A poco più di un mese dalle elezioni parlamentari del 12 aprile 2026, l’Ungheria vede il partito di opposizione Tisza in vantaggio di 20 punti percentuali nei sondaggi: il 55% contro il 35% di Fidesz, secondo il sondaggio dell’istituto indipendente Median. Il sindaco di Budapest Gergely Karácsony, incriminato per aver difeso e autorizzato il Budapest Pride, è apertamente schierato con Tisza.
Il trend aggregato di PolitPro, aggiornato al 26 febbraio 2026, conferma Tisza in testa con il 46,2%, contro il 41% di Fidesz, proiettando 99 seggi parlamentari per il partito di Magyar e 88 per quello di Orbán. Non mancano però le cautele: gli istituti vicini al governo, come Nézőpont, continuano a prevedere una vittoria di Fidesz, e il sistema elettorale ungherese, con collegi favorevoli al partito di governo, potrebbe assegnare più seggi a Fidesz anche in caso di minor numero di voti. I sondaggi non includono inoltre i voti dall’estero, storicamente favorevoli a Fidesz. Un’altra variabile, non giornalisticamente prevedibile, è l’azione della propaganda russa soprattutto negli ultimi giorni prima del voto.
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Chi è Tisza e il suo leader Péter Magyar
Tisza, acronimo che in ungherese significa “Rispetto e Libertà”, è stato fondato da Péter Magyar con l’obiettivo dichiarato di restaurare lo Stato di diritto e ripristinare la posizione europeista e atlantica dell’Ungheria. La sua nascita è legata allo scandalo che portò alle dimissioni dell’allora Presidente della Repubblica Katalin Novák.
Magyar sarà il candidato premier di Tisza, nominato all’unanimità dalla leadership del partito e dai 106 candidati alla carica. In passato sposato con Judit Varga, ministra della Giustizia nei governi Orbán IV e V e figura di spicco di Fidesz, si è poi presentato come voce anti-Orbán, che ultimamente lo ha fatto oggetto di un ricatto mediante un video intimo.
Magyar ha lanciato il 15 febbraio 2026 un tour di campagna di 55 giorni intitolato “Ora o mai più”, con comizi in luoghi aperti al pubblico in tutto il paese. Al centro del suo programma figurano l’adozione dell’euro, ingenti investimenti nella sanità pubblica e nei trasporti, la lotta alla corruzione e il rientro nei meccanismi europei per sbloccare i fondi UE congelati.
A differenza di Fidesz, che non ha pubblicato un programma elettorale, Tisza ha diffuso un manifesto di oltre duecento pagine. Nonostante l’apertura sui temi economici ed europei, il partito mantiene posizioni conservatrici su Ucraina e immigrazione: Magyar si oppone all’invio di truppe a Kiev, preferisce un referendum nazionale sull’adesione ucraina all’UE e intende conservare la recinzione al confine meridionale voluta da Orbán.
Sul piano europeo, gli eurodeputati di Tisza sono entrati a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) dopo le elezioni del 2024, in un passaggio simbolico di continuità con i valori del centro-destra democratico europeo.
La democrazia ungherese smantellata da Orbán
Dal suo ritorno al potere nel 2010, Viktor Orbán ha trasformato l’Ungheria nel laboratorio europeo della “democrazia illiberale”, definizione coniata da lui stesso in un discorso del 2014. Si tratta di un modello che antepone la comunità nazionale all’individuo e la stabilità del potere alle garanzie democratiche. Uno dei passaggi chiave fu nel 2011. Con la legge organica n. 61, Orbán realizzò una concentrazione assoluta di potere in un organo monocratico: il Presidente dell’Ufficio Nazionale per la Magistratura. A cui furono attribuite tutte le competenze sullo status dei giudici, sull’organizzazione e sul bilancio degli uffici giudiziari, svuotando di fatto il ruolo del Consiglio Giudiziario Nazionale. Non a caso, la trasformazione dell’Ungheria in democrazia illiberale era iniziata proprio con un attacco al sistema giudiziario e alla Corte Costituzionale.
Successivamente la comunità LGBTIAQ+ è diventata il bersaglio privilegiato di questa strategia: nel 2021 una legge ha vietato ai minori qualsiasi contenuto che rappresenti l’omosessualità o il cambio di genere, ricalcando la legge russa sulla “propaganda LGBT”. Nel marzo 2025 la Costituzione è stata emendata per vietare il Pride, introdurre il riconoscimento facciale per identificare i partecipanti e definire il genere come binario alla nascita, negando qualsiasi sfumatura non binaria.
