Una storia d’amore lunga oltre trent’anni che si trasforma in una battaglia contro l’omofobia digitale e le lacune della giustizia italiana. Giorgio Donders e Sergio Sormani, coppia gay unita civilmente dal 2018, raccontano a Gay.it il loro percorso tra tribunali, social e attivismo, dopo gli insulti ricevuti online in seguito all’annuncio della loro unione civile.
Fino allo scorso novembre, la loro vicenda giudiziaria era ancora in corso: il caso, nato dagli insulti omofobi ricevuti nel 2018, era arrivato in aula con anni di ritardo e con il rischio concreto che tutto si chiudesse con una prescrizione. Ma com’è andata a finire? A distanza di mesi, la coppia torna a ricostruire l’esito di quella battaglia legale e quello che resta oggi di un percorso lungo e complesso.

In questo articolo
- 1 Dall’unione civile agli insulti omofobi: la storia di Giorgio e Sergio
- 2 Il caso di Cremona e gli altri procedimenti: “Un tour per l’Italia”
- 3 “Assolto nonostante l’ammissione”: le falle nelle indagini
- 4 Denunciare per gli altri: “Pensiamo ai più giovani”
- 5 Esporsi online: “Non abbiamo mai ostentato”
- 6 Social e impunità: “Ti passa la voglia di denunciare”
- 7 Tra rabbia e senso di impotenza
- 8 Dalla denuncia al palco: lo spettacolo contro l’omofobia
Dall’unione civile agli insulti omofobi: la storia di Giorgio e Sergio
Tutto inizia nel 2018, quando la coppia, oggi residente a Roma, annuncia sui social la propria unione civile avvenuta a Vimercate. Accanto agli auguri, compaiono commenti omofobi, alcuni particolarmente violenti. Da lì la decisione di denunciare. “Abbiamo deciso di non lasciar correre, non tanto per il fatto personale quanto perché sappiamo quanto male queste uscite possono causare alle persone”, avevano spiegato.
Negli anni, le indagini portano a identificare diversi responsabili e ad aprire più procedimenti in diverse città italiane, tutti legati a quei commenti omofobi comparsi sotto lo stesso post. Il percorso giudiziario si rivela però lungo e complesso: alcuni casi si chiudono con accordi tra le parti, altri arrivano in aula dopo anni.
Il procedimento di Cremona, il più recente e emblematico, al centro dell’intervista a Gay.it, approda a dibattimento solo dopo molto tempo e rischia la prescrizione. In questo caso, l’imputato viene assolto nonostante avesse ammesso i fatti durante le indagini, a causa di lacune probatorie.
Alla fine, proprio questo iter si conclude senza una condanna. Una chiusura che lascia spazio a più interrogativi che risposte e che, come raccontano oggi Giorgio e Sergio, restituisce soprattutto la sensazione di una giustizia che fatica a riconoscere e affrontare in modo efficace i reati d’odio online.
Il caso di Cremona e gli altri procedimenti: “Un tour per l’Italia”
Uno degli aspetti più frustranti, racconta Giorgio Donders, riguarda il funzionamento stesso dei procedimenti per reati online. Il caso di Cremona è infatti solo uno dei diversi procedimenti nati da quegli insulti: nel tempo, la coppia si è trovata a seguire cause in più città italiane, con esiti differenti. “Tu fai una denuncia penale e ti costituisci parte civile. Poi devi iniziare a fare un tour per l’Italia, perché il processo si svolge nel luogo in cui si trova chi ha scritto il commento”.
Un meccanismo che, di fatto, ribalta il peso sulle vittime: “Se uno da Crotone o Lampedusa ti scrive, sei tu che devi andare lì. Per dire cosa poi? Niente, perché è già tutto nero su bianco”.
E aggiunge: “Il pubblico ministero chiama sempre chi è stato offeso come testimone e devi andare, se no devi pagare la multa”.
Le difficoltà non sono solo organizzative ma anche economiche: “Ti rimborsano il viaggio in treno di seconda classe, niente pasti, niente pernottamenti”. Un sistema che, secondo la coppia, andrebbe ripensato: “Nel momento in cui esistono i reati via web, dovrebbe esserci una norma che preveda che il processo si svolga nella città delle persone offese”.
“Assolto nonostante l’ammissione”: le falle nelle indagini
Nel caso di Cremona, la situazione assume contorni ancora più critici. L’imputato aveva ammesso di essere l’autore dei commenti omofobi durante una deposizione in caserma, ma la prova non è stata considerata valida in aula. “È stato assolto per non aver commesso il fatto, nonostante avesse ammesso tutto”, spiega Donders.
Secondo la coppia, il problema è stato soprattutto tecnico: “Non è stato fatto quel passo in più, cioè acquisire un dato certo, informatico, sulla gestione del profilo. Così quella dichiarazione non poteva essere utilizzata nel processo”.
Una dinamica che lascia spazio a forte amarezza: “Sembra sempre che nessuno sappia fare il proprio lavoro fino in fondo”. E aggiunge: “Io non so come un pubblico ministero non sappia cosa serve per testimoniare all’interno di un processo”.
