Come se il fatto che uomini gay frequentino palestre, organizzino feste di Halloween e abbiano una vita sociale fosse materiale degno di una copertina nel 2026. È lo spirito puritano della violenza americana che riemerge come un reflusso di defecazioni a cielo aperto. Una vergogna immane.

 

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Uncloseted Media, testata LGBTQ fondata dal giornalista televisivo Nico Pitney, ha smontato il pezzo con chirurgica, implacabile precisione. Il punto più devastante è anche il più semplice: lo stesso articolo di Wired rivela en passant, sepolta oltre duemila parole dall’inizio, che tra il 2000 e il 2022 solo lo 0,5% dei finanziamenti venture è andato a fondatori LGBTQ. E allora: DI – COSA – STIAMO – PARLANDO?

Uno 0,5%. Una frazione. Una briciola. Eppure il titolo parla di “mafia“. Di dominio. Di potere occulto che si propaga nell’ombra. Di gay in preda al delirio di onnipotenza e dunque, per estensione, di un’attitudine gay a prescindere.

L’editoriale di Uncloseted Media è feroce, e ha ragione di esserlo. Scrive che l’articolo “non supererebbe il pitch meeting nel corso di giornalismo LGBTQ che insegno alla NYU.” Aggiunge che le fonti anonime suonano come “i colleghi amari che nel corso della mia carriera mi hanno detto che sono avanzato di grado perché so come flirtare con i ragazzi della cosiddetta gay media mafia“.

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L’articolo di Wired, nella sua edizione USA, è cieco. Deliberatamente? Difficile credere alla buona fede in un’America che, sulle soglie della guerra civile, cuba in pancia un tripudio di start-up ormai allineate allo schema del tecno-capitale ferocemente neofascista. Per tacer della dimensione razziale. Ogni figura nominata è bianca. Peter Thiel (PayPal, Palantir), Sam Altman (Open AI), Tim Cook (Apple), Keith Rabois (PayPal, Linkedin): una galleria di uomini gay, bianchi, straordinariamente privilegiati, presentata come rappresentativa di un’intera comunità. La “gay tech mafia” di Wired non è la comunità queer: è una élite ristrettissima, e confonderle è un errore che un’inchiesta seria non può permettersi.

Vi è poi un dettaglio che avrebbe meritato di diventare il cuore dell’intero pezzo: su 31 intervistati gay, 9 hanno riferito di aver subito avances indesiderate da colleghi del settore. Nove su trentuno. È un dato che parla di vulnerabilità, di abuso di potere, di dinamiche tossiche all’interno di ambienti già chiusi e opachi. È la storia. Invece Wired ha scelto il titolo “mafia”: evocativo, morboso, costruito per generare clic e divulgare pura omofobia generalizzante. Una vecchia, vecchissima tecnica del potere imbevuto di volontà di potenza.

Nel 2026, mentre i diritti LGBTQ vengono erosi sistematicamente negli USA e nel mondo (da brividi il report di Ilga Europe diffuso ieri, come la situazione dei diritti LGBT in Ucraina e ancora il report dalla Turchia di Erdogan, e ancora Senegal e Uganda, per citare le news delle ultime 48 ore pubblicate su Gay.it), mentre la comunità queer è sotto attacco da più fronti contemporaneamente, Wired sceglie di dedicare la propria copertina a stereotipi che avremmo creduto sepolti. Il gay che avanza per seduzione. La rete omosessuale che manovra nell’ombra.

È giornalismo che nutre esattamente chi ci vuole male. Lo fa con coolness editoriale, con la firma di una testata rispettata. Una bomba decisamente più pericolosa e tossica di un post anonimo sui social.

Wired è una testata che ha fatto grande giornalismo tecnologico per decenni. Proprio per questo, questa storia è una caduta più dolorosa. Che fa male. Molto male.

Attenzione: Si tratta di Wired USA e non di Wirerd Italia che ha tutt’altra linea editoriale. Per ora.

© Riproduzione riservata.

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