L’UE ha reagito con procedure d’infrazione e il congelamento di miliardi di fondi, ma senza risultati decisivi: l’articolo 7 dei Trattati, che consentirebbe la sospensione del diritto di voto ungherese in Consiglio, richiede l’unanimità dei 26 paesi. Unanimità che non c’è grazie a paesi come Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia e Italia, paese che ha un governo di destra con pulsioni autoritarie affini all’indirizzo politico di Orbán: nel gennaio 2026 la premier italiana Meloni e il vicepremier Salvini hanno addirittura supportato con un messaggio video la campagna elettorale di Fidesz.
La posizione di Tisza sui diritti LGBT

La questione è tra le più delicate e rilevanti del confronto politico ungherese. Tisza ha adottato una strategia di comunicazione che evita deliberatamente i temi dei diritti civili e delle minoranze. Nonostante i ripetuti tentativi di Fidesz di provocarlo su questi fronti, il partito si è guardato bene dall’esporsi su argomenti considerati controversi in termini di comunicazione politica, come i diritti LGBTIQ, mostrandosi molto più prudente rispetto ai predecessori nel rivendicare posizioni pro-democrazia e libertà fondamentali.
Un episodio significativo è avvenuto durante il Pride di Budapest del 2025: Magyar non era presente in città, evitando di prendere posizione sulla spinosa questione della marcia. Tuttavia, all’inizio della giornata aveva invitato a una protesta pacifica sui suoi canali social, dichiarando che qualsiasi incidente sarebbe stato responsabilità di Orbán. L’opposizione, e in particolare Tisza, ha comunque espresso sostegno alla manifestazione. Il Pride, come noto, si è tenuto grazie all’intervento del sindaco di Budapest Gergely Karácsony poi incriminato dal governo Orban, ecologista di centro-sinistra in coalizione con Tisza.
Il manifesto del partito per queste elezioni non presenta alcun riferimento esplicito alle persone LGBTIAQ+. Tuttavia contiene un impegno a rendere nuovamente possibile l’adozione da parte di persone non sposate. Una misura che aprirebbe implicitamente la strada al ripristino delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, vietate da Orbán. Secondo gli analisti, Tisza starebbe così inviando un segnale in codice di buona volontà verso le minoranze LGBTIAQ+, negando però a Fidesz l’opportunità di spostare il dibattito elettorale sul terreno della guerra culturale, che è esattamente il territorio su cui il governo Orbán vorrebbe affrontare la campagna elettorale.
In sintesi, Tisza presenta posizioni pro-LGBTQIA+, seppur in modo timido in netto contrasto con la linea del governo. Gli europarlamentari di Tisza siedono nel PPE, partito conservatore ma liberale che si è opposto alle leggi anti-LGBT di Orbán in sede europea, considerate violazioni dello stato di diritto, e che hanno determinato il congelamento di fondi europei all’Ungheria. La scelta di Magyar di non esporsi direttamente appare dettata da calcolo elettorale: un recente sondaggio mostrava che il 47% degli ungheresi era contrario allo svolgimento del Pride, rendendo la questione un terreno scivoloso per chiunque voglia conquistare consensi oltre la base progressista.
Scenario possibile dopo le elezioni
Per governare a Budapest servono 100 seggi sui 199 totali dell’Assemblea Nazionale. Con la politica magiara così polarizzata, è altamente probabile che la prossima legislatura sarà dominata dai due soli schieramenti principali, con nessun altro partito in grado di superare la soglia di sbarramento del 5%. A parte Fidesz e Tisza, solo l’ultradestra di Mi Hazánk potrebbe ottenere alcuni seggi, intorno al 5-6%, mentre tutti gli altri partiti tradizionali, dalla destra di Jobbik alla sinistra del Partito socialista, passando per i liberali della Coalizione Democratica, rischierebbero di scomparire dalla scena politica. In questo quadro, diversi partiti di opposizione, tra cui Solution Movement, LMP e Dialogue, hanno già annunciato il ritiro dalla competizione per non ostacolare il cambio di governo e mandare a casa il governo Orbán.
Se i sondaggi fossero confermati, Magyar potrebbe quindi puntare a un governo monocolore o con il solo appoggio esterno del sindaco di Budapest Karácsony, senza necessità di accordi organici con forze minori. La reale portata del cambiamento dipenderà tuttavia dall’ampiezza della maggioranza ottenuta e dalla capacità di riformare organi chiave rimasti profondamente influenzati da sedici anni di governo Orbán: magistratura, media pubblici, banca centrale e rete di potere economico fidelizzata a Fidesz resterebbero un’eredità difficile da smantellare in tempi brevi.
Fonti: Politico, Telex.hu, 444.hu, Il Sole 24 Ore, Magyar Hang, Euronews, BalkanInsight, QN, VoxEurope, Swiss Info, Valigia Blu, Gay.it