A rendere il quadro ancora più paradossale, sottolinea, è anche un altro elemento: “L’imputato non si è mai presentato in aula. Noi invece, se non andavamo, dovevamo pagare una penale”. “Non abbiamo mai ricevuto delle scuse”, aggiunge Donders. “Le aveva accennate ai carabinieri, ma poi non è mai arrivato nulla”.
Denunciare per gli altri: “Pensiamo ai più giovani”
Nonostante tutto, Giorgio e Sergio rifarebbero la stessa scelta. “Assolutamente sì”, dice Donders. “Il nostro motore è sempre stato pensare a chi è più fragile”. Un aspetto che emerge con forza nel loro racconto: “Quando ci siamo trovati in prossimità della nostra unione civile e si è scatenato tutto sui social, devo dire che ci ha psicologicamente un po’ travolti, nonostante l’età”.
Ma il pensiero va soprattutto ad altri: “Immaginiamo cosa può voler dire per un ragazzo o una ragazza molto giovane trovarsi in mezzo a queste situazioni per una sciocchezza, come un bacio pubblicato sui social”.
E aggiunge: “Noi ci siamo sempre approcciati a queste denunce pensando a loro, a chi è più fragile psicologicamente”.
Esporsi online: “Non abbiamo mai ostentato”
La vicenda non ha cambiato in modo radicale il loro modo di vivere i social, ma ha rafforzato una linea che avevano già scelto. “Non abbiamo modificato la nostra esposizione come coppia”, spiega Donders. “Non abbiamo mai ostentato volontariamente nulla”.
Anche il post finito al centro degli insulti, sottolinea, era lontano da qualsiasi provocazione: “Non era un post in cui ci stavamo baciando sulla bocca, era semplicemente un annuncio”. E aggiunge: “Abbiamo sempre dato alla nostra relazione lo stesso peso di tutte le altre, senza voler calcare la mano”.
Una scelta precisa, che diventa anche una presa di posizione: “Nel momento in cui pubblichi qualcosa che non ha nulla di offensivo e vieni attaccato, significa che sei attaccato gratuitamente”.
Alla luce dell’esito della vicenda, resta forte il timore di un messaggio pericoloso. “Si respira un senso di impunità”, spiega Donders. “È questo l’aspetto più fastidioso”. A pesare è anche la dimensione economica: “Se oggi esci di casa per andare in uno studio legale e devi mettere mano al portafoglio a tariffe piene, ti passa veramente la voglia”.
Le spese legali diventano un deterrente concreto: “Devi avere qualcuno che ti affianca e che sposa la causa, altrimenti è difficile andare avanti. Le spese sono diventate qualcosa di insostenibile”.
Per la coppia, l’obiettivo non è mai stato economico. “L’aspetto pecuniario non è mai stato il nostro obiettivo”, spiegano. In uno dei procedimenti chiusi con un accordo, il risarcimento ricevuto è stato infatti devoluto interamente in beneficenza: circa 2-3 mila euro destinati a una casa famiglia di Milano che accoglie ragazzi e ragazze cacciati di casa per il loro orientamento sessuale.
Un gesto coerente con il senso più ampio della loro battaglia: non una questione personale, ma un impegno rivolto a chi vive condizioni di maggiore vulnerabilità.
Tra rabbia e senso di impotenza
Dopo anni di procedimenti, il bilancio è netto. “Rabbia e senso di impotenza”, dice Donders. Un sentimento che si amplifica guardando oltre la propria esperienza: “Se non riusciamo a smantellare questo modo offensivo di stare sui social, le conseguenze le pagano le persone più fragili. E questo non è giusto”.
E conclude con una riflessione che guarda al presente: “Oggi si parla di più, ma la sostanza in alcuni contesti non è molto diversa da quella di 35-40 anni fa”.
Dalla denuncia al palco: lo spettacolo contro l’omofobia

Accanto al percorso legale, Giorgio e Sergio hanno trasformato la loro esperienza in un progetto culturale. Il loro spettacolo, Ecce (h)omo, è un lavoro teatrale che intreccia autobiografia, ironia e attivismo, raccontando la loro storia e, più in generale, le contraddizioni e le difficoltà che le persone LGBTQIA+ incontrano nella vita quotidiana. “Stiamo continuando con molta forza di volontà a portare il nostro spettacolo in giro”, racconta Donders. L’idea è quella di ampliare il progetto: “Abbiamo dato la possibilità di affiancare allo spettacolo anche un dibattito con psicologi, terapeuti o esperti di bullismo”.
Uno spettacolo che unisce leggerezza e riflessione: “È prevalentemente divertente, ma con momenti di riflessione. Pensiamo che anche il sorriso possa essere il veicolo migliore per trasmettere un messaggio”.
Un equilibrio colto anche dalla critica: Franco Cordelli, dalle pagine del Corriere della Sera, ha scritto, dopo la visione del loro spettacolo: “Giocando fanno sul serio”. Una frase che, spiegano, “ha dato perfettamente il senso di quello che vogliamo trasmettere: affrontare temi importanti con apparente leggerezza, ma piantando punti fermi ben precisi”.
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