L’unica associazione italiana LGBTQIA+ ebraica non sfilerà al Roma Pride del 20 giugno con il suo carro. La decisione di escludere il carro di Keshet Italia ha aperto una polemica che ora supera i confini e arriva alle istituzioni europee. Al centro: l’accusa di antisemitismo da parte di Keshet Italia al Roma Pride. Rilanciata su tutte le testate nazionali e su alcuni media internazionali.

Le accuse di Keshet

Secondo la ricostruzione di Keshet, l’esclusione è il punto d’arrivo di un anno di ostilità sistematica. L’associazione denuncia di aver subito, durante il Pride 2025, insulti che definisce antisemiti («assassini», «terroristi») da persone legate al carro ARCI e ad alcune organizzazioni del coordinamento, senza che il Roma Pride prendesse mai posizione pubblica.

Da lì, Keshet ha chiesto per mesi di entrare nel Coordinamento e di partecipare alla stesura del manifesto. Il portavoce Mario Colamarino avrebbe assicurato disponibilità, salvo poi rimandare continuamente. L’esclusione definitiva, comunicata in una riunione e confermata via mail pochi minuti dopo, a quanto riferisce Keshet, sarebbe arrivata come decisione unilaterale, senza confronto reale. Keshet parla di «antisemitismo mascherato da posizionamento politico» e ha chiesto al sindaco Gualtieri di non presenziare alla manifestazione. Gay.it ha contattato l’ufficio stampa del sindaco Gualtieri senza ricevere finora risposta. Il Roma Pride ha annunciato la presenza già da stasera di Gualtieri all’opening della Pride Croisette.

La posizione del Roma Pride

Gli organizzatori del Roma Pride respingono l’accusa di antisemitismo e chiariscono che il Pride resta aperto a chi condivide i valori del movimento. Il punto di rottura è politico: il manifesto 2026 condanna «il genocidio in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele» e chi partecipa con un carro è tenuto a sottoscriverlo integralmente. Keshet, secondo il Roma Pride, non ha preso le distanze dal governo israeliano e ha pubblicato un documento con un «distinguo lessicale» sull’uso della parola genocidio, giudicato inaccettabile. «Il nostro documento politico non è un buffet», scrivono, precisando di saper distinguere tra governo israeliano e comunità ebraica.

Le incongruenze tra i due racconti

In termini sostanziali il punto è questo: sulla parola “genocidio”, in relazione a quanto compiuto da Israele a Gaza dopo il 7 ottobre, non c’è convergenza. Secondo il Roma Pride, dunque, chi non concorda sulla parola genocidio, anche fossero ebrei italiani LGBTIQ+, non può portare il suo carro. Una scelta politicamente legittima, che risponde alla domanda posta già da tempo al Roma Pride di avviare una elaboazione politica della propria piattaforma.

Il metodo decisionale del Roma Pride lascia tuttavia sul campo alcuni dubbi. I due resoconti stridono tra loro su almeno tre punti.

Il primo riguarda il dialogo: Keshet sostiene che per un anno avrebbe chiesto di essere ammessa al coordinamento per poterne discutere con le altre associazioni; il Roma Pride non ha risposto pubblicamente a questa ricostruzione. Voci che filtrano dal Mieli e raccolte da Gay.it sostengono che Keshet non abbia chiesto formalmente l’ingresso nel comitato, ma soltanto informalmente attraverso i rapporti personali tra un esponente di Keshet e un esponente del Roma Pride. Si tratterebbe in effetti di un errore formale di Keshet.

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Il secondo riguarda la cronologia: il Roma Pride ha escluso Keshet perché il suo carro era «incompatibile con il manifesto», ma quel manifesto era stato scritto senza invitare Keshet alla discussione sullo stesso manifesto. Quindi l’incompatibilità è stata decisa da un comitato organizzatore da cui Keshet è stata esclusa. Si tratterebbe di un errore di procedura del Roma Pride.

Il terzo riguarda la sicurezza: il Roma Pride ha offerto la partecipazione «a piedi», ma Keshet sostiene che, dopo le aggressioni dell’anno precedente, il carro sia l’unico strumento minimo di protezione.

Ma allora è antisemitismo? Alcune domande

Come mai Keshet non è stata ammessa al Coordinamento che ha stilato il documento politico? Chi ha deciso questa esclusione?

Il Roma Pride è un evento aperto a tutte le associazioni LGBTIAQ+ che chiedano di farne parte? No. Si direbbe che il Roma Pride sia un evento di sole associazioni aderenti a una determinata linea politica. Legittimo. Ma allora come può il Comune di Roma dare il patrocinio a una manifestazione schierata politicamente?

Il sindaco di Roma ritiene di essere sindaco anche per gli italiani romani ebrei LGBTIAQ+ che hanno problemi ad usare la parola “genocidio” in relazione a quanto compiuto da Israrele a Gaza?

La domanda che meglio fa luce sull’inguacchio ha una sua dinamica circolare, e nella sua circolarità spiega bene che qualcosa non torna, ed è questa:

Chi decide quali siano le associazioni ammesse al Coordinamento, che ha il potere di escludere altre associazioni perché non aderiscono a un documento scritto soltanto dalle associazioni ammesse al Coordinamento, che dunque sono selezionate da chi?

Dunque si tratta di una decisione a priori tacciabile di antisemitismo? L’accusa sembra forzata: è francamente difficile immaginare che le realtà dietro il Roma Pride possano essere ritenute razziste e dunque antisemite. Tuttavia l’antisemitismo, come la storia insegna, ha una sua subdola dinamica che potremmo definire ormai, purotroppo, come ‘secolarizzata’.

La vicenda arriva a Bruxelles

La polemica ha raggiunto le istituzioni europee. Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea per la lotta all’antisemitismo, ha pubblicato un intervento su LinkedIn in cui sostiene Keshet e chiede al Roma Pride di riconsiderare la decisione, citando la Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Anche UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali che finanzia numerose associazioni LGBTIAQ+ schierate oggi contro Keshet, ha dichiarato di essere a conoscenza della vicenda e di essere in contatto con Keshet per valutare la situazione insieme al Coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo.

La posizione del sindaco Gualtieri

Si attende inoltre di comprendere la posizione dei leader del campo largo, tutti invitati alla Pride Croisette: Fratoianni, Schlein, Magi, Conte. Keshet Italia li ha esortati a prendere posizione sulla vicenda. Anche al sindaco Roberto Gualtieri l’associazione LGBTIAQ+ ebraica ha chiesto un commento. Dai politici del centrosinistra finora tuttavia non si è registrato alcun commento, sindaco Gualtieri incluso.

